L’importanza di esseri consapevoli: intervista a Giacomo Campiotti, regista di Liberi di scegliere, la nuova fiction di Rai 1

Cresciuto sotto l'ala di Olmi e Monicelli di cui è stato aiuto regista, Giacomo Campiotti è il prototipo dell'autore contemporaneo, capace di passare negli anni novanta dalla nomination ai Golden Globes come miglior film straniero per Come due coccodrilli alla regia di grandi serie internazionali. Dopo il successo di Braccialetti rossi, lo ritroviamo alle prese con un film ispirato alle vicende del giudice calabrese Roberto Di Bella, che colpì la ndrangheta togliendo ai boss la potestà sui propri figli. Prodotto dalla Bibi Film di Angelo Barbagallo in collaborazione con  RAI Fiction, il film andrà in onda il 22 gennaio in prima serata su Rai 1. Di Liberi di scegliere ne abbiamo parlato con il suo regista

  • Anno: 2019
  • Durata: 100
  • Distribuzione: Bibi Film, Rai Fiction
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giacomo Campiotti
  • Data di uscita: 22-January-2019

Nell’andirivieni tra cinema e televisione mi viene da dire che tu, in quanto autore, debba tenere conto delle diverse aspettative del pubblico al quale ti rivolgi. Penso che lavorando per il grande schermo ci si senta più liberi di sperimentare, mentre quando si fa un film programmato per andare in onda in prima serata diventi basilare non perdere di vista il target dello spettatore. È così anche per te e, in caso di risposta affermativa, che metodo usi per salvaguardare il tuo sguardo nel passaggio da un formato all’altro?

In realtà, non prendo in considerazione questa differenza. Mi muovo in libertà, passando da un mezzo all’altro in base alla bontà del progetto. Lo scarto sta nel fatto che nel cinema la gente ti dà una fiducia a priori, per cui ti puoi permettere un linguaggio più lento, mentre in televisione devi cercare di tenere sempre desta l’attenzione per evitare il cambio di canale. Il mio rapporto con il mezzo, però, è sempre uguale e assomiglia a quello che può avere uno scrittore quando passa dal romanzo al racconto o a un articolo di giornale. La discriminante dipende da ciò che fai e non dal contenitore che lo ospita.

Sei per antonomasia il regista adatto per rispondere alla domanda che ti sto per fare, poiché in tempi non sospetti sei stato tra i primi a passare dal cinema alla televisione, dirigendo anche serie tv internazionali. Per cui ti chiedo: come ti poni rispetto alla contrapposizione esistente tra Netflix e il cosiddetto cinema tradizionale, per intenderci quello usufruito nelle sale?

Penso che i cambiamenti siano fisiologici nel bene e nel male: appartengono alle cose, alle persone, alle tecnologie. Diciamo che la qualità del cinema sul grande schermo, anche in termini di immersione nella storia e nella immagini, è impagabile, ma per esempio io stesso nei progetti che scelgo cerco sempre di trovare motivi che possano spingere le persone a recarsi in sala, cosa diventata sempre più difficile. L’ho fatto con Bianca come il latte, rossa come il sanguema devo dire che lì c’era dietro un libro di grande successo. Molti film li rifiuto proprio perché penso che non abbiano il quid necessario per spingere le persone ad andarli a vedere. La questione vera è quella di non giocare al ribasso e cioè che la televisione non rinunci a occuparsi dei grandi temi del nostro tempo. Liberi di scegliere ci riesce, e questo è già un motivo valido per curarne la regia.

Sempre per restare alle differenze tra cinema e televisione mi viene da pensare che tra i vantaggi di fare un film per conto della RAI ci sia quello di inserirsi in un’organizzazione già oliata. In questo senso, Liberi di scegliere è uno dei pochi film dove non firmi la sceneggiatura e in cui lavori con attori – Nicole Grimaudo e Carmine Bruschini – che avevano già frequentato i tuoi set. Ti chiedo, allora, come ci si avvicina a un progetto del genere, quali sono i tuoi margini di intervento e cosa hai eventualmente cambiato. Ancora a proposito del cast: ti è stato proposto o lo hai deciso tu?

Intanto trovo un grande privilegio e una chiamata di grande responsabilità lavorare in televisione. Non appartengo alla categoria dei registi spocchiosi che la ritengono un’occupazione minore. Entrare nelle case delle persone dopo cena e comunicare con loro è una responsabilità molto importante; è una cosa che mi gratifica e mi spinge a stare ancora più attento a ciò che faccio. Come hai detto tu, in genere partecipo sempre alla stesura della sceneggiatura, ma quando trovo progetti che mi interessano molto, come quest’ultimo, lo accetto lo stesso e comunque ciò non vuol dire che faccia mancare il mio apporto, anzi. Intanto il casting lo faccio io. Posso condividere la scelta della produzione, ma la RAI mi ha sempre lasciato libero di chiamare gli attori che volevo. Se mi capita di chiamare attori con cui ho già lavorato non è per amicizia ma perché conoscendoli li ritengo adatti per un determinato ruolo. Carmine Buschini, il Leo di Braccialetti rossi, l’ho cercato solo alla fine, dopo aver fatto centinaia di provini in diverse regioni del sud Italia alla ricerca di un attore esordiente. Alla fine la scenografa mi ha suggerito che Carmine sarebbe stato perfetto, e così è andata.

Parlando degli attori, la tua regia si ritrova anche nella mancanza di eccessi con cui li dirigi e nel lavoro di sottrazione operato sui personaggi. L’unico aspetto che risulta evidente è la loro dignità.

Ciò che dici succede soprattutto con  il personaggio del giudice. Ho chiesto ad Alessandro di non lavorare alla “Preziosi”. Gli ho detto che doveva recitare come se fosse stato alto un metro e sessanta, perché questa era la statura del vero giudice a cui è ispirato il suo personaggio. Si trattava di partire da un punto di vista diverso da quello a cui ci hanno abituato film e serie tv. In questo caso, infatti, non parliamo di una figura egotica e tronfia come altre che sicuramente fanno un lavoro eccezionale ma tendono a esporsi più del dovuto. Il nostro è un antieroe dotato di incredibile delicatezza e di una mitezza che però non si sposta di un centimetro rispetto alla propria missione. La vera forza di persone come Roberto Di Bella – il giudice a cui si rifà il personaggio di Preziosi -, che ha deciso di combattere l’ndrangheta sottraendo ai boss il controllo dei loro figli è quella di non avere nulla da dimostrare nella convinzione di operare nel giusto. Alla pari del nostro Di Bella ha ricevuto intimidazioni di ogni tipo ma è andato avanti per la sua strada, mantenendo sempre l’umanità e l’umiltà che ne ha contraddistinto la propria azione. Con la sua prestanza fisica Preziosi avrebbe potuto incarnare l’eroe più ovvio e cioè quello invincibile e belloccio. Noi siamo andati nella direzione opposta, quella più vicina alla realtà.

Preziosi è davvero bravo e tu lo sei altrettanto nel trasfigurarne l’immaginario a partire dall’uso degli occhiali che in qualche modo ne nascondono lo faccia.

Si, e poi, come hai detto, sia il suo come quelli degli altri attori sono personaggi di grande dignità. Il film non vuole dare un giudizio su buoni e cattivi ma tentare di capire il dramma vissuto da ognuno di loro. In fondo – come ho scritto nella sinossi -, il male fa male a chi lo fa. Questa è una verità assoluta.

A differenza di altri casi, il giudice di Liberi di scegliere non assurge mai al ruoli di eroe della storia perché fai si che il romanzesco del personaggio non sia superiore all’importanza del tema. In un film come il tuo, che affronta un argomento così importante, mi pare fondamentale.

È così e, visto che mi hai fatto questa domanda, ti dico che si trattava di una sceneggiatura giornalistica e un po’ fredda. Lo sapevano sia il produttore che la scrittrice. In più, come hai giustamente notato, non c’era nessun protagonista assoluto e tu sai quanto sia pericoloso trattare una coralità di figure come quella di Liberi di scegliere, in cui, oltre al giudice troviamo il boss, suo figlio, la madre, la sorella, etc. L’equilibrio era difficile da trovare, soprattutto perché a ognuno di loro volevo riservare il proprio spazio. Ho lavorato moltissimo per “scaldare” la sceneggiatura, tanto che quando la sceneggiatrice (Monica Zappelli, ndr.) ha visto il film ne è rimasta molto sorpresa, non aspettandosi un trattamento del genere. Se leggi lo script, anche la parte girata in comunità risultava tra le righe; non succedeva nulla e ogni cosa era affidata a minimi cambiamenti. Insieme ad attori e tecnici abbiamo apportato delle variazioni senza sminuire – credo – l’importanza del tema.

Ci riesci perché, a partire dalle interpretazioni e proseguendo con il tono e la drammaturgia, lavori sempre di sottrazione, in maniera che il tema del film rimanga intatto nella sua centralità. La sintesi di questo discorso la si ritrova nel personaggio della madre, impersonata dalla Grimaudo. Nonostante sia quello più fortemente melodrammatico nella versione che ne dai tu risulta molto trattenuto, quasi raffreddato.

Soprattutto realistico. La madre interpretata da Nicole Grimaudo è la più schiacciata dall’ambiente in cui vive, però è anche vero che lasciando scappare la figlia si dimostra aperta a un’ipotesi di cambiamento. Il film è molto drammatico ma si mantiene sempre nell’alveo di un assoluto realismo. Quando l’ho visto, il giudice si è riconosciuto nel film e nei fatti sviluppati dalla storia, cosi pure nelle reazioni dei personaggi.

Pensando alla sceneggiatura non mi stupisco che Angelo Barbagallo e la RAI ti abbiano scelto. Come quasi sempre accade nei tuoi film, anche qui a farla da padrona è la giovinezza, intesa come fase della vita che dalla nascita precede l’età adulta. A confermarlo è il fatto che i vari filoni della narrazione convergono tutti su Domenico, il figlio del boss. In quest’ottica Liberi di scegliere potrebbe essere un vero e proprio romanzo di formazione – altro elemento di continuità con la tua cinematografia – e oserei dire, di deformazione, visto che il tentativo del giudice è quello di smontare l’imprinting malavitoso del ragazzo.

Con Angelo Barballo e la sceneggiatrice avevo già lavorato nella fiction Non è mai troppo tardi, incentrata sulla figura del maestro Manzi, quindi ci conoscevamo bene. In più penso che me lo abbiano proposto sapendo quanto apprezzo lavorare con i ragazzi. Come dicevi, mi piace l’adolescenza sia quando si tratta di raccontarla nei suoi momenti educativi, sia quando ne devo approfondire aspetti meno edificanti. Come pedagogo trovo molto interessante focalizzarmi su questi antipodi. Tra l’altro, è un periodo molto cinematografico perché fatto di stati d’animo opposti. O sei molto felice o sei molto arrabbiato, non esistono vie di mezzo, i sentimenti non sono mai tiepidi ma vissuti con grande passione.

Dicevamo di come Liberi di scegliere sia ispirato a una storia vera, quella di Roberto Di Bella, il giudice che attraverso il protocollo da cui prende il titolo il film combatte l’ndrangheta, togliendo ai boss la potestà sui propri figli e, in questa maniera, interrompendo la trasmissione del potere all’interno dell’organizzazione. La matrice realistica e l’impegno civile sono altre due elementi su cui è costruito il film.

Si, diciamo che questo film sono stato contento di farlo perché sposa la vera vocazione della RAI, nel senso che c’era la possibilità di raccontare una grande storia, capace di intrattenere con fatti realmente accaduti e con un lieto fine non forzato. L’intuizione che ha avuto questo giudice sta avendo un successo incredibile perché colpisce l’ndrangheta nella sua parte nevralgica, sradicandone alla base l’impianto mafioso.Tanto è vero che il Dipartimento di Grazia e Giustizia ha aperto un protocollo che si chiama, appunto, Liberi di scegliere, la cui finalità è quella di ampliare la portata dei suoi effetti. L’unica maniera per sconfiggere la mafia è cambiare le persone, trasmettendogli la consapevolezza della dimensione di violenza in cui vivono fin dalla nascita. Di Bella afferma che questa sarà una cosa devastante per i boss perché per la prima volta capiranno la miserabile vita che sono costretti a condurre, perennemente in fuga, isolati e reclusi in luoghi disabitati. A testimonianza di questo c’è il fatto che sono tutti sotto psicofarmaci, non riuscendo altrimenti a sopportare un simile degrado. Il tema civile è dato dal raccontare che le cose possono cambiare, facendo vedere gli sforzi della Stato attraverso la figura del giudice e di chi lo aiuta. Mi riferisco alla sociologa e allo psicologo, sgangherati come si conviene a chi lavora per uno stipendio che non li ripaga minimamente per ciò che fanno. Tra l’altro, lo Stato si appoggia quasi del tutto a Libera e ad altre realtà come questa poiché nel percorso di rinascita di tanti ragazzi il problema inizia quando si tratta di trovare famiglie alle quali affidarli. Poi mi piace pensare che oltre a questo Liberi di scegliere contenga un messaggio a cui tengo moltissimo e cioè che ognuno di noi, indipendentemente dai propri problemi, ha il diritto-dovere di prendere in mano la propria vita e decidere cosa farci. Come in Braccialetti rossi mi interessava togliere alle persone la scusa che non si possa scegliere la propria felicità, malgrado la situazione di partenza. Qui parliamo di un ragazzo immerso nella mafia che ha la possibilità di tirarsene fuori anche grazie all’aiuto di qualche mentore. Mi pare questa sia una grande possibilità di libertà.

Pur essendo un film sulla mafia non sono presenti sparatorie; la violenza rimane fuori campo ed entra in gioco solo nelle conseguenze psicologiche di coloro che la subiscono. Inoltre, lavorare su un archetipo come quello che recita “le colpe dei padri ricadono sui figli” ti permette di rendere la storia universale.

Sulla mafia sono stati fatti innumerevoli film. Per quanto mi riguarda avevo la presunzione di pensare che questo poteva essere diverso dagli altri, nel senso che i suoi effetti speciali – a parte la fuga in motocicletta – non sono le traiettorie dei proiettili ma le loro conseguenze. Siamo abituati a prodotti pieni di violenza e sparatorie in cui non si capisce mai cosa c’è dietro. Si tratta di lavori ben confezionati ma che vanno a fomentare la delinquenza perché i criminali sono presentati come degli strafighi, bellissimi e tatuati, mentre poliziotti e giudici o sono assenti o appaiono privi di qualunque appeal. È dunque normale che i ragazzi siano attratti dai primi. Secondo me era fondamentale parlare di quello che esiste prima e dopo questa violenza.

Parlando di come lo hai girato, Liberi di scegliere presenta uno dei tuoi stilemi più ricorrenti, che è quello di fare del paesaggio la cassa di risonanza dello stato d’animo dei personaggi. Indicativa è una delle sequenze conclusive quando, con una veduta dall’alto, restituisci la solitudine del boss. La disumanità della sua esistenza è esplicata dall’inquadratura sull’interno dell’ovile in cui l’uomo sembra quasi scomparire, sovrastato dalla moltitudine di pecore che ne circonda la figura. In più, cosa rara, associ la Sicilia – che nel film ha un ruolo visivamente marginale – alla speranza di salvezza del protagonista.

Non conoscendo così bene la Calabria, dove si svolge la maggior parte della vicenda, i sopralluoghi per la scelta delle ambientazioni mi hanno permesso di farlo per cui ho scoperto perché si chiamano le Calabrie, con il sostantivo usato al plurale: per le scene dell’inseguimento ho potuto constatare che luoghi tra loro vicinissimi diventano raggiungibili dopo ore a causa dell’alta compartimentazione del territorio. C’è poi la questione del dialetto e della cultura che cambiano nello spazio di pochi chilometri: dalla greca si passa a quella ionica e tirrenica, tutte messe a disposizione di una terra dotata di una ricchezza disperatamente arcaica e insieme antica. Un  luogo in cui il progresso è stato già tradito, come testimoniano le strutture industriali abbandonate e giacenti accanto alla bellezza di una natura da mito greco. Come dicevi tu si tratta di una storia super contemporanea ma con un carattere selvaggio e ancestrale, derivato dalla sua  ambientazione. Sono d’accordo sulla solitudine del boss. È questa la ragione per cui a un certo punto lo inquadro da un buco. Il vero sconfitto è lui. Prima lo vediamo nel super bunker di lusso dove si festeggia il Natale, ma in cui si consuma la tragedia della sua famiglia. Poi mi piaceva che per una volta la Sicilia fosse vista come una realtà salvifica.

Ancora sul tuo cinema. Sin dagli inizi i tuoi sono film pieni di facce pulite, cosa che almeno oggi va controcorrente rispetto all’estetica dei tanti bad boys di periferia che popolano le storie del cinema italiano. Mi dici qualcosa a riguardo?

È difficile rispondere a questa domanda. Nonostante tutto continuo a credere molto negli esseri umani, sia uomini che donne. Sono un padre di bambini anche piccoli per cui sapendo di rischiare punto tutto sull’uomo e su personaggi in trasformazione. Il dovere di ogni essere umano è quello della consapevolezza, così scelgo di raccontare persone che pur nella malattia (Braccialetti Rossi) o nel loro lavoro (Il maestro Manzi di Non è mai troppo tardi) sono capaci di provocare cambiamenti prima su se stessi e poi sul resto del mondo. Forse, come dici tu, cerco attori un po carini e puliti però lo faccio con il cuore. Questa cosa me la fai notare tu, ma a me sorge spontanea; le persone risuonano dentro di me e ciò fa sì che le ritenga adatte a ciò che cerco. Girando Maria di Nazareth ho creato una Madonna diversa da come mi ero immaginato: l’attrice era una tedesca (Alissa Jung, ndr.) alta e con una fisiognomica non tradizionale, eppure ha interpretato il ruolo alla perfezione.

Negli anni novanta tu e Amelio avete scosso il cinema italiano dal torpore in cui era precipitato dopo il vuoto lasciato dai maestri degli anni sessanta e settanta. Ladro di bambini, a Cannes, e Come due coccodrilli, sbarcato negli Stati Uniti e candidato ai Golden Globes, furono un vero e proprio shock cinematografico.

Ti dico, sono per scelta un outsider. Non frequento salotti, né colleghi per cui, forse, ho perso dei treni, però come ti dicevo sono contento di quello che faccio, scelgo i progetti più che le occasioni.

La domanda precedente voleva essere la premessa a quella che ti sto per fare sul risveglio che da più parti viene segnalato a proposito del nostro cinema. Com’è successo con te, mi pare ci sia una nuova generazione di autori in grado di stimolare una crescita del nostro movimento. Cosa ne pensi?

Purtroppo vedo poco cinema: un po’ perché è il lavoro che faccio, un po’ perché ho una famiglia che assorbe buona parte delle mie energie, quindi con tutta onestà, non voglio parlare di cose che non ho visto, Detto questo, come hai notato, sembra anche a me che siamo usciti dal torpore e dall’arrotolarsi su se stesso tipico di certi film semi intellettuali che o sono dei capolavori o, come quasi sempre succede, dei fallimenti. La RAI e il ministero ne hanno prodotti tanti ma non ne ho mai capito il criterio. Da spettatore, e senza fare nomi, si tratta di film che mi hanno lasciato davvero perplesso. Ben venga dunque questo ritorno al genere. D’altro canto da  genitore e da spettatore trovo un po’ pericolosa la deriva di violenza che sulla scia del cinema americano è molto presente in questo tipo di prodotti. L’Italia è stata grande per i suoi registi e per gente come Fellini e i neorealisti, capaci di andare oltre il genere. Questo non vuol dire che dobbiamo sentirci tutti autori altrimenti si ritorna al disastro che si è verificato negli ultimi trentanni. Io ho fatto lotte contro la censura ma sono favorevole all’autocensura. Ogni volta che mi propongono un film la prima domanda che mi faccio è quella se lo farei vedere ai miei figli. Noi siamo come dei cuochi. Entrare nelle case degli italiani è un privilegio ma può essere devastante, è come se fornissimo cibo all’anima delle persone. Molti non si rendono conto della forza e del potere che hanno le immagini. Questo non vuol dire che si debbano fare film noiosi ma, insomma, penso che tra questi due estremi ci possa essere una terza via.

Tu hai lavorato con due maestri del calibro di Olmi e Monicelli. Non posso non chiederti qualcosa del tuo incontro con loro.

Con Olmi non ho mai lavorato sul set. Con lui c’è stato un momento di grande vicinanza in cui ha usato con me il bastone e la carota, non mancando mai di gratificarmi. Io ho frequentato Ipotesi cinema, lui ha prodotto i miei primi lavori documentari, ma mai quelli di finzione, suggerendomi che preferiva vedermi camminare con le mie gambe. Mi ha sempre affascinato il fatto che prima di essere regista fosse un uomo capace di chiedersi ogni volta che senso avesse stare al mondo: come diceva lui, capire “perchè ogni mattina mi metto le scarpe”. Non sopporto quelli che vivono solo di cinema, mi annoiano profondamente. Del suo modo di fare film ammiravo l’aspetto epico e allo stesso tempo artigianale che è un po’ quello che cerco di fare, riducendo la macchina cinema al minimo indispensabile. Monicelli era una persona straordinaria, con lui ho lavorato come regista e aiuto regista. Nei titoli di coda de Il marchese del grillo il primo nome è il mio per cui gliene sarò sempre grato. Per me è stato un maestro di vita, con quella leggerezza mascherata da finto cinismo. In realtà era una persona generosissima. Mi ha insegnato tanto, a cominciare dal rapporto con troupe e produttori; in più mi ha trasmesso la forza di volontà nel perseguire i miei progetti. Lui aveva una potenza psicofisica pazzesca. A ottant’anni era sempre in piedi e non si faceva vedere mai stanco. Ho preso tantissimo da lui. Le troupe mi seguono perché, come faceva lui, mi do da fare anche più di loro. Non delegava nulla a nessuno e poi era un uomo abituato a dire sempre la verità, quindi anche a livello umano è stato un grande esempio. Mi ritengo fortunato a essere stato accanto a due persone cosi belle.

Utlima modifica: 21 gennaio, 2019



Condividi