Intervista a Mirko Locatelli e Giuditta Tarantelli, autori di Isabelle, l’intenso film con Ariane Ascaride

Abbiamo incontrato il regista Mirko Locatelli e la sceneggiatrice Giuditta Tarantelli, autori di Isabelle, il film interpretato dall'attrice francese Ariane Ascaride, dal 29 Novembre al cinema, distribuito da Strani Film e Mariposa Cinematografica

Incontrare il regista Mirko Locatelli e la sceneggiatrice Giuditta Tarantelli, a Milano, nel verde della piccola serra di casa loro, è stato davvero un piacere. Sorprende questo luogo così tranquillo e appartato, vicinissimo ai rumori cittadini che fin qui non arrivano. Che bella poi l’intesa tra i due mentre si raccontano, generosamente. Lei cura insieme a lui il soggetto e la sceneggiatura dei film: l’ultimo, Isabelle, dopo I corpi estranei del 2013 e Il primo giorno d’inverno del 2008. Le chiediamo se interviene anche durante la regia ed è lui a rispondere di sì; dice di cercare gli occhi di Giuditta quando ha l’impressione di tradire troppo i personaggi che hanno costruito insieme, perché in quel caso ha bisogno del suo incoraggiamento per andare avanti.

L’ultimo vostro film, Isabelle, porta la firma di entrambi nella scrittura. Come si lavora a quattro mani fin dall’inizio di un progetto filmico? Come vi organizzate, anche dal punto di vista pratico?

M.L e G.T. Non ci sono strategie fisse, ma il primo segreto è quello di alzarsi presto e lavorare con costanza, insieme, metodicamente, due ore ogni mattina, prima che la giornata prenda il sopravvento, perché la scrittura è un lavoro come un altro: ha bisogno di disciplina. E non importa se qualche volta si ha l’impressione di procedere lentamente, perché gli stimoli si depositano comunque e possono riemergere anche a distanza di tempo. Irrinunciabile per noi il rispetto della fase individuale prima del confronto (ciascuno tiene un diario per registrare riflessioni e suggestioni di letture, film, incontri), in modo che poi ci sia davvero l’apporto di tutti e due nel momento successivo della condivisione.

Per la prima volta avete scelto un personaggio femminile. Vi appartiene alla stessa maniera o, essendo una donna, per Giuditta c’è un’adesione maggiore, una sorta di maternità nei confronti di Isabelle?

G.T: No, non mi pare che Isabelle sia più mia rispetto ai protagonisti maschili dei due film precedenti.
M.L: Isabelle rappresenta un archetipo come gli altri nostri personaggi e come tale conta l’energia che emana al di là della contingenza dell’età o del genere. Difficile capire perché abbiamo scelto una donna per rappresentare una colpevolezza di cui non si vuole prendere atto, o forse non lo ricordiamo (l’idea è nata ormai circa dieci anni fa). Ogni volta però che scrivi qualcosa sui personaggi, maschili o femminili non importa, giovani o meno giovani, aggiungi qualcosa su di lei o su di lui, costruisci memoria, ciò che li porta ad essere quello che sono.

Giuditta, è così che nasce l’empatia che rende credibile il personaggio?

G. T: Sì, è un processo che va di pari passo con l’approfondimento. Impari a volergli bene via via che lo vedi crescere con i suoi aspetti positivi e negativi. Sempre di più poi mentre sotto i tuoi occhi acquisisce consapevolezza. Vale per Isabelle e per gli altri personaggi che abbiamo costruito nel tempo.

Ariane Ascaride veste i panni di Isabelle in modo perfetto. Viene da pensare che nessun’ altra avrebbe potuto farlo meglio. Avete pensato presto a lei già durante la scrittura?

M.L, G.T: Ci succede sempre che più ci avviciniamo al personaggio, più sentiamo la necessità di visualizzarlo. Anche per Filippo Timi che ha impersonato Antonio nel film precedente è stato così. A quel punto, scatta una sorta di motore propulsore che ti aiuta ancora di più a lavorare su di lui, su di lei: sai come potrebbe muoversi, come potrebbe guardarti. Sai allora cosa togliere e cosa aggiungere.

È stato facile ottenere la sua disponibilità?

M.L,G.T: Non ci sono stati problemi. Il film ha avuto tempi lunghi che non sono dipesi da lei. Ci siamo visti due volte a Parigi e insieme abbiamo riletto pazientemente la sceneggiatura, soffermandoci sui punti più significativi, quelli che sarebbero stati i momenti di svolta interiore di Isabelle. La sceneggiatura l’aveva già convinta, mancava solo che ci conoscesse; dopo il primo incontro ha accettato il ruolo.

E com’è stato dirigerla? Quando l’abbiamo incontrata a Milano, durante la presentazione dei film del marito, Robert Guédiguian, è sembrata una persona alla mano, ma anche con molta esperienza.

M.L: Quando si lavora con attori così bravi, bisogna stabilire fin dall’inizio le regole del gioco, solo così la recitazione diventa fluida. Per il personaggio di Filippo Timi, scarno, asciutto, la consegna era quella della sottrazione; per Ariane Ascaride, al contrario, il patto è stato di teatralizzare il dolore, con una presenza scenica esplosiva, non preoccupandosi mai di oscurare gli altri. Una specie di doppio salto mortale: Ariane fa Isabelle che s’impadronisce del palcoscenico, fingendo che tutto vada bene nel fiume di parole dietro il quale si nasconde.

È resa davvero in maniera molto convincente. Le frequenti soggettive ci fanno vedere la realtà con i suoi occhi e aiutano a non giudicarla, anche se razionalmente sappiamo che sbaglia, eccome! Oltre al talento dell’attrice e all’empatia di cui parlavamo prima, quali altre scelte registiche permettono una simile identificazione emotiva?

M.L: Intanto un’intimità che emerge fin da subito. C’è un avvenimento sconvolgente alla base della trama, per lei e per gli altri personaggi, che non viene mostrato. Alla base di questa narrazione si è scelto il non detto, il fuori campo che è nel film e nella vita di Isabelle. La sua debolezza emerge attraverso il racconto di cose che ha fatto e non avrebbe dovuto fare. A noi è dato conoscere solo una parte delle azioni che ha compiuto, come del resto per le persone reali che incontriamo. E così siamo costretti a intuire tutte le difficoltà nel prendere la vita nelle sue mani.

Al tuo terzo film, ormai possiamo dirlo con certezza, hai raggiunto la capacità di raccontare il dolore mantenendo una giusta distanza, quasi sempre senza superarne la soglia. Isabelle, è vero, ogni tanto piange, ma se non lo facesse non sarebbe il personaggio complesso che è. Come fai, in generale, a fermarti un attimo prima dell’esplosione emotiva?

M.L: È come una sorta di pudore che non ti permette di oltrepassare il limite se non sei invitato, come davanti ad una persona vera. Puoi importelo mentre scrivi, ma le scelte che contano le fai durante le riprese. Il bello del cinema, poi, è che c’è una terza scrittura, quella del montaggio, che ti permette di darti ulteriori confini. In più, se costruisci le scene in piano sequenza facendo in modo da avere più punti in cui interrompere l’azione, puoi tagliare alcuni momenti del racconto, se pensi che sia più efficace senza.

Il controllo nella regia ha fatto sì che tu abbia valorizzato anche la città di Trieste, in modo sobrio, non aggiungendo immagini della città solo per il gusto di farlo. È stato difficile resistere alla sua seduzione e usarla quanto bastava? Dosando gli esterni in modo così equilibrato?

M. L: Trieste è una bella signora che, sì, ti seduce e ti costringe a scegliere cosa mostrare. Per me, solitamente, più si avvicina il momento delle riprese, più sale l’ansia da inquadratura. Trieste te la amplifica perché hai la possibilità di usarla tutta quanta e devi decidere come farlo nella sua bellezza; ho cercato di ascoltarne il battito perché potesse farsi anch’essa protagonista. Volutamente non l’ho ripresa con le luci serali, perché sarebbe stato un altro film.

Con Isabelle hai lasciato quelli che hai definito non luoghi ne I corpi estranei, per location piuttosto pacate, nelle quali hai inserito gradevolmente Ariane Ascaride. Spesso di spalle, ma non lo stesso pedinamento di Filippo Timi nel tuo film precedente. Trieste però è anche quella del temporale improvviso, in cui la luce di colpo svanisce. È giusto pensare che si tratti di uno spazio mimetico, accuratamente rappresentato?

M.L: Uno spazio mimetico, non sempre; anzi, ho creato spesso un corto circuito tra le ferite del personaggio e l’ambiente solare. Un paese di temporali e di primule, diceva Pasolini. I temporali in Friuli arrivano inaspettati e donano una luce particolare con il sole che illumina d’improvviso la campagna, fa cambiare colore al verde. Deve passare l’acqua, perché la protagonista scopra delle cose di sé che altrimenti non avrebbe scoperto. Quindi, la pioggia fitta non è intesa come tempesta emotiva, ma, al contrario, come catalizzatrice della consapevolezza.

C’è già per voi un altro personaggio che aspetta di essere rappresentato? Un’altra storia che vuole essere raccontata?

M.L; G.T.: Si, stiamo lavorando a un nuovo progetto.

Stranamente Mirko Locatelli e Giuditta Tarantelli, finora così loquaci, tacciono. C’è bisogno di sollecitarli, quasi incalzarli. “Ci sarà un personaggio maschile che sente il tempo sfuggirgli di mano”. Sorridono e aggiungono un forse quasi all’unisono. “Sarà un film di acqua, che renda l’inverno e la fine dell’inverno, nella vita del protagonista. E un grande problema che, a differenza dei precedenti film, non sarà tangibile, ma tutto interiore, tutto esistenziale”.

Allora, verrà la primavera dell’anima nella prossima storia di Mirko e Giuditta?
(Glielo chiediamo e loro non dicono, ma continuano a sorridersi, complici).

Utlima modifica: 26 novembre, 2018



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