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Festa del Cinema di Roma: Light as feathers, esordio dell’olandese Rosanne Pel

La regista e sceneggiatrice mette troppa carne al fuoco, ponendo l’accento su svariati possibili ambiti correlati alla storia che racconta, senza elaborarne in modo soddisfacente nemmeno uno, ma affrontandoli tutti in modo troppo approssimativo per poter risultare efficace

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Light as feathers, esordio della regista olandese Rosanne Pel, presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma, è un racconto di formazione dal sapore minimalista che si focalizza sull’età adolescenziale, cercando di indagarne alcuni aspetti reconditi, senza però riuscire ad approfondirli adeguatamente. La regista e sceneggiatrice mette troppa carne al fuoco, ponendo l’accento su svariati possibili ambiti correlati alla storia che racconta, senza elaborarne in modo soddisfacente nemmeno uno, ma affrontandoli tutti in modo troppo approssimativo per poter risultare efficace.

La scoperta del sesso da parte di due adolescenti, Eryk e Klaudia, che vivono in un paesino rurale con un substrato culturale abbastanza limitato, è il canovaccio su cui viene intessuta la trama del racconto. La sessualità viene vissuta dai due e dal ragazzo in particolare, interpretato dal giovane Eryk Walni, in modo maldestro e irruento, talmente istintivo da diventare quasi animale, fino a perdere totalmente il senso del consenso e del rispetto dell’altra e a prevaricarla, senza avere alcuna coscienza del suo essere un individuo altro da sé e non un semplice oggetto di soddisfacimento dei propri bisogni. La vicenda si delinea tentando di fornire degli spunti di riflessione che possano in qualche modo, se non motivare, influenzare lo svilupparsi e il vivere la sfera sessuale in modo così rozzo e inadeguato. E allora vengono proposti, seppur non esplicitamente, l’ignoranza, l’essere cresciuti in un ambiente culturalmente ipostimolato in cui gli animali, così istintivi, sono parte centrale della quotidianità, rendendo vero e autentico il mondo di un ragazzo che però è incapace di distinguere tra gli istinti e l’affetto e si sente legittimato a dar loro sfogo indipendentemente da come si sente la persona che teoricamente ama o cerca di amare, senza averne gli strumenti; la metafora che allude più volte a similitudini con con gli animali, in alcuni punti risulta forzata e grossolana.

Altro spunto è dato dall’educazione impartita da un unico genitore, l’assenza quindi di un modello maschile su cui identificarsi e dal quale demarcarsi quando si delinea una propria individualità, una madre frustrata (Ewa Makula), gelosa e immatura, seduttiva, con atteggiamenti sessualizzati nei confronti del figlio, che non può certo trarre un’adeguata coscienza di quali dovrebbero essere i limiti; la genetica, si allude a un padre inesistente che probabilmente ha abusato della madre e che quindi possa aver in qualche modo influito sugli atteggiamenti violenti del ragazzo. Anche la reazione della famiglia agli abusi compiuti da Eryk, una volta scoperti, è vagamente incoerente con l’assenza di indicazioni accurate nella sua educazione, a favore invece di segnali ambigui da parte della madre. Probabilmente tale incoerenza è voluta e viene posta come ulteriore elemento dissonante nel favorire i comportamenti del ragazzo. C’ è una nonna materna che appare essere l’unico elemento sano di un nucleo familiare disorganico e trascurato. Ancora, l’adolescenza è rappresentata come un periodo in cui l’istinto sessuale, così come l’espressione della forza, caratterizza in maniera preponderante la vita di un ragazzo che è portato naturalmente a esplorarlo senza curarsi troppo di cosa comporta, con una prevalenza del corpo rispetto alla componente emotiva, o meglio una sorta di non corrispondenza tra corpo e anima, che è come se andassero a velocità diverse, con conseguente risentimento di qualsiasi forma di empatia.

Questi elementi sarebbero stati tutti delle risonanze interessanti su cui poter riflettere se fossero stati indagati e sviscerati in modo meno superficiale, ma vengono praticamente soltanto accennati e lasciati un po’ campati in aria, senza che vi sia alcuna argomentazione, esplicita o meno, a loro sostegno. Vi sono inoltre alcuni intermezzi avulsi dalla narrazione in cui vediamo lo svolgersi di momenti della quotidianità sia familiare che lavorativa e sociale dei due ragazzi, con interventi di personaggi secondari totalmente estranei alla storia che, probabilmente volti ad alleggerire la ruvidità del racconto, però non si fluidificano con lo stesso, risultando artificiosi e poco autentici.

Quindi, non del tutto riuscito, ma nemmeno non apprezzabile, questo tentativo comunque coraggioso di Rosanne Pel di trattare nel suo primo lungometraggio un tema così ampio e spinoso, anche se vi sarà tutto il tempo per lei per affinare gli strumenti di narrazione che risulta essere un po’ faticosa da assimilare, perché, a onor del vero, quando gli 85 minuti della visione di un film si percepiscono lunghi, qualche problema c’è.

  • Anno: 2018
  • Durata: 85'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Olanda
  • Regia: Rosanne Pel