36 Torino Film Festival: Il mio film da voce e chitarra – intervista a Duccio Chiarini, regista de L’ospite

Pur muovendosi all'interno di un filone popolare, quello dedicato alle storie sentimentali, L'ospite privilegia una verosimiglianza di toni e di interpretazioni che lo rendono una commedia diversa dalle altre. Con il regista Duccio Chiarini siamo entrati nei dettagli della sua realizzazione nel tentativo di capire i segreti della sua riuscita

  • Anno: 2018
  • Durata: 96'
  • Genere: Commedia, Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Svizzera, Francia
  • Regia: Duccio Chiarini

Una delle caratteristiche più azzeccate del tuo film è la scelta dei toni che scandiscono la vicenda dei protagonisti. Raccontando i problemi sentimentali di Guido e Chiara e dei loro amici riesci a stemperare i lati più drammatici della questione con un approccio sempre in bilico tra commedia e tragedia. Volevo capire come si fa anche dal punto di vista tecnico a ottenere un simile equilibrio. 

Quella del tono è forse la cosa che mi rappresenta di più, nel senso che è il momento in cui riesco a essere senza filtri e a scrivere come penso, raccontando ciò che mi fa sorridere nella vita quotidiana. La filmografia in cui mi sono formato e che mi ha segnato da ragazzo è ricca di film che hanno questa voce: penso a quelli di Allen, di Payne e Baumbach, e ai molti della commedia all’italiana che magari avevano toni più carichi ma non caricaturali: il mio pensiero va a Monicelli che era un maestro nell’alternare dramma e ironia, risata e pianto. È questo il tipo di sguardo dal quale nasce in maniera armonica la mia scrittura, destinata poi a influenzare tutto il resto a cominciare dalla scelta del cast, del modo di filmare, illuminare, montare.

Nel modo in cui il protagonista diventa in qualche modo il testimone delle vite degli altri e anche per il contesto umano che vi partecipa, L’ospite ha echi di Pensavo fosse amore e invece era una calesse di Massimo Troisi. E ancora di Allen e Moretti nel modo con cui il personaggio si rapporta con la realtà e, in particolare, nel far coincidere l’indagine su se stesso con quella effettuata attraverso l’osservazione di ciò che succede alle coppie che conosce.

Sicuramente il cinema di Allen cosi come quello di Troisi e Moretti mi ha segnato da adolescente non come il regista che ancora non sapevo di essere ma per questa commistione tra vita pensata e vita reale. Per me i film sono sempre stati un’esperienza che andava oltre la proiezione, erano dei compagni di strada i cui personaggi continuavano a riecheggiarmi dentro. Quell’ironia e quel modo di vedere le cose mi ha accompagnato anche nella mia vita personale, nel modo di relazionarmi alle mie prime storie d’amore, alle amicizie. Quindi penso che sia abbastanza naturale che tutto questo influenzi il mio sguardo e la pagina scritta. Forse quello che si può dire è che se penso al Michele Apicella dei film di Moretti che con il suo super io rappresentava anche il modo di essere degli anni settanta mi viene in mente una tipologia umana fatta di persone culturalmente affermate, che avevano la propria visione su un sacco di cose, sempre pronte a esternarla anche a costo di diventare ossessive e noiose nel sottolineare che “le parole sono importanti”. Tutti tratti che il personaggio di Guido non ha: lui tende a scomparire, a nascondersi, come incomincia a fare la nostra generazione che è meno sfrontata nel chiedere ciò che deve; le scene in cui lui viene fronteggiato dalla professoressa ma anche il mondo con cui se ne va – che in qualsiasi altro film dovrebbe essere il momento della più alta ribellione – è fatto in maniera goffa. Vista attraverso di lui la nostra sembra davvero una generazione schiacciata dalla personalità dei propri padri.

Altro elemento distintivo è la modalità di scelta degli attori. Anche da un punto di vista fisico e della recitazione essa appare il riflesso della normalità che emerge dai contenuti della sceneggiatura e che tu distribuisci in maniera democratica non prevedendo eccezioni tanto per i ruoli del protagonista che per quelli secondari. Lo sottolineo perché ciò rappresenta una lieta anomalia per commedie di questo tipo.

Mi fa piacere vedere che le mie intenzioni sono riuscite ad arrivare! La cifra, il tono del film è direttamente comunicante con la scelta del cast. Quando, nei mesi precedenti alle riprese, ho lavorato con il produttore e con il casting ho sempre insistito sul fatto che L’ospite nasceva come un film da voce e chitarra, da pub newyorkese, da cantautorato dell’east coast, quindi minimal. Se ci fossimo messi in testa di tratteggiare la coralità del film attraverso una grande orchestra, con trombe e batterie a cui dare fiato, avremmo perso l’indipendenza di sguardo e la leggerezza di rappresentazione, che è stata decisiva nella scelta degli attori: non solo di Daniele (Parisi) e Silvia (D’amico) ma anche di Thony, interprete di un ruolo altamente inedito per lei a causa dell’aria da brava ragazza della “sua” dottoressa siciliana, ma anche di Anna (Bellato) che ricorda un po’ Diane Keaton. Ho puntato tanto su di loro e se la cosa si nota mi fa davvero piacere!

Ringraziamoli dunque questi produttori!

Certo! Lo faccio volentieri, nei confronti di Tommaso Arrighi di Mood Film, a RAI CINEMA e, tra gli altri , a Michela Pini di Cinedokké e ancora a RSI.

Nella sceneggiatura emerge la capacità di saper intercalare i dialoghi con battute anche esilaranti che però non sono mai fine a se stesse, ma si integrano perfettamente con il resto del discorso. Visto che oltre a te a firmare la sceneggiatura ci sono anche Marco Pettenello e, soprattutto, Roan Johnson volevo sapere come si è tradotta sul piano pratico la vostra collaborazione.

A Roan mi lega un rapporto di profonda stima e di grande amicizia. In questo caso la storia del film è complessa nel senso che ho scritto con loro una primissima versione anni fa, poi dopo aver girato Short Skin mi sono reso conto che ero molto lontano da ciò che volevo quindi l’ho ripresa: una prima volta accompagnato da Pettenello, poi da solo. Io fondamentalmente lavoro in proprio, mentre questa sceneggiatura la firmiamo in quattro. Dell’impianto generale scritto con Davide e Roan resta un po’ l’idea e il mondo di riferimento, mentre i dialoghi sono miei.

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A fronte di una progressione abbastanza lineare, L’ospite prevede un succedersi di situazioni che incalzano il protagonista attraverso i continui cambiamenti di stato delle coppie di amici frequentate da Guido. La scrittura riesce a rendere la mutevolezza della realtà trasfigurandola nel ritmo dei dialoghi. Come hai lavorato su questo aspetto?

A livello di sceneggiatura L’ospite è anche abbastanza classico nel dipanarsi nei canonici tre atti. Tenendo conto di questo, la mia idea era quella di creare una fase di stallo, una stato di quiete al limite della noia, destinata a rompersi quasi subito, ma stentando a uscire da questa bolla esistenziale. Quando poi il protagonista esce di casa per trasferirsi in quelle di genitori e amici, lentamente, ma in maniera perentoria, è come se si formasse una palla di neve, una slavina destinata adesplodere per la quantica di casini in cui Guido si ritrova coinvolto. Si trattava quindi di procedere senza aver paura di entrare dentro la storia per poi lasciare che fossero gli eventi stessi ad accelerarla in maniera armonica.

Non hai sentito il bisogno di accennare alla precarietà lavorativa neanche come nota di fondo. Al di là del fatto che mi sembra una scelta coraggiosa, perché sembra che oramai la commedia non ne possa fare a meno, volevo chiedere se questo era il modo per non distogliere i personaggi ma anche lo spettatore dal tema centrale del film.

Si, sicuramente per me era importante fare come quei film francesi degli anni ’60, sul tipo di quelli girati da Claude Sautet, dove si prende un personaggio, lo si mette al centro della narrazione e poi gli si gira intorno attraverso punti di vista diversi. C’è quello che vede Guido in veste di amico, di figlio, di dipendente pubblico e di professore frustrato. A guidarmi è stata l’idea di entrare in questo mondo da angolazioni diverse. Il precariato è una delle tante prospettive e, ovviamente, questo finisce per pesare in termini di autostima nel momento in cui una generazione iper formata come la nostra, capace di conseguire tre o quattro master, non riesce poi a realizzarsi per mancanza di fiducia. Nella mia classe, al liceo, c’era uno che andava male e una che andava bene: vent’anni dopo, per percorsi lavorativi diversi, quella che andava bene si è ritrovata a mandare i curriculum a quello che andava male. Forse è sempre stato cosi, certo è che il precariato è solo un tassello, la vera difficoltà nasce dal dover gestire una libertà che prima non c’era.

Veniamo agli attori, e partiamo da Daniele Parisi. Oltre ad avere una maschera comica davvero rara, a lasciare il segno è il suo modo di cercare il personaggio lavorando sempre in sottrazione. Qual è stata la ragione che ti ha portato a sceglierlo per il ruolo di Guido?

Il personaggio che avevo in mente era molto diverso da Daniele, però nella realtà non esisteva alcun paragone capace di incarnarne la tipologia. L’unico che gli si avvicinava ero io che, però, mi son ben guardato dal recitare. Daniele aveva tante delle caratteristiche di Guido espresse in maniera diversa. Era lui in un altro modo, quindi, una volta che abbiamo deciso di lavorare insieme, ci siamo confrontati su questo punto, cercando di trasportare questo personaggio verso di lui.

Per il ruolo di Roberta, la cardiologa, che “letteralmente” si occupa del cuore di Guido, hai ripescato Thony. Ho usato questo verbo non a caso, perché per quanto è brava mi sembra che il nostro cinema si avvalga di lei con troppa parsimoniosa. Innanzitutto, sei d’accordo con queste considerazioni e ancora mi dici che tipo di attrice è sul set visto che lei è innanzitutto cantante e musicista?

Tony, così come Anna e tutti gli altri, è un’attrice favolosa nel senso che è vera. È credibile, sincera e onesta, perciò attraversa lo schermo e si rende  riconoscibile nei confronti del pubblico che in lei riesce a rivedersi senza alcun artificio. È con lo stesso intento che per il ruolo di Dario, l’amico donnaiolo, ho scelto Daniele Natali. In altri casi ci sarebbe stato un belloccio mentre per esperienza personale quelli che creano casini con le donne assomigliano a Natali e non a Luca Argentero, con tutto il rispetto che ho per lui.

L’ospite, lo dice pure il titolo, è un film sulla provvisorietà dell’amore. Quanto ti appartiene la sua visione?

Questo film mi appartiene molto, ma non solo nella dimensione di Guido. Mi riconosco anche in tutti gli altri, perché c’è una parte di me in ognuno dei personaggi, dagli slanci di costruire una famiglia ai casini che nascono perché mi impelago in altre storie, alle famiglie solide nelle quali mi identifico, che poi solide non sono, ai genitori che hanno la capacità di resistere a tutte le tempeste. È un film che rappresenta tante cose di me, ovviamente filtrate. Esse nascono come lava che poi si fredda attraverso la narrazione; ho cercato di trasportarle fuori da me e di avvicinarle a chi le ascolta. Spero di esserci riuscito.

Utlima modifica: 24 novembre, 2018



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