Connect with us

INTERVISTE

Carlo Cotti, il regista del film di culto Sposerò Simon Le Bon, si racconta a Taxi Drivers

Carlo Cotti, aiuto regista di Franco Zeffirelli, Alberto Lattuada, Nanni Loy e altri, regista di “Sposerò Simon Le Bon”, candidato al Nastro d’Argento 1987, documentarista e autore di testi teatrali, si racconta a Taxi Drivers. Intervista a cura di Giovanni Berardi

Published

on

C’era più di un bellissimo motivo per venire a trovare il regista Carlo Cotti. A Nettuno poi, nel luogo dove Carlo Cotti vive ormai da anni, da quando cioè ha fatto la scelta estrema di lasciare Roma, l’impero del cinema, e di lasciare anche il quartiere di Borgo Pio, al Vaticano, dove per anni aveva abitato. Nettuno, visto dal borgo medievale, dove avviene l’incontro con Carlo Cotti, imprime allo sguardo qualcosa che sa di storia, una storia che porta anche a Coriolano, l’eroe di Roma, tanto per attenerci a un titolo cinematografico, conduce poi all’insediamento dei volsci, oltre a quello dei saraceni. Oggi, invece, se allunghi un poco lo sguardo oltre, ancora più in avanti dove insiste, stagliato all’orizzonte, il promontorio del Circeo, immagini quasi che di là, oltre la sagoma, resta il sogno dell’America e per Carlo Cotti, certamente, il Circeo è anche la terra dove è sepolta Anna Magnani, la passione artistica di Carlo Cotti da sempre, insieme a Maria Callas.

Carlo Cotti ci confessa che adora, soprattutto all’albeggiare, percorrere questo lungomare, immerso nelle sue fantasie, nelle sue speranze. Anche nelle cose da fare, che, come dice, a settantotto anni compiuti non sono ancora tramontate. Carlo Cotti è una cultura cinematografica che esprime e determina quella che è stata, e rimane ancora oggi, la cultura del miglior cinema Italiano: Luchino Visconti, Mario Monicelli, Alberto Lattuada, Joseph LoseyFranco Zeffirelli, Nanni Loy, e restare a sentirlo, mentre ricorda e si esprime, mentre parla rapito da queste autorità culturali, significa abbandonarsi ad autentiche e precise lezioni.  Raffinato, colto, deciso, amante del dialogo perché, come dice “sono capace ancora ad ascoltare … “. Una costante: la passione per il lavoro fatto bene, profondo, analitico, estremo, per questo pensiamo che, proprio per questa sincera e poetica rigidità, la sua filmografia si sia risolta, per la grammatica spicciola del mercato, solo in tre titoli essenziali, e nessuno poi, per non fare oltremodo il santino, è davvero un capolavoro, e questo Carlo Cotti lo sa: Sposerò Simon Le Bon, Partire in quarta (o Bille en tète come ama chiamarlo il regista) e il televisivo Portami la luna. Anche se verso Bille en tète Carlo Cotti subisce un certo fascino ed orgoglioso, mentre ne parla, ci ricorda il cast: Thomas LangmannKristin Scott Thomas, Danielle Darrieux, Patrick Raynal; e poi gli estremi della recensione del critico Pino Farinotti: “Con Bille en tète, girato in Francia, il regista Carlo Cotti vuole fondere due stili, francese ed italiano. Era più facile provarci che riuscirci, ebbene Carlo Cotti ci è riuscito”. Noi aggiungiamo che, infine, in Portami la luna, insiste un cast di gran classe, Massimo Ghini, Sabrina Ferilli, Paolo Malco, una giovanissima Valentina Cervi.

Dunque Carlo Cotti, perché lasciare Roma per Nettuno?: “Anno 2012, crisi del cinema più devastante di tutte le altre …”, spiega in pillole, “ … avere tanti progetti e non riuscire a metterne in cartellone nessuno. Ben sette sono le sceneggiature pronte, e tutte premiate in vari concorsi, ma nulla da fare. Casa in affitto a Borgo Pio, Vaticano, pigioni carissime, certamente una materia non più sostenibile. La decisione quindi di lasciare Roma. Ma andare dove? La soluzione immediata è tornare a Milano, che mi ha visto  nascere, mi ha visto crescere, mi ha visto  amare e imparare il mestiere. Organizzo ogni cosa nel dettaglio, anche il trasloco. Ho visto impacchettare con dolore ogni mio oggetto, ho visto caricare il camion pronto con la destinazione di Milano. Ma prima c’era l’impegno di salutare un caro amico ad Anzio“. E qui avviene quella che Carlo Cotti chiamerà l’inversione improvvisa della la rotta: “Dopo aver pranzato ad Anzio è il mio amico che si propone di accompagnarmi, con la sua auto, a Roma. Usciamo dalla città di Anzio e subito ci imbattiamo nel lungo litorale con destinazione Ostia”. A questo punto, certamente, sarà il fascino particolare della via Ardeatina che sussurra, racconta, incoraggia, quella che è la beltà del paesaggio pontino, e poi i particolari profumi della riserva naturale di Tor Caldara, patria di bellissimi aironi, di testuggini, di odorosissimi asparagi selvatici e di funghi. E Carlo Cotti improvvisamente, come di rimando al suo amico: “Devo chiamare i trasportatori prima che prendono la via di Milano. A proposito, c’è un posto, un deposito, qui ad Anzio dico, dove poter sistemare la mia roba prima di trovare un alloggio dove vivere?”.  Carlo Cotti insomma, in quel frangente ardeatino, aveva deciso di posizionare le sue radici nella terra tra Anzio e Nettuno. Carlo Cotti è un adulto, ma è rimasto davvero un ragazzo, i suoi occhi vispi e curiosi poi lo confermano continuamente; in qualche maniera rimane un’autorità artistica che lo fa avvicinare e somigliare finanche ad autori quali Valerio Zurlini, Mauro Bolognini, Franco Brusati, Giuseppe Patroni Griffi.

Tra le cose che ancora oggi Carlo Cotti ricorda con affetto, ed anche con una grossa dose di rimpianto, è di non essere riuscito a girare la sua sceneggiatura Il ragazzo del pony express, che poi in realtà realizzò il regista Franco Amurri. Dice Carlo Cotti: “Ricordo bene quel periodo e quell’episodio. Il mio Il ragazzo del pony express era in realtà un’altra cosa. Intanto il rifiuto alla produzione è stato quello di non preferire come protagonista Jerry Calà. Che è anche un buon attore, per carità, ma non c’entrava, anche fisicamente, con la figura che io avevo scritto in sceneggiatura. Il mio personaggio aveva tutta un’altra caratteristica e anche un’altra età“.

In realtà, come poi ci ha raccontato Carlo Cotti, Il ragazzo del pony express era un progetto nato snocciolando un po’ quello che era il momento deputato per questo tipo di mestiere nuovo, a cui molti giovanissimi si affidavano, e Carlo Cotti aveva un nome per il personaggio del progetto, Eros Ramazzotti.  Dice Carlo Cotti: “Era un progetto, all’inizio, di poche pagine, dal titolo Uomini che corrono per il lavoro.  L’idea mi era nata dopo una telefonata di Piero Cassano dei Matia Bazar. Piero mi chiedeva di curare l’immagine di un video da realizzarsi per presentare un giovane cantante, Eros Ramazzotti appunto. Io avevo abbastanza fama nel mondo della musica per delle regie che avevo fatto di alcuni concerti. Perché poco si sa in questo senso, però molte volte dietro un acclamato concerto, vi è la regia, magari sottotaciuta, di un professionista. Parto per Milano a fare questa cosa qua, e nella capitale del lavoro, così veniva chiamata mi pare Milano soprattutto in quel tempo, mi imbatto proprio in questa realtà dei pony express. Nasce così quel progetto, subito amato, ricordo, dal produttore Claudio Bonivento e dalla mia agente Carol Levi. Ma poi le necessità produttive hanno cominciato a sindacare quelle che erano le mie intenzioni nel progetto cinematografico di Eros e ho lasciato il tutto nelle mani di Bonivento. Io di quel film firmerò solo il soggetto, che bene o male è rimasto il mio, almeno nelle sue intenzioni di cornice. La regia poi è stata affidata a Franco Amurri”.

Taxi Drivers_Carlo Cotti

Al cospetto di Carlo Cotti ora il pensiero corre ad altri tre set: Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, Risate di gioia di Mario Monicelli, Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, tre film esemplari nella splendida annata cinematografica dei sessanta che Carlo Cotti ha calcato da giovane attore, tre set vissuti e risolti anche, naturalmente, come autentici magisteri. Dice Carlo Cotti: “La passione fortissima che ho sempre nutrito per il teatro e per il cinema, sin da giovanissimo, mi ha fatto incontrare a Milano il set di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli, addirittura di trovarmi coinvolto in quel set come giovanissima comparsa “. Continua Carlo Cotti: “In quel periodo ero uditore nella compagnia di Giorgio Strehler a Milano, praticamente transito, da un giorno all’altro, dal mondo di Strehler a quello di Visconti, immagina quali Lezioni. Grandissimi maestri “.  Dunque, con il permesso dei genitori, che lo volevano invece ragioniere nell’azienda di famiglia, Carlo Cotti arriva a Roma. Recitare era la sua passione, mamma e papà capirono le sue aspettative e non si opposero.

E Carlo Cotti si trovò subito al cospetto di un altro maestro, Mario Monicelli, sul set di Risate di gioia. Noi ricordiamo che di quel set Mario Monicelli non è mai stato particolarmente convinto, anche quando lo raccontava, non avrebbe voluto mai usare la coppia TotòMagnani in quella situazione da avanspettacolo, ma il produttore Goffredo Lombardo era così entusiasta dell’idea tanto che Monicelli si convinse, dopo, che forse la sua impressione negativa era solo semplicemente personale. Carlo Cotti, invece, che di quel set ha seguito tutte le fasi, è convinto del contrario: “Monicelli in quel film riunì la coppia Magnani – Totò proprio per un omaggio sentito al mondo da cui, in realtà, provenivano i due fenomenali attori. E Monicelli lo ricordo completamente entusiasta di quel set“. Continua Carlo Cotti: “Il mio comunque era un ruolo piccolo, ma fatto grande dall’entusiasmo che avevo nel trovarmi tra la Magnani,Totò e Mario Monicelli. Dovevo fare semplicemente casino in metropolitana, la scena riguardava la sera dell’ultimo dell’anno, una scena che tra l’altro si era girata a maggio. Nel trambusto, nel gaudio, nella ilarità della festa, in qualche maniera, schiacciavo un piede a Tortorella, il personaggio della  Magnani. Stop, grida Anna, nonostante alla regia c’era Monicelli, per dire il polso di questa donna, e mi dice,  avvicinandosi con sospetto: a Mammolè, tu vuoi fare l’attore? Bhe, si, timidamente gli rispondo, lascia perdere fa lei, pensa alla regia, lavora da aiuto regista se puoi, poi fai il regista. I registi sono tutti attori mancati“.

Un quarto set, poi, esemplare per la carriera di Cotti, é vissuto come aiuto regista: Rosolino Paternò soldato, risolto al cospetto di Nanni Loy, con Nino Manfredi protagonista: “Questo set è stato un ritorno insieme a Nanni Loy. Di Nanni ho un ricordo splendido, è stato un regista esemplare, per correttezza, per simpatia, per doti umane. Il mio primo incontro con lui è avvenuto sul set de Le quattro giornate di Napoli, un film meraviglioso, un set per me importantissimo, un film che nella sua perfetta carriera di artigiano del cinema dopo non è più riuscito a replicare così perfettamente. Loy è stato un regista che davvero, in tutta la sua carriera, ha dovuto fare i conti sempre al centesimo tra le esigenze dei produttori e le sue esigenze d’autore. I suoi film quasi sempre sono stati la sintesi perfetta di questi contrasti.  Per questo Nanni Loy rimane davvero un grandissimo del nostro cinema e merita un riconoscimento maggiore“.    

Dopo tanto lavoro dietro le quinte del cinema italiano, e nelle varie forme possibili, come si è concretizzato poi il debutto alla regia di Carlo Cotti, in fondo un debutto anche un po’ tardivo ancora, per gli anni ottanta?  Dice Carlo Cotti: “Certamente si, debuttare a quarant’anni suonati era effettivamente tardivo, in quegli anni ottanta. Oggi invece sarebbe una cosa normalissima. Ma guarda, io non ho mai avuto premure di arrivare, volevo fare i miei film, certo, portare al cinema le mie storie, le mie sceneggiature, che piacevano a coloro a cui le portavo, e che poi non piacevano più, chiedevano tempo. E allora preferivo fare i miei  documentari, o altri che mi proponevano, e poi i caroselli pubblicitari, la regia delle opere liriche, il teatro. Una cosa a cui tengo moltissimo ancora è la regia teatrale di Harold e Maude, portata in tournèe in tutta Italia con, sulla scena, Paola Borboni e Bianca Toccafondi “. Continua Carlo Cotti: “In fondo nel mio debutto come regista cinematografico c’entra un po’ Franco Zeffirelli, altro mio grande maestro, perché ero in quel tempo impegnato alla regia della seconda unità, in Grecia, del suo film, Otello. Lì ricevo la telefonata della mia agente, Carol Levi, che mi propone la regia di un lungometraggio di finzione, Sposerò Simon Le Bon”. Naturalmente Carlo Cotti resta, in quel momento, spaesato: “Simon Le Bon? E chi è?“.  Carol Levi a spiegargli che Le Bon è il leader dei Duran Duran: “Duran Duran? E chi sono?“.  E la Levi anche a spiegargli che all’origine del film c’è pure un romanzo scritto da una giovanissima scrittrice, Clizia Gurrado:  “La Gurrado? E chi è?”.

Dunque con queste premesse di verginità assoluta, anche di meraviglia, si compie il debutto al cinema del regista Carlo Cotti. Oggi Sposerò Simon Le Bon rientra tra i film definiti cult del cinema italiano, quei film che restano ancora a metà strada tra il fenomeno di costume e la sciatteria, generata però, e soprattutto, da un poverissimo ingranaggio produttivo, ma girati sempre, e assolutamente, con grande professionalità, rigore e dignità.

Commenta