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Il solista

Posted on 28 luglio 2010 by Luca Biscontini

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La dicitura “Tratto da una storia vera” è un segnale forte e chiaro lanciato da sceneggiatori e da registi allo spettatore di turno, per metterlo in guardia su ciò che il film in questione sta per raccontare e mostrare alle sue orecchie e ai suoi occhi. Talvolta le storie che vengono portate sul grande schermo possono apparire talmente straordinarie e mirabolanti che convincere il pubblico della veridicità di fatti e personaggi che le hanno animate e vissute appare alquanto difficile. Arduo è più che altro convincere che certe storie, per quanto impossibili o magiche, non sono il frutto della fervida immaginazione di qualche addetto ai lavori trasferita prima su carta e poi su pellicola, ma la pura e semplice verità, seppur romanzata e sintetizzata attraverso parole, suoni, gesti e immagini.

La vicenda narrata ne Il solista di Joe Wright, in tal senso, non fa eccezione, seguendo la scia lasciata nel corso del tempo da migliaia di film che, nel bene e nel male, hanno raccontato le vite di altrettanti esseri umani, vite fuori dagli schemi di quella che ancora erroneamente ci ostinamo a chiamare ‘normalità’. Ma cosa è ‘normale’ e cosa non lo è?, anche perché, nella maggior parte dei casi, la linea che separa la follia dalla genialità è talmente sottile che riuscire a stabilire con certezza dove finisce l’una e inizia l’altra diventa compito difficilissimo. Questo è proprio il caso di Nathaniel Ayers, un prodigio musicale che, dopo esser stato dichiarato schizofrenico, ai tempi in cui frequentava l’Università, si troverà a suonare con il suo violoncello per le strade di Los Angeles con un unico grande sogno nel cassetto, esibirsi nella storica Disney Hall. Grande amante di Beethoven, l’homeless trova nel giornalista del Los Angele Times, Steve Lopez, un amico che proverà in tutti i modi ad aiutarlo ad esaudire il suo desiderio.

La mente del cinefilo corre inevitabilmente a un altro personaggio la cui esistenza, come quella di Ayers,  continua a consumarsi in perenne equilibrio tra genio e follia, ossia quella del pianista australiano David Helfgott, dichiarato pazzo, ma capace di grandi esibizioni, le cui gesta vennero raccontate nell’intenso e toccante Shine. A interpretarlo magistralmente nella pellicola diretta da Scott Hicks nel 1997, fu un immenso Geoffrey Rush, qui alle prese con il personaggio più sofferto e complicato della sua lunga carriera, che gli valse nello stesso anno Oscar e Golden Globe. Dunque è impossibile non accostare la figura di Helfgott a quella di Ayers e, di conseguenza, diventa automatico trovare punti di contatto tra il biopic firmato da Wright e quello diretto da Hicks. Entrambi si nutrono a loro modo di emozioni, perchè fanno dell’empatia e del coinvolgemento celebrale con lo spettatore i motori portanti. Entrambi godono e sfruttano a pieno delle monumentali interpretazioni dei loro protagonisti, con un Jamie Foxx in stato di grazia nei panni del violoncellista americano. Del resto, l’attore afro-americano non è la prima volta che si confronta e presta volto, corpo e voce, ad un film incentrato su un personaggio realmente esistito del mondo della musica (ossia il grande Ray Charles). Un ruolo non facile quello affrontato in Ray (di Taylor Hackford, 2004), premiato con un meritatissimo Oscar, che lo ha lanciato definitivamente nello star sytem internazionale. Ciò che distanzia le due pellicole è purtroppo la loro riuscita, con uno Shine che conserva intatta, dal primo all’ultimo fotogramma utile, una straordinaria e solida concretezza e immediatezza narrativa, frutto di un’attenta costruzione drammaturgica degli eventi e di un ottimo sviluppo dei personaggi in fase di scrittura della sceneggiatura. Componente drammaturgica che, al contrario, si rivela come l’accordo sbagliato nella sinfonia orchestrata ne Il solista da Wright, che si trova a fare i conti con uno script squilibrato firmato dall’autrice di Erin Brockovich (di Steven Soderbergh, 2000) Susannah Grant che, documentandosi attraverso gli articoli del vero Steve Lopez (qui interpretato in maniera impeccabile da un redivivo Robert Downey Jr.), mette su carta una struttura fragile e discontinua che, il più delle volte, si perde in un’artificiosa e meccanica concatenazione tra presente e passato (i flashback dell’infanzia di Ayers).

Da parte sua il regista londinese, classe 1972, alla sua prima regia a stelle e strisce dopo Orgoglio e pregiudizio (2005) ed Espiazione (2007), si limita a mettere in scena la storia con la precisione e la ‘pulizia’ stilistica già mostrate nelle opere precedenti. Grande attenzione per l’interazione tra spazio e attori (vedi la rappresentazione del quartiere losangelino di Skid Row, habitat e rifugio della grande popolazione dei senzatetto), oltre alla cura maniacale per i dettagli e per i movimenti di macchina. Il risultato è un film che sopravvive grazie alle riuscitissime interpretazioni della coppia Foxx-Downey Jr., alla cura visiva della messa in scena e a quelle poche ma convincenti sequenze che non soffrono di artificiosità narrativa, ma che si abbandonano al flusso naturale del racconto e ai duetti tra i protagonisti.

Francesco Del Grosso

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The box

Posted on 24 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Radiazioni BX: Distruzione Uomo (1957), L’Ultimo Uomo sulla Terra (1963), L’Uomo dalle Due Ombre (1970), 1975 Occhi Bianchi sul Pianeta Terra (1971), Duel (1973), Echi Mortali (1999). Ce n’è per tutti i gusti: abbastanza storia della settima arte affinchè gli appassionati di fantascienza e dintorni non si lascino sfuggire l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Richard Kelly, tratta, come i film citati in apertura, dall’opera letteraria di Richard Matheson, indiscusso maestro della letteratura di genere americana e fonte d’ispirazione sempre verde per il cinema statunitense.

The Box rafforza la candidatura del regista di Donnie Darko (2001) ad aspirante ‘run for cover’ del maestro e modello David Lynch, mostrandocelo ancora una volta per quello che è: autore tutt’ora acerbo, comunque riconoscibile, e per questo non privo di fascino, nel suo impegnato affannarsi alla ricerca di un punto di equilibrio tra presuntuosa incomunicabilità e desiderio latente di entrare definitivamente nelle grazie del grande pubblico. Di buono c’è che il disastro di critica e botteghino di nome Southland Tales (2006) appaia, ormai, come un lontano ricordo. Al suo posto una prova registica quadrata e coesa, attraversata dalle consuete bizzarrie prossime all’involontaria autoironia, in questo caso sfacciatamente debitrici nei confronti di Terrore dallo Spazio Profondo.

Kelly lavora con personalità e cervello sull’asciutta sintesi della matrice novellistica, scava tra le righe e attraverso le pause della punteggiatura, al fine di appropriarsi del significato stesso dell’originale. Sua l’idea di aggiungere alla diade cartacea marito-moglie la figura chiave del figlio, di fatto assente nel racconto “Button, Button”. Altrettanto personale la scelta di abbandonare sceneggiatura e macchina da presa attraverso inesplorati territori narrativi, sospesi a metà tra presenze aliene e federali esperimenti socio comportamentali. Kelly non sa che farsene del ritmo e della geometria tipica del genere, tanto che alla classificazione cinematografica continua a preferire, qualche volta a torto, le improvvise inquietudini visive: siano esse un flash luminoso, uno sconosciuto alla finestra o la sala lettura di una biblioteca satura di menti lobotomizzate. Impossibile non riconoscergli una sapiente capacità di costruzione della suspense, così come un’innegabile maestria e gusto nel trattare l’obiettivo; è altrettanto giusto, però, sottolineare, ancora una volta, l’ingiustificabile desiderio di aggiungere e stupire comunque (vedi le citazioni di Sartre, quanto meno fuori luogo). Anche quando lo spettatore non ne sente assolutamente la necessità.

Luca Lombardini

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Toy Story 3 – La grande fuga (3D)

Posted on 07 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Aprire la scatola dei giocattoli è un po’ come far riaffiorare la nostra infanzia rispolverando l’armadio dei ricordi. Chi non si è trovato durante un trasloco, o fra le pulizie primaverili che sottendono un nuovo capitolo della nostra vita, a rovistare tra mille oggetti, sentenziando su quali fossero da salvare e quali no, per gettare, poi, con tenerezza ed una punta di nostalgia, lo sguardo al fotogramma della propria fanciullezza, ai compagni di plastica e peluche che pur senz’avere un cuore hanno animato i primi istanti della nostra esistenza?

Sono quei momenti veri, comuni ad ognuno, che ben conoscono gli autori del film, i tasselli di un naturale passaggio che ci lega indissolubilmente al destino di Toy Story 3 ed ai suoi protagonisti. Woody e Buzz hanno ormai accettato l’idea che il loro padroncino possa un giorno crescere, ma come reagirebbero se arrivasse veramente quel giorno? Giunta l’età del distacco, per Andy si avvicinano i giorni della partenza verso il college, uno status che metterà in agitazione tutti i giocattoli alle prese con un futuro alquanto incerto. Con la paura della discarica sempre in agguato ed un biglietto di sola andata per il “Sunnyside”, un asilo tempestato di indomiti bambini senza rispetto per i nuovi arrivati, il gruppo di giocattoli tenterà la ‘grande fuga’, spinto dal motto “tutti per uno e uno per tutti”.

All’avventura si uniranno anche nuovi personaggi stravaganti che dietro una facciata “sorridente e coccolosa” nascondono, in realtà, una doppia personalità: è il caso dell’ambiguo Lotso, l’orsacchiotto che profuma di fragola o di Ken, l’ultra accessoriato personaggio dell’universo femminile di Barbie, che arricchiranno la pellicola con il loro imprevedibile carattere. Ma i protagonisti non finiscono di certo qui, così come le innumerevoli voci ‘in prestito’ dei doppiatori nostrani dove, oltre a Fabrizio Frizzi e Massimo Dapporto, ritroviamo Ilaria Stagni, l’esuberante cowgirl, Renato Cecchetto ovvero Hamm, Angelo Nicotra e Cristina Noci nei ‘pezzi’ di Mr. E Mrs. Potato, Carlo Valli, il dinosauro Rex, Piero Tiberi alias Slinky, il cane a molla, e la biondissima Barbie, ‘interpretata’ da Claudia Gerini, protagonista della ‘love-toy’ story con Ken. Alimentano la lunga lista di personaggi anche i contributi di Riccardo Garrone, Fabio De Luigi, Giorgio Faletti e Gerry Scotti.

A rimandare temporaneamente lo spettacolo, comprensivo di una straordinaria sequenza d’avvio frutto delle fantasie ludiche di Andy, è lo short “Quando il Giorno incontra la Notte”, un piccolo assaggio in pieno stile Pixar. Delizia degli occhi per piccoli e grandi, Toy Story 3 si mostra nella sua luce migliore offrendo colori e suoni più vividi che mai, merito del monumentale lavorio di casa Pixar. Il 3-D, invece, appare, ancora una volta, un mero rituale da osservare a distanza. Se è lecito confidare nelle capacità dello studio disneyano, nella mente dei più scettici potrebbe annidarsi il pensiero di un ennesimo episodio che ha poco da raccontare. Niente di più sbagliato poiché la magia degli Studios si ripete ed il risultato è del tutto sorprendente. Ancora una volta il ‘road movie animato’ sa conquistare con una storia che è al contempo di formazione ed intrattenimento, capace di esplorare il legame esistente tra i giocattoli ed i loro padroni, veicolando sentimenti significativi dal valore universale. E prima che il proiettore possa tacere c’è il tempo per gonfiare gli occhi e lasciar cadere qualche lacrima. Un crimine definirlo ‘film per bambini’. Adesso la trilogia può dirsi compiuta: Buena vista!

G. M. Ireneo Alessi

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Eclipse

Posted on 07 luglio 2010 by Luca Biscontini

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Eclipse è il mio libro e ora il mio film favorito: prende tutto l’amore e l’azione di Twilight e li porta al massimo, come pure il nostro triangolo”. Così, durante la presentazione a Roma dell’attesissimo film, Taylor Lautner, accanto a Kristen Stewart, racconta come la storia sia più compiuta, matura e ricca di svolte decisive.

In poco più di cinque anni, i libri di Stephenie Meyer diventano un vero e proprio fenomeno editoriale e, dal 2008 ad ora, la trasposizione cinematografica ne ha accresciuto la popolarità creando un vero e proprio mito.

Moderna trasposizione de La bella e la bestia, la saga di Twilight non solo ricalca alcuni tratti tipici della favola, ma aggiunge ad essa un tono epico, cupo ed a volte horror. Non più mostri, ma vampiri e licantropi sono i nuovi volti dei belli e dannati, tanto affascinanti e coraggiosi, quanto sfuggenti e glaciali, in continua lotta per la supremazia della propria specie sull’altra.

In questo episodio, Bella Swan (Kristen Stewart) deve scegliere tra il diafano e sfuggente vampiro Edward Cullen (Robert Pattinson) ed il focoso lupo Jacob Black (Taylor Lautner), mentre Victoria (Bryce Dallas Howard), la vampira cattiva, è ancora in cerca della sua vendetta. Nel frattempo, i Neonati, un esercito di vampiri assetati di sangue, stanno crescendo a tal punto da costringere i Cullen e i licantropi ad unirsi per combatterli. Nel momento in cui tutti si preparano allo scontro, Bella scopre alcuni segreti sul branco dei lupi e sul passato di alcuni membri dei vampiri della famiglia Cullen.

Dopo Catherine Hardwicke in Twilight e Chris Weltz in New Moon, l’ultimo regista chiamato a girare il terzo episodio della saga più famosa degli ultimi anni è David Slade (Trenta giorni di buio, Hard Candy).

Girato in 11 settimane a Vancouver – negli studi della British Columbia – ed ancora una volta sceneggiato da Melissa Rosenberg, Eclipse si presenta come l’episodio più dark, il più ricco di azione, in cui proliferano combattimenti epici, e dove le scelte si presentano ai protagonisti come irrinunciabili ed imminenti. Al racconto tanto epico quanto contemporaneo, Slade – andando affondo nel passato dei personaggi grazie all’uso ripetuto di flashback – affianca una storia stratificata, complessa ed avvincente, in cui aumentano le scene ambientate negli anni ’30, alcune in stile Western ed altre ancora che ritraggono il ‘700 e l’800, così da mostrare gli avi dei moderni mostri protagonisti.

Più eclettico, più denso, e certamente più cinematografico dei precedenti, nel film si alternano le gelosie dei due freaks per Bella alle scene chiave delle battaglie tra le due specie. I personaggi crescono di numero, le storie si intrecciano, il passato delle due razze a tratti viene svelato: così Eclipse, oltre che per un registro mitico del tutto rigenerato, si distingue dagli altri episodi anche per uno stile visivo assolutamente inedito .

Martina Bonichi

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Poliziotti fuori

Posted on 21 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Esiste un modo giusto di fare il poliziotto e uno sbagliato. Poi ci siete voi”. E’ con questa battuta, prima fra tante, che si descrive nell’ultimo film del regista ed attore Kevin Smith quello stravagante modus operandi dell’essere poliziotto. Jimmy Monroe (Bruce Willis) e Paul Hodges(Tracy Morgan) rappresentano la coppia di poliziotti più originale di New York.

Jimmy è separato da molti anni ed è preoccupato di non riuscire a pagare il matrimonio di sua figlia. Paul invece è spesso distratto dal proprio lavoro perché ossessionato dall’idea che la moglie possa avere un amante. Durante una delicata missione in cui devono arrestare una banda di narcotrafficanti messicani, i due mandano l’intera operazione all’aria per la distrazione. Nonostante la sospensione dal servizio, la coppia continua a lavorare contro il crimine, riuscendo alla fine a dimostrare di saper fare il proprio lavoro e a gestire i problemi familiari.

“Il punto forte del film” dice il regista “è stato quello di far interagire i due personaggi. Il film si basa proprio su questo, con in più tanta azione, molta più di quanta io ne abbia mai realizzata”.

Dopo il successo strepitoso ottenuto con il film d’esordio, Clerks- Commessi (1994), Kevin Smith, per la prima volta partendo da una sceneggiatura scritta da altri, costruisce Poliziotti fuori principalmente sull’interpretazione attoriale, puntando decisamente sul dialogo veloce e brillante affidato non solo ai due attori protagonisti, ma anche agli altri interpreti, Adrian Brody e Kevin Pollack.

Stemperando il granitico ruolo da duro, l’interpretazione di Bruce Willis ricorda certe situazioni comiche di FBI. Protezione testimoni (2000) e riesce a bilanciare, in più di un’occasione, l’eccessiva verve demenziale che emerge dal ruolo interpretato da Tracy Morgan.

Entusiasta della sceneggiatura, Kevin Smith si dedica ad una regia divertente e leggera, descrivendo il lato comico del genere poliziesco. Per mettere in luce l’aspetto stravagante e caricaturale del genere, il regista sceglie due attori opposti e, al tempo stesso, capaci di esprimere le caratteristiche adeguate per la perfetta riuscita di un’action comedy.

Costruendo i due personaggi sulle figure di Gianni e Pinotto – i personaggi resi famosi nei film anni ‘40 dei registi Bud Abbott e Lou Costello – Kevin Smith, nell’ultimo film Poliziotti fuori, riesce ad esprimere, attraverso la prorompente comicità ed azione, l’alchimia instauratasi sin dall’inizio fra i due attori.

Martina Bonichi

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City Island

Posted on 19 giugno 2010 by Luca Biscontini

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“Qual è, tra tutti i tuoi segreti, in assoluto il più segreto?” È attorno a questo interrogativo che germoglia e si sviluppa la struttura narrativa di City Island. La pellicola, scritta e diretta da Raymond De Felitta, parla di segreti e bugie, verità e finzioni, maschere e identità. Per portare sullo schermo queste tematiche, De Felitta punta sul genere della commedia e racconta, in uno stile tanto divertente quanto sobrio, le vicende della famiglia Rizzo.

Vince (Andy Garcia), il capofamiglia, è secondino in un carcere del Bronx, dove incontra casualmente un detenuto che attira da subito la sua attenzione: Tony Nardella (Steven Strait). Vince capisce subito che il ragazzo è suo figlio illegittimo, frutto di una fugace storia con la donna sbagliata, abbandonato ancor prima della nascita. Senza rivelare né a Tony né alla sua famiglia la verità nascosta, Vince porta il ragazzo a casa sua, sotto la sua custodia, portando al centro del suo nucleo familiare il più segreto di tutti i suoi segreti. Non certo l’unico segreto. Che dire delle finte partite a poker, che Vince usa come copertura per nascondere non una tresca segreta, ma delle innocenti lezioni di recitazione? Che dire del vizio del fumo, ben lungi dall’essere superato? Che dire di quell’universo di passioni e aspirazioni sempre taciute? E se è vero che una mela non cade mai troppo lontano dall’albero, ecco venire a galla velocemente i segreti di tutti gli altri componenti della famiglia. La madre Joyce (Julianna Margulies) nasconde gelosie e paure, sospetti e insicurezze, che la portano presto sull’orlo dell’insoddisfazione sentimentale. Il piccolo Vinnie Jr. (Ezra Miller) nasconde le sue tendenze sessuali feticiste, camuffandole dietro atteggiamenti che lo fanno apparire assolutamente fuori dalle righe. Quanto a sua sorella Vivian (Dominik Garcia-Lorido), dopo essere stata espulsa dal college e aver perso la borsa di studio, è dedita ad attività tutt’altro che culturali, che la vedono spogliarellista in un locale notturno del New Jersey.

City Island è l’ironico ritratto di una famiglia che, come tante, vive di amori e di tensioni, di affetti e di conflitti, di paure e di speranze. Dai personaggi adulti ai più giovani, tutti in City Island vengono ritratti con un’attenzione critica e originale, che si traduce a livello visivo in una fotografia ricercata, merito del talento del croato Vanja Cernjul. Questi cattura scorci eloquenti di una vita intima e familiare, accompagnando l’occhio dello spettatore attraverso finestre, porte, corridoi, strade. E la fotografia è anche quella degli spazi e dei luoghi in cui si ambienta il film: non la New York mondana e caotica già nota a molti, ma la realtà più periferica e forse più autentica, che ben si sposa con gli intenti della narrazione. La pellicola, infatti, fa luce sulla periferia nascosta delle nostre vite: non il centro costruito e addobbato, ben illuminato da insegne al neon, che ogni giorno mostriamo al pubblico, bensì la strada più fuorimano che serpeggia nelle nostre vite, quella che spesso si percorre da soli, dove abbiamo relegato ‘il segreto più segreto tra i nostri segreti’. All’azzeccata scelta scenografica e al montaggio attento e intelligente, si aggiungano delle eccellenti prove attoriali e una sceneggiatura brillante ed efficace. Il risultato è una commedia assolutamente gradevole e ben fatta, un prodotto fresco e leggero ma al contempo stimolante, che fa sorridere ma anche riflettere.

Raymond De Felitta cita, fra le sue fonti di ispirazione, le influenze stilistiche di Pietro Germi (Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata), che riusciva a raccontare in modo divertente e reale situazioni spiacevoli della vita quotidiana; i ritratti psicologici di Woody Allen (Hannah e le sue sorelle, Manhattan), sempre sull’orlo dell’abisso emotivo; l’umorismo di James L. Brooks, che convive con una complessità di emozioni ben miscelata. Eppure, guardando City Island, non si può fare a meno di ricordare anche le antiche commedie plautine, tutte giocate sul labile confine che divide il vero dal falso, il noto dal segreto. Come Plauto, anche De Felitta costruisce una commedia di equivoci in cui una bugia non finisce mai nel momento in cui viene detta, ma germoglia e si riverbera per tutta la durata della storia, fino all’agognato lieto fine. E City Island contiene, come molte commedie plautine, tematiche identitarie (tipiche delle Commedie dei Sosia), rivelazioni improvvise di paternità (ricorrenti nelle Commedie dell’Agnizione), nonché rappresentazioni iperboliche e vivide di situazioni e personaggi (come nelle Commedie dei Caratteri). E come tutte le commedie di Plauto, anche l’ultima creazione di De Felitta può contare su un elemento di sicuro successo: la Vis Comica.

Silvestro Capurso

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A-Team

Posted on 18 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Arriva sul grande schermo anche la trasposizione di A-Team, una delle serie tv cult degli anni 80, nostalgico ricordo per più di una generazione. A rinverdire i fasti del gruppo di veterani di guerra non è uno qualsiasi. Joe Carnahan ha esordito con l’interessante ma produttivamente cheap Blood, Guts, Bullets and Octane (1998), per farsi poi notare con l’ottimo noir metropolitano Narc (2002) e il rocambolesco Smokin’ Aces (2006), mostrando un gusto fuori dal comune, soprattutto nelle scene action.

In A-Team esprime all’ennesima potenza queste capacità, mostrando non solo una precisione registica quasi chirurgica, ma soprattutto un’inventiva inusuale nella costruzione delle scene d’azione. Il film riprende i personaggi principali della serie tv, vestendoli con le figure di alcuni dei nomi di punta di Hollywood. Quindi l’Hannibal Smith di George Peppard viene interpretato da Liam Neeson (Schindler’s list), lo Sberla di Kirk Benedict è Bradley Cooper (Una notte da leoni), Murdock che nella serie era interpretato da Dwight Schultz qui è Sharlto Copley (District 9), e il massiccio B.A. Baracus, modellato sulle fattezze di Mr T, è interpretato dal campione di arti marziali miste Quinton “Rampage” Jackson.

Soprattutto nella prima parte del film, in cui viene raccontata ‘l’untold story’ su come il team si è formato, i personaggi risultano abbastanza snaturati rispetto al modello originale, spesso abbozzati e caricaturali. Per fortuna la pellicola riprende con una marcia in più nella seconda parte, diventando una sorta di puntata lunga della serie tv. Carnahan punta sulla spettacolarizzazione della violenza, di fatto allontanandosi dal concetto della serie originale che, pur in un contesto bellico, si poneva in modo pacato nei confronti di un’audience popolare. Il regista, quindi, cerca un aggiornamento secondo i canoni odierni del genere action, partendo da alcune premesse che si basavano troppo sulla forza dei personaggi per essere replicate totalmente. Azzeccata l’idea di affidare uno dei ruoli cardine della storia a un’altra icona delle serie tv anni 80. Quel Gerald McRaney noto i più per le serie Simon & Simon e Major Dad.

Gianluigi Perrone

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Gentlemen Broncos

Posted on 04 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Esce anche in Italia la nuova opera di Jared Hess, regista di Napoleon’s Dynamite (2004) e Nacho Libre (2006), mantenendo le caratteristiche sia contenutistiche, incentrate su personaggi ai margini ma con una forte volontà di rivalsa, che visive, spesso accostate a quelle del Wes Anderson dei film precedenti.

Gentlemen Broncos è il lavoro più personale e maturo del regista, rappresentando una summa dei suoi temi. Il giovane Benjamin ama scrivere per diletto storie di fantascienza spicciola, sognando un giorno di essere pubblicato. Un giorno partecipa a un seminario per giovani talenti in cui il tronfio scrittore di successo Chevalier mette in palio una piccola pubblicazione. Peccato che questi sia in totale crisi creativa e, leggendo la storia di Ben, decida di appropriarsene pubblicandola a suo nome. Intanto Ben finisce nelle mani della più scalcinata delle produzioni cinematografiche amatoriali che devasta totalmente il suo romanzo. Come da tradizione, Hess costella la provincia americana di personaggi surreali al limite del grottesco: una madre ossessionata dalla sartoria, un dispettoso angelo custode con un boa albino diarroico, un’approfittatrice completamente obnubilata dalla smania di successo e l’ombra di un padre defunto che è la proiezione di Broncos, il protagonista del suo romanzo sci-fi.

Il tema che proietta la storia rispecchia la frustrazione di un protagonista talentuoso, che si trova a fare i conti con il più becero degli star system e la mediocrità che lo circonda. Un sottile atto di accusa verso quello che è il mondo del cinema, costantemente ostacolato da figure improponibili. Dialoghi esilaranti accompagnano il concetto che c’è chi si sente istituzionalizzato a rendere diktat idee senza né arte né parte. Particolarmente ispirata l’idea di mostrare il racconto di Benjamin attraverso la sua immaginazione e quella invece del superficiale e tonto Chevalier che, oltre ad essere assolutamente esilarante, la dice lunga sulla prospettiva di concepire un prodotto artistico. Peccato che il doppiaggio italiano si prenda ben più di una libertà. Cambiando i dialoghi in maniera spesso volgare, il che diventa ancora più grottesco considerando che si tratta di un film che parla di rispetto verso l’opera artistica.

Gianluigi Perrone

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Humpday

Posted on 01 giugno 2010 by Luca Biscontini

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Vincitore del Premio Cassavetes all’Independent Spirit Awards e del Grand Prix del Sundance Film Festival, Humpday è il terzo film diretto dalla regista Lynn Shelton. Per il suo ritorno dietro la macchina da presa, Shelton punta sul genere della commedia e racconta la storia di due amici di vecchia data che si ritrovano dopo anni di lontananza.

Ben (Mark Duplass) conduce una vita tranquilla e regolare, con un lavoro stabile, una casa, una moglie adorabile (Alycia Delmore). Andrew (Joshua Leonard), al contrario, gira per il mondo e non ha ancora trovato la stabilità. Insegue le sue velleità artistiche senza però riuscire a produrre qualcosa di concreto. Una notte, dopo una festa decisamente allegra e con la complicità dell’alcool, i due sembrano ritrovare con grande facilità l’affiatamento di un tempo, e si coinvolgono reciprocamente in un folle progetto: partecipare a un festival porno-cinematografico amatoriale. L’idea del porno gay con i due protagonisti eterosessuali è lo spunto attorno al quale fioriscono le principali tematiche della pellicola: il sesso, l’amore, l’amicizia.

Humpday è una commedia più intelligente che divertente, che suscita non tanto la risata quanto la riflessione. Attraverso il confronto di due differenti identità si snoda il confronto tra diversi mondi e schemi comportamentali, con i relativi punti di distanza e di contatto. La commedia diretta da Shelton indaga la relatività delle comuni definizioni e distinzioni, esplora la permeabilità tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e ciò che invece pensiamo di essere. La storia di Ben e Andrew alle prese con il loro spinoso progetto video-amatoriale è una storia di domande e dubbi apparentemente adolescenziali, ma in realtà senza tempo. E come tutte le storie di domande e ricerche identitarie, Humpday parla anche della paura: paura di crescere, paura di trovarsi ingabbiati in una vita che non appaga, paura di non realizzarsi, paura di esplorare le zone nascoste della propria personalità. L’umorismo del film è quindi sempre funzionale alla riflessione e non è mai gratuito. Più che di comicità di battuta si potrebbe parlare di comicità di situazione, con i due protagonisti che esplorano goffamente il territorio vergine della propria intimità.

In questo genere di comicità, Humpday si rispecchia abbastanza fedelmente nel movimento di cui fa parte: il Mumblecore. Il Mumblecore è un movimento americano tipico di un certo cinema indipendente al confine tra la fiction e la spontaneità documentaristica. Caratterizzato a livello verbale e testuale da ritmi colloquiali e dialoghi spezzati, il Mumblecore riprende l’onomatopea fumettistica del “mumble mumble”, tipica di chi rimugina tra sé e riflette. I dialoghi di Humpday rientrano in questi canoni e hanno reso abbastanza difficoltoso il lavoro di traduzione e doppiaggio della pellicola. Forse è per questo che il doppiaggio italiano lascia abbastanza a desiderare. Pur puntando sulla popolarità di due personaggi molto amati dal pubblico italiano – Lillo e Greg prestano le voci a Ben e Andrew – la versione doppiata non convince, né soddisfa, e rovina la scioltezza di dialoghi brillanti. Sarebbe forse consigliabile, quindi, poter godere di questo Mumblecore movie nella sua versione originale. Un altro consiglio: a proiezione finita, meglio aspettare la fine dei titoli di coda.

Silvestro Capurso

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The hole in 3D (Fantafestival 2010)

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo l’ennesimo trasferimento, i giovani fratelli Dane (Chris Massoglia) e Lucas (Nathan Gamble), insieme alla madre Susan (Teri Polo), si stabiliscono in un piccolo centro lontano dalle grandi città, con l’intenzione di metter radici. Almeno sino a quando l’ex marito della donna, e padre dei due ragazzi, un uomo malvagio e violento, non riesce a trovarli.

Dal momento della difficile separazione, infatti, Susan ha cercato in tutti i modi di far perdere le proprie tracce, in modo da tenere lontano dai figli il violento ex.

Appena insediati nella nuova abitazione, Dane e Lucas, in compagnia di Julie (Hanley Bennet), la giovane ragazza della porta accanto, scovano in cantina una misteriosa botola ben serrata da numerosi lucchetti.

L’ingenua curiosità dei protagonisti, imprescindibile leitmotiv per un film horror, fa in modo che il trio non riesca a rinunciare al richiamo della scoperta.

In men che non si dica la botola è aperta e i tre giovani stanno sbirciando, a dire il vero un po’ delusi, nel vuoto oscuro che sembra estendersi, per indefinite centinaia di metri, al di sotto della casa.

Per dare degna ricompensa alla curiosità dei tre protagonisti, però, basterà scoprire che la botola è in realtà l’unico sigillo in grado di tener serrata nel buio eterno un’indefinibile forza maligna in grado di dar corpo alle paure di ogni singolo individuo che avesse avuto l’ardire di sporgersi sull’orlo di quel baratro.

Il 2010 segna il ritorno di Joe Dante (L’ululato, 1981; Gremlins, 1984) al cinema di genere.

The Hole è un thriller-horror che avrebbe potuto rappresentare un ritorno di fiamma del regista di Pirana (1978), dopo i due episodi firmati per la serie Masters of horror: Homecoming (2005) e The Screwfly Solution (2006). Un ritorno in grande stile, visto che Dante aveva anche progettato di cavalcare l’onda d’indiscussa moda del 3d.

Ma a dire il vero, dopo la visione, di The Hole rimane molto poco,e il 3d si dimostra ancora una volta sterile tecnica per niente asservita ad una reale crescita della struttura narrativa-spettacolare del film, che avrebbe sortito il medesimo effetto anche senza.

The Hole è pensato come un ‘horror per famiglie’ e, anche se ripropone i cliché tipici della ghost story (bambine fantasma, pupazzi animati, presenza che si muovono nel buio della cantina), risulta più funzionale nelle parti marcatamente “comedy”, che non in quelle “thrilling”.

Dai toni molto fumettistici, il film è però dichiaratamente teen già dalla sceneggiatura, firmata da Mark L. Smith (Vacancy, 2007), che con The Hole desiderava lavorare ad un racconto sì spaventoso, ma fruibile senza problemi da un pubblico di giovanissima età.

Curato e inattaccabile dal punto di vista tecnico, il film non annoia ma lascia il tempo che trova, e da Joe Dante continuiamo ad aspettarci di più.

Luca Ruocco

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U23D

Posted on 31 maggio 2010 by Luca Biscontini

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L’idea di registrare un concerto con il più grande gruppo al mondo utilizzando una tecnologia cinematografica rivoluzionaria è venuta al produttore Steve Schklair: primo (e mai visto) evento live in 3D digitale, U23D è un’esperienza cinematografica unica che regala agli spettatori l’energia di un concerto da stadio del gruppo più popolare al mondo.

Da più di un quarto di secolo, gli U2 sono conosciuti non solo per la loro musica, ma anche per la loro incomparabile capacità di arrivare a milioni di fans, attraverso l’uso delle nuove tecnologie.

La regista Catherine Owens afferma: “Attraverso U23D, Bono voleva andare oltre, cercando di intensificare la già estatica sensazione evocata dai concerti live degli U2.”

Il film, realizzato insieme a Mark Pellington, che ha co-diretto il live shoot e fornito un prezioso sostegno creativo per tutta la post produzione, cerca di catturare la relazione tra i membri del gruppo durante la loro esecuzione e la risonante risposta dei loro fans.

U23D non è un concerto-film né un evento spot, ma un’esperienza cinematografica che porta gli spettatori dentro l’energia pulsante di un concerto da stadio, in un modo inaspettatamente intimo e sorprendentemente realistico.

“La sfida di lavorare con gli U2 e la tecnologia 3D su questo film è stata molto eccitante. Collaborando con gli U2, cammini su una linea fine nel creare arte”, dice la Owens. “Il gruppo è stato coinvolto in ogni passo del processo e avere questo tipo di impegno da loro è stato molto incoraggiante per tutti quelli che hanno lavorato sul set. Grazie alla loro passione per il progetto e il nostro team favoloso, sentivo che insieme avremmo creato un delicato e squisito pezzo di storia.”

“Sentivo che questo film doveva essere una lettera d’amore ai fan degli U2 e quello che serviva idealmente erano delle camere sul palco per i primi piani”, dice Jon Shapiro (produttore del film). “Gli U2 sono passione, politica e amore; in aggiunta, c’è un aspetto predominante che è la loro generosità creativa. È una generosità che ho vissuto personalmente per tutto il tempo in cui ho lavorato con loro.”

Come primo film-concerto girato, prodotto e proiettato in formato digitale 3D, U23D è stato distribuito nelle sale digitali in oltre 38 paesi tutto il mondo.

Luca Biscontini

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The Last Station

Posted on 27 maggio 2010 by Luca Biscontini

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“Tutto quello che so l’ho imparato dall’amore” recita, ancora su uno schermo nero, una didascalia tratta dal romanzo “Guerra e pace”. Ed il film, prendendo le mosse da questo incipit, si costruisce sull’alternanza continua di ideali e risentimenti, tra la grazia serafica di un uomo, ormai prossimo alla morte, ed una passione ed un’irruenza tali da costruire il suo personaggio in un intreccio tra ambiguità e speranza. Tolstoj e gli ultimi anni prima della sua morte sono gli spunti dai quali parte il regista per mettere in scena un biopic sui generis.

Dopo un altro film storico, Restoration – Il peccato e il castigo (1995), Hoffman, in questa occasione, ha la possibilità di contare sulla presenza di attori di fama internazionale, e mette in scena un lungometraggio in cui ogni immagine ha la grazia di raccontare gli ultimi istanti di uno scrittore che, ancora poco prima di morire, lotta per quell’amore che tanto idealizzò nei suoi scritti.

La supremazia dell’amore accanto alla sua impossibile realizzazione, l’idealismo più puro accanto all’ardore più incontenibile sono solo alcune delle dicotomie affrontate nell’ultima regia di Michael Hoffman.

Un’approfondita ricerca storica ed allo stesso tempo un’originalità romanzesca costituiscono gli aspetti che forniscono il doppio binario sul quale Hoffman si muove nell’ultimo film The Last Station, alternando, anche nella scelta della scenografia, la realtà sfarzosa della tenuta nobiliare in cui vive Tolstoj e quella dimessa delle campagne ombrose che circondano la fattoria dei suoi seguaci.

Dopo oltre sei anni di silenzio, ed ispirandosi al romanzo omonimo di Jay Parini, tra l’altro basato sui racconti dei discendenti dello stesso Tolstoj, il regista si dedica alla stesura della sceneggiatura con incredibile scrupolo, mettendo in luce gli aspetti più intimi dello scrittore. Per descrivere l’ultimo anno di vita di una delle più importanti personalità della letteratura russa, Lev Tolstoj (Christopher Plummer), il film privilegia la soggettiva idealistica del giovane Valentin (James McAvoy), ultimo segretario dell’anziano scrittore. Accanto a Chertkov (Paul Giamatti), discepolo più devoto, Valentin si scontra però con la realtà tumultuosa ed in perenne conflitto della casa dei nobili Tolstoj ed il fiorire di un amore con Masha (Kerry Condon), un’adepta del movimento tolstoiano. Divenuto intimo conoscitore degli ideali di uguaglianza e castità raggiunti nell’utopica fattoria nella quale si trovano i seguaci dello scrittore, Valentin deve fare i conti con la lacerante ambivalenza di una vita piena di fasti e ricchezze in cui Tolstoj vive accanto alla moglie, Sofja (Helen Miller), un tempo sua compagna e musa, ed ora in continua lotta per difendere dal subdolo Chertkov i diritti delle opere del marito.

Stanco di doversi dividere tra la moglie ed il Movimento da lui fondato, Tolstoj, di notte, fugge lontano fino ad arrivare all’ultima stazione della sua vita, dove, ammalato in un letto arrangiato, si riconcilia prima di morire con la compagna di una vita.

Inserendosi tra il melodramma storico ed il genere biografico, The Last Station è il risultato di una delicata regia volta a privilegiare la sceneggiatura, costruita ad hoc per un cast dalle personalità titaniche, che dona ai personaggi dei tratti universali che superano il contesto storico nel quale si inseriscono.

Passione, rabbia, incomprensione e ambiguità costituiscono i caratteri magistralmente messi in luce e raccontati all’interno di una cornice garbata dei primi anni del ‘900 nella Russia all’alba della Rivoluzione.

Martina Bonichi

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The road

Posted on 25 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Sin dagli esordi del cinema, il genere apocalittico ha visto impegnati diversi registi, spesso ispirati a romanzieri com’è stato per The road. Dal film di Abel Gance, La fin du Monde (1931), il cui successo portò ad elaborare una versione per il mercato americano nel 1934, a L’ultima spiaggia (1959) di Stanley Kramer. Nel 1964 l’Italia si avvicinava timidamente al genere con L’ultimo uomo della Terra (tratto dal romanzo Io sono leggenda di Richard Burton Matheson), firmato da Ubaldo Ragona. In realtà il film fu girato interamente da Sidney Salkov come riportato in Nocturno (n° 87) ma le riprese vennero effettuate nel bel paese. Il genere in questione è stato portato al suo picco commerciale con la saga Il pianeta delle scimmie tra il 1968 ed il 1973. Tale successo sarà alla base del ciclo Mad Max (1979-1985) con ben tre film. La tv dopo tanti successi cinematografici, sdogana il genere con il film americano, seguito alla prima messa in onda da circa 100 milioni di persone The day after (1983). Waterworld (1995), di Kevin Reynolds vede protagonista un Kevin Costner, il quale nel 1997 interpreta e dirige The postman. Negli ultimi anni il genere si è velocemente de-generato, dando vita a cloni di quanto già fatto, alcuni più, altri meno ricchi di inventiva. Tra questi ricordiamo il remake L’ultima spiaggia (2000) di Russel Mulcahy, l’ottimo 28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle, The day after Tomorrow (2004) di Roland Emmerich. Francis Lawrence ha riportato sul grande schermo Io sono leggenda (2007). Si sono avvicinati al genere anche autori non proprio definibili di genere quali Shyamalan, col suo interessante E venne il giorno (2008) ed un autore con la a maiuscola come Michael Haneke, il quale con il suo poco distribuito ma eccezionale Il tempo dei lupi (2003) ha messo in scena quanto di peggio l’umanità potrebbe arrivare a fare di fronte ad una catastrofe, lasciando, strano a dirsi per lui, un barlume di speranza nel finale. È in questo contesto che si colloca il film di Hillcoat,  a pochi mesi di distanza dal periodo in cui, peraltro, è uscito il più catastrofico dei film: 2012 di Roland Emmerich.

Tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, autore del successo Non è un paese per vecchi portato sul grande schermo dai fratelli Coen, The Road è un fantasy-apocalittico elaborato e minimale al tempo stesso. Va sottolineato che il produttore Nick Wechsler non era riuscito ad assicurarsi i diritti del romanzo Non è un paese per vecchi. È per questo motivo che, essendo un fan accanito dello scrittore, ha opzionato a scatola chiusa il romanzo successivo di McCarthy. Dal punto di vista produttivo un valore aggiunto molto importante lo dona al film l’ambientazione che, nonostante sembrerà allo spettatore frutto di complicate elaborazioni di computer grafica, è in realtà per la maggior parte di assoluta natura realistica. Molte ambientazioni sono infatti tratte da scenari della New Orleans posto Katrina, il Monte St. Helens a Washington e le zone della Pennsylvania e intorno a Pittsburgh, luoghi segnati dall’abbandono di interi rami industriali dismessi, divenuti archeologia industriale.

La storia è tanto semplice quanto efficace. Padre e figlio vagano verso il Sud degli Stati Uniti, all’indomani di un non precisato evento catastrofico, cercando di non farsi uccidere da bande di cannibali. Il premio Oscar Viggo Mortensen, magrissimo per entrare nel personaggio, interpreta il padre del ragazzo, riuscendo a rendere credibile ogni singolo istante del film, comprese le scene più crude, come quella durante la quale obbliga un uomo di colore (Michael Kenneth Williams) che aveva tentato di rubargli tutto a togliersi tutti i vestiti. Ma vera sorpresa di questo film è la scoperta di un talento straordinario: il giovane attore, figlio d’arte, che interpreta il ragazzo (Kodi Smit-McPhee). Mortensen a tale riguardo ha dichiarato: “È un attore straordinario. Ritengo che la sua interpretazione rimarrà negli annali.” Molte le scene che vedono il giovane attore alle prese con difficili sensazioni da veicolare. Il ragazzo rappresenta la parte buona dell’umanità e non a caso parla continuamente di quello che gli ha detto suo padre riguardo gli uomini che “portano il fuoco dentro”. Molto forti risultano le scene durante le quali il padre ricorda al figlio come suicidarsi per evitare di essere mangiato vivo. Il ritmo lento viene spezzato da scene concitate di fuga. Una scena di puro terrore è riservata alla scoperta della “riserva di cibo” dei cannibali, all’interno di una cantina.

Dal punto di vista psicologico, McCarty è riuscito in un’impresa particolarmente interessante, vale a dire mettere sotto la lente d’ingrandimento quel sentimento genitoriale che si può riassume in “chi si prenderà cura di mio figlio quando io non ci sarò più?”. Mentre nella norma umana, ci sono gli zii, le mogli o più in generale una società che lo ospita, McCarthy mette l’uomo di fronte alla sconcertante realtà che dopo di lui non ci sarà assolutamente nessuno. È questo il vero centro della narrazione. L’uomo, isolato, nella natura più ostile che si possa immaginare, con inoltre la preoccupazione di cosa sarà di suo figlio dopo la sua morte.

La scelta della messa in scena ha desaturato il più possibile i colori, portando ad una visione grigia degli ambienti, che riprendono luce e colore solo durante i flashback riguardanti la vita prima della scomparsa della moglie (Charlize Theron). Padre e figlio non possono cogliere, infatti, la bellezza dei colori, impegnati come sono nella ricerca di cibo e rifugi sicuri. Un momento solo è riservato al colore: la scoperta di una lattina di Coca-Cola che il figlio non aveva mai assaggiato prima.

Peccato vi siano nel film due scene che lasciano lo spettatore con degli interrogativi senza risposta ma, nonostante questo, il film convince per la maggior parte del tempo, trascinandoci lentamente, col ritmo di questi due disperati, alla ricerca di una prospettiva di vita migliore, convincendoci che lottare per migliorare il proprio stato non è un qualcosa che dobbiamo meditare, ma è un istinto innato dentro di noi.  Quel “fuoco dentro” non è altro che la strada giusta da seguire, sempre.

Fabio Sajeva

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Final Destination 3D

Posted on 19 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Giunta al quarto capitolo di un filone che ha saputo sfruttare un intelligente spunto di partenza, la saga di Final Destination si rinnova col 3D senza modificare di una virgola struttura e narrazione, nonostante l’alternanza alla regia dei vari film fra James Wong e David R. Ellis. Quest’ultimo sequel diretto da Ellis, riprende pari pari il percorso già tracciato dal capostipite, con una sequenza iniziale di impatto — un disastro sportivo durante una corsa di macchine — che il protagonista Nick (Bobby Campo) ‘prevede’, salvando quindi da morte certa i suoi amici e alcuni spettatori. Successivamente, abbiamo la consueta sequela di uccisioni accidentali, nelle quali in realtà la Morte ha messo lo zampino per ripristinare il corso degli eventi alterato dal ragazzo. E in ultimo, con qualche ritardo, la resa dei conti finale a mozzare in gola i festeggiamenti per lo scampato pericolo.

Proprio come nel primo film, la parte iniziale rappresenta il piatto forte di questo innocente popcorn movie d’altri tempi, che non perde tempo in riflessioni complicate sul destino dell’umanità o sull’inesorabilità della sorte, e si limita a imbastire complicati meccanismi splatter per sbarazzarsi uno a uno dei sopravvissuti al disastro di partenza. L’unica volta in cui la sceneggiatura si sofferma troppo a lungo sul vissuto precedente di uno dei personaggi principali — che rievoca commosso un tragico episodio del suo passato — si avverte palesemente una breve stonatura, che rientra non appena il pallino torna in mano alle sequenze d’azione. In fondo chiunque abbia visto almeno uno dei precedenti Final Destination è perfettamente al corrente delle dinamiche narrative e delle regole del gioco. A patto però che non si diventi troppo ripetitivi: e il rischio è sapientemente evitato riducendo all’osso il minutaggio della pellicola, cosicché dopo un’ora e venti tutto è felicemente concluso.

Naturalmente alla fine non resta nulla. Il primo film della quadrilogia, datato 2000, aveva saputo stupire e soprattutto spaventare, quantomeno nella prima, agghiacciante esperienza dello scampato incidente aereo. L’intreccio poi svoltava verso un teen movie ben girato con sequenze horror, senza eccessivo sbilanciamento verso il sanguinolento. La pellicola di Ellis si accontenta di architettare esplosioni e macellare corpi umani con una leggerezza che strappa sorrisi e qualche smorfia di disgusto, ma non fa mai trattenere il fiato. Sfrutta in maniera egregia l’effetto 3D, finalmente integrato alla messa in scena, ma disegna personaggi insignificanti e vagamente antipatici — il che è forse propedeutico alla gioia che scaturisce nel vederli morire. Insomma, un film di cui si poteva largamente fare a meno, ma che se si è amanti del genere, spogli da troppe pretese, non ci si pentirà di essere andati a vedere.

Gianluca Wayne Palazzo

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Prince of Persia: Le sabbie del tempo

Posted on 18 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Fumetti e videogame sono diventati, da dieci anni a questa parte, pozzi dai quali Hollywood (e non solo) ha attinto a piene mani per rifocillare di storie e personaggi il cinema a stelle e strisce. Il risultato è una filmografia zeppa di trasposizioni per il grande schermo di titoli più o meno celebri, nati dalla matita di qualche storico disegnatore, o dalla passione di altrettanti autori di prodotti per Console. In particolare, nel caso degli adattamenti dai videogiochi, i riscontri al box office non sono stati così esaltanti come quelli ottenuti dai cosiddetti Cine-comics. A provare ad invertire il trend ci prova Re Mida Jerry Bruckheimer che, dopo essere riuscito a trasformare un parco a tema in un blockbuster sbanca botteghini (la trilogia de I Pirati dei Caraibi), con Prince of Persia: Le sabbie del tempo cerca di tramutare un pezzo da museo del pianeta videoludico in una pellicola d’intrattenimento da record.

Se il Super Mario Bros diretto da Rocky Morton e Annabel Jankel nel 1993 può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di un vero e proprio filone cinematografico, che troverà successivamente in Lara Croft: Tomb Raider (2001) di Simon West e in Resident Evil (2002) di Paul Anderson le migliori manifestazioni, se si pensa allo scempio compiuto su cult come Mortal Kombat (1995) o Street Fighter (1994), il Prince of Persia affidato al versatile Mike Newell punta a dare un drastico cambio di rotta ad un genere che non ha mai navigato in acque sicure. Nato nel 1989 il celebre videogioco che, in ventuno anni e dodici episodi ha fatto divertire attraverso le gesta di Dastan milioni di appassionati, approda finalmente nelle sale di tutto il mondo, e lo fa in grande stile. Il protagonista prende in prestito il volto e la fisicità di un Jake Gyllenhaal mai così palestrato per fare il suo esordio sul grande schermo. Il risultato non è lontano da quello che si poteva pronosticare, ossia una pellicola divertente e a tratti adrenalinica, dove avventura e azione si fanno largo prepotentemente in una trama ridotta all’osso, ma sufficiente ad imbastire una storia in grado di non annoiare mai lo spettatore. Del resto, da un principe che cerca di salvare se stesso da un’accusa infamante e la sua amata dalle grinfie di un destino infame non ci si può aspettare, di certo, originalità, perché un simile plot affonda le sue radici nel passato remoto. Allora la componente romantica si piega alle logiche dell’intrattenimento da popcorn e, a nostro avviso, quello che ne viene fuori è un motivo sufficiente per trascorrere un paio d’ore al cinema in buona compagnia.

Prince of Persia: Le sabbie del tempo è un giocattolone senza pretese, altalenante e prevedibile nel suo sviluppo drammaturgico, capace però di regalare momenti dal forte impatto visivo e altri un po’ meno riusciti, in cui la tempesta incontrollata di effetti speciali disturba e infastidisce. Inseguimenti spericolati in stile Parkour, volteggi circensi, combattimenti corpo a corpo e duelli a colpi di sciabola sono gli ingredienti sul quale si poggia Newell (che con Harry Potter e il calice di fuoco nel 2005 ha fatto pratica mainstream) e il suo staff per dribblare le sabbie mobili del flop. Indiana Jones e la già citata Croft restano sempre lì come punti di riferimento al quale rivolgersi nei momenti di difficoltà. L’estrema cura e meticolosità espresse nella messa in scena hanno il grande merito di riuscire a rievocare le atmosfere magiche de Il ladro di Bagdad (1940), del trio formato da Ludwig Berger, Michael Powell e Tim Whelan, film con il quale condividere l’imponenza dei set, e non l’uso trasbordante degli effetti speciali, che in Prince of Persia: Le sabbie del tempo rendono il tutto più spettacolare, come era già successo con la saga de La mummia, ma allo stesso tempo meno vivo e artificiale.

Francesco Del Grosso

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Adam

Posted on 15 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Adam (Hugh Dancy) è un giovane intelligente e sensibile che conduce con qualche fatica una vita “quasi” normale, nonostante sia affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo. A causa di questa problematica, il ragazzo è incapace di relazionarsi serenamente con gli altri, poiché non sa “leggere tra le righe”, non ha senso dell’umorismo, è incapace di afferrare i sottintesi racchiusi in uno sguardo, una metafora, un’affermazione non limpida e oggettiva sulla realtà che lo circonda. Non a caso la sua più genuina passione è l’astronomia, regno della concretezza fisica e matematica che governa l’universo, e principale arma di seduzione attraverso la quale riesce a fare breccia nel cuore della sua nuova vicina, la graziosa Beth (Rose Byrne, apprezzatissima interprete della serie Tv Damages), autrice di libri per bambini.

L’astronomia, nella mani di Adam, assume sfumature poetiche e romantiche che intrigano la giovane Beth, la quale comincia pian piano ad apprezzare la semplice spontaneità di un ragazzo che non sa mentire, incapace di fingere a livello patologico, l’esatto contrario del suo precedente fidanzato che a furia di bugie le ha spezzato il cuore. E a ben guardare, anche l’opposto di suo padre (Peter Gallagher), estroverso e teatrale uomo d’affari, finito sotto processo per qualche “innocente” bugia a livello di libri contabili. Quello che in Adam appare noioso, infantile o meccanico agli occhi e alle orecchie degli altri, diviene irresistibile per la ragazza, alla ricerca di un approccio nuovo — forse anche innocuo, come dimostra la pacata accettazione di Adam di non fare sesso per qualche tempo — con gli uomini, quasi a voler disinnescare ogni carica di testosterone, erotica e violenta che sia, e vedere cosa c’è dietro alla figura del maschio quando ne viene spossessato. Con ammirevole coraggio e apertura mentale Beth si lascia alle spalle ogni pregiudizio, accoglie la diversità di Adam e la apprezza per quello che è, riesce ad esserle compagna e mamma per oltre tre quarti di film. Ma non può andare fino in fondo, alla ricerca di un happy end che svilirebbe il realismo e la forza della narrazione. Adam è solo un bambino, dice Beth, che se ne intende, dopo un furioso litigio scatenato dalle difficoltà mentali del ragazzo. Può crescere, e nel finale, messo alle strette, lo vediamo costretto a migliorarsi, capace di intuire il non detto, di leggere meglio le emozioni negli occhi degli altri, e forse un giorno capace anche di imparare ad amare.

Il regista Max Mayer mantiene la regia sobria ma lirica al tempo stesso, e dietro la macchina da presa porta fino in fondo le premesse della sua sceneggiatura, senza snaturare il personaggio — magnificamente reso da Dancy — imponendogli un’evoluzione artificiale. È sottile invece il gioco delle risonanze, l’eco del mestiere di Adam, autore di microchip in grado di sviluppare embrioni di intelligenza artificiale in bambole giocattolo, che riflette anche il suo modello di relazione con gli altri, impostato su un livello base di azione—reazione, incapace di sfumature, di reale spiritualità. È sottile ma piena la demarcazione che l’autore pone tra intelligenza e anima, la pienezza di una vita umana che appare possibile soltanto grazie a un intero apparato emotivo. Apparato che Adam non possiede (forse solo non ancora), e che lo esclude giocoforza da una relazione vera e piena. Beth non può scegliere di seguirlo su quella strada, e il film ha il coraggio di mostrarlo. Un coraggio apprezzabile quanto l’apertura verso l’handicap che ha tenuto in piedi la pellicola fino alla fine, e che con spietato e struggente realismo sembra dimostrare che un amore pieno è anche menzogna, sottintesi, e tanto senso dell’umorismo.

Gianluca Wayne Palazzo

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Piacere, sono un po’ incinta

Posted on 13 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Leggiadra e sorridente, accanto ai titoli di testa, scivola sullo schermo una Jennifer Lopez stile cartoon, accompagnando i nomi che scorrono, e ricordando, non poco,  gli inizi delle commedie anni Cinquanta targate dal sorriso inconfondibile di Doris Day.

Incontrare l’uomo ideale è un’utopia, e se il principe azzurro tarda ad arrivare bisogna che le cose  seguano un altro verso. Non sempre il desiderio di una famiglia nasce quando si ha un uomo accanto, e così, consapevoli di questo, le donne ora passano al piano di riserva per essere felici e sentirsi realizzate.

Innamorarsi, sposarsi e mettere su famiglia sono i passaggi obbligati perché ogni incontro sia duraturo e connotato da un certo romanticismo, ma ogni tanto succede che un uomo incontri una donna già incinta di un altro…

Ancora romantiche, ma meno ingenue, oggi le donne che hanno voglia di diventare madri ricorrono all’inseminazione ed il gioco è fatto: questo è il piano di riserva al quale si affida Zoe, (Jennifer Lopez) che ha voglia di crearsi una famiglia senza avere ancora un marito. Proprio nel giorno dell’appuntamento per l’inseminazione artificiale, Zoe si trova a litigare per un taxi con Stan (Alex O’Loughlin), uno sconosciuto che comincia a corteggiarla ignaro di ogni cosa.

Dopo le prime resistenze, lei accetta un appuntamento e, poco prima di incontrarlo, scopre di essere incinta. Così, con le prime uscite, prova un certo coinvolgimento ma, allo stesso tempo, sembra titubante a rivelare il suo segreto, eppure, quando decide di confessare, trova in Stan prima l’incredulità e poi un’inaspettata promessa di starle vicina. Alle prese con le fami improvvise, le nausee, gli incontri con un gruppo di madri single, e presente ad ogni controllo medico, Stan cerca di adattarsi alla nuova condizione di compagno e futuro padre.

Prima produttore e poi regista televisivo di alcune serie cult degli ultimi anni (Swingtown, Six feet under), Alan Poul passa alla regia cinematografica con Piacere, sono un po’ incinta e mette in scena la sua prima commedia divertente e spassosa, che richiama temi attualissimi senza cadere nel facile sentimentalismo, di cui il genere non sembra poter fare a meno.

Romantica e spiritosa senza essere sdolcinata, Piacere sono un po’ incinta sembra partire da dove ogni commedia sentimentale si chiude.

Così la voglia di un figlio assieme ad un incontro casuale con uomo all’altezza portano all’idea del matrimonio, che diventa l’ingrediente essenziale per mettere in atto l’ultimo colpo di scena: una nausea improvvisa di Zoe lascia entrambi esterrefatti per una improbabile, del tutto inaspettata, seconda gravidanza.

Martina Bonichi

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Puzzole alla riscossa

Posted on 12 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo aver collaudato gli oliati meccanismi della commedia nelle sue diverse sfumature, da quella dark nel suo primo film Cruel Intention, a quella comico-sentimentale con La cosa più dolce e Just Friends, il regista Roger Kumble si cimenta nel territorio ancora inesplorato della family comedy con Puzzole alla riscossa.

Benvenuti a Rocky Springs, dove si presenta l’irrinunciabile occasione di fare qualcosa per la famiglia e l’ambiente, mettendo a dura prova la prima e creando le basi per la distruzione del secondo.

Dosando sapientemente tutti gli ingredienti necessari perché il film piacesse ai piccoli ed ai più grandi, si succedono, nell’arco di un’ora e mezzo, varie gag che vedono per protagonisti gli animali di una riserva naturale messi a dura prova dal cinismo dell’uomo, che vuole farli da parte per costruire un mostruoso centro commerciale.

Dan Sanders (Brendan Fraser) si trasferisce con moglie (Brooke Shields) e figlio adolescente nei boschi sperduti dell’Oregon, per dirigere la costruzione di un nuovo centro. La sua famiglia, restia alla vita di campagna, non vede l’ora di ritornare alla vita metropolitana, mentre a Dan dichiarano guerra gli animali della riserva naturale.

Gli indigeni del luogo decidono di organizzarsi mettendo in atto un’agguerrita lotta.

Veri e propri attentati, guidati dal capobranco procione, giungono da ogni parte e, ormai prossimo ad un esaurimento, Dan trova il modo di vendicarsi e farli rinchiudere. Alla fine, però, ritrovandosi di fronte alle gabbie, il senso di colpa gli dà modo di riconciliarsi con loro e Madre Natura, creando così le basi per un ovvio happy end.

Sulla scia del film d’animazione La gang del bosco, in cui gli animali vedono in pericolo il proprio habitat, Puzzole alla riscossa è costruito ad hoc come vero e proprio progetto ecologico, in cui al messaggio ambientalista si alternano gag sulla scia della slapstick comedy.

La scelta di girarlo in live-action ha dato modo al regista di far recitare gli animali, più di trenta specie diverse, senza però umanizzarli troppo con l’uso della parola, come spesso accade in CGI.

Infatti, oltre alla divertente trovata di farli comunicare attraverso delle vignette in stile fumetto, ghigni, risatine sardoniche e strizzatine d’occhi sono gli unici gesti che contraddistinguono i loro personaggi.

Martina Bonichi

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The yes men fix the world (Tekfestival 2010)

Posted on 07 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Andy Bichlbaum e Mike Bonanno sono gli “Yes men”, due geniali guitti che da anni portano avanti una battaglia, a suon di beffe, contro gli abusi e i profitti illeciti delle multinazionali statunitensi.

Presentato nella sezione ‘Eventi Speciali’ del Tekfestival 2010, The yes men fix the world è un divertentissimo e, al tempo stesso, inquietante documentario, in cui assistiamo alle spassose gesta di due super attivisti che, per condurre la loro crociata contro il liberismo selvaggio, hanno escogitato una strategia originalissima: travestendosi da capitani d’industria, e creando falsi siti web di importantissime corporation, Andy e Mike si sono infiltrati nelle fortezze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, di Exxon, Mobil, Dow Chemical, Mc Donalds e Halliburton,  contrabbandando storie su cosa accade dietro le quinte del mondo degli affari.

Si comincia con la Dow Chemical, per denunciare il disastro ecologico causato a Bhopal, in India, dove cinquemila persone hanno perso la vita, e altre migliaia hanno subito danni permanenti alla salute. Dopo aver creato un falso sito, ed essere stato contattato niente meno che dalla BBC per un’intervista, Andy si spaccia per amministratore delegato della nota casa di prodotti chimici e annuncia in diretta mondiale, davanti a trecento milioni di telespettatori, l’intenzione di destinare dodici miliardi di dollari per il risarcimento delle vittime in India. Subito dopo la comunicazione, la Dow subisce una flessione in borsa di tre punti.

Si continua con i disastrosi effetti dell’uragano Katrina a New Orleans, dove la ricostruzione è stata completamente affidata all’iniziativa privata che, fino ad oggi, non ha fatto alcunché di consistente per ridare alloggi e speranze alle persone. Gli “Yes men”, stavolta, volendo denunciare l’inerzia del governo, si presentano in veste di funzionari di stato, proclamando in una conferenza la decisone di non voler abbattere le case popolari rimaste in piedi dopo l’urugano, dato che, in precedenza, ne era stato prevista la demolizione, per agevolare i guadagni di disinvolti speculatori edili.

Per finire, un tocco di poesia: Andy e Mike, avvalendosi dell’aiuto di un folto gruppo di sostenitori, pubblicano, in centomila copie, una versione alternativa del ‘New York Times’, in cui si annuncia il ritiro delle truppe dall’Iraq e l’intenzione del governo di investire una cospicua somma nello sviluppo delle energie alternative. Le persone cui viene distribuito il giornale leggono incredule.

La fine della guerra e una politica finalmente ambientalista: un sogno davvero.

Aspettiamo le nuove gesta degli ‘Yes men” che, siamo sicuri, non tarderanno a ripresentarsi, e all’esanime alfiere dell’ordine imperiale (USA) consigliamo di dotarsi di un’abbondante dose di buon senso.

Luca Biscontini

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Iron man 2

Posted on 01 maggio 2010 by Luca Biscontini

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Dopo l’avvincente genesi dell’eroe di ‘ferro’ operata dal regista newyorkese Jon Favreau, arriva sui fragranti ‘schermi di pop-corn’ l’atteso sequel di Iron Man. Il primo film, datato 2008, si era distinto per il suo equilibrato misto di elementi in grado di soddisfare efficacemente le aspettative di un pubblico eterogeneo, attratto dalla seducente ‘maschera’ di Robert Downey Jr. e da un brillante team creativo. Rievocarne le atmosfere non sarebbe stato, di certo, facile, ma la sfida piace ed il sentiero era già stato battuto una volta con successo. Forte di un rimpolpato cast contenente, fra l’altro, Scarlett Johansson, Mickey Rourke, Samuel L. Jackson e l’immancabile Gwyneth Paltrow, alias Pepper Potts, ‘segretaria’ dell’impero Stark, il regista si affida, stavolta, alla sceneggiatura di Justin Theroux, l’uomo che aveva lavorato a fianco di Ben Stiller in “Tropic Thunder”.

La narrazione riprende dalla dichiarazione ufficiale di Tony Stark durante la quale aveva rivelato a tutto il mondo, la sua vera identità; un episodio che risuona persino nella ‘madre’ Russia dove la ritroviamo nel proemio di Ivan Vanko (Mickey Rourke), ovvero, Whiplash, la nuova spina nel fianco di Iron Man. Eroe non convenzionale per eccellenza, cinico ed intelligente, ma dominato da uno spasmodico egocentrismo, Tony dovrà combattere contro le ombre del passato della Stark, rincorrendo le idee e i sogni del padre Howard, mentre tiene a bada un governo che rivendica il controllo della sua tecnologia. Ma che cosa accadrebbe se qualcuno entrasse in possesso delle sue stesse armi? Quali gli effetti collaterali per colui che ha “privatizzato con successo la pace”?

Le difficoltà non arrivano mai da sole e, oltre alle nuove minacce, il protagonista sarà costretto ad affrontare una lotta contro il tempo per ottenere un rimedio alternativo al palladio, l’elemento, fonte del suo stesso potere, che lo sta gradualmente divorando. A risentirne, in questo pot-pourri di concatenati eventi sarà proprio il rapporto con Pepper Potts, ridotto a spauracchio lavorativo e lontano anni luce dal gradevole flirt del primo film. Chi si aspettava di vedere un ‘triangolo amoroso’ tra Paltrow-Downey-Scarlet verrà disilluso, malgrado quest’ultima, in alcune sequenze, sappia farsi apprezzare nei panni della ‘Vedova Nera’.

Tuttavia, l’adrenalina di alcune sequenze ‘fa a pugni’ con le insolite performance del miliardario ‘su di giri’ che si scontra con il fidato Rhodey (War Machine) sulle note di “Robot Rock”, il brano dei Daft Punk, estratto dall’album “Human After All”, che la dice un po’ lunga sul suo singolare comportamento. In quest’ottica viene ridisegnato anche il duello con Whiplash che risulta, infine, deludente e non all’altezza dei grandi villain del cinema. In sostanza, un ‘déjà vu’ dove a nulla valgono i favori del titolo precedente: l’ago della bilancia di Iron Man 2 si trova inequivocabilmente in difetto. Eppure le premesse c’erano tutte, compreso il talento di Robert Downey Jr. Per l’attore reduce dal film “Sherlock Holmes” è solo ‘normale amministrazione’, poiché, completamente a suo agio, sa abilmente interpretare ogni sfumatura del personaggio. Chissà se in futuro riuscirà ancora ad arginare e scindere le due personalità di Tony-Downey?

G. M. Ireneo Alessi

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