12 anni schiavo

12 anni schiavo

12 anni schiavo

 

Anno: 2013

Distribuzione: Bim Distribuzione

Durata: 133′

Genere: Drammatico 

Nazionalità: America

Regia: Steve McQueen

Sceneggiatura: John Ridley

Data di uscita: 20 Febbraio 2014

 

Essendo vissuto da uomo libero per oltre trent’anni, durante i quali ho goduto del bene prezioso della libertà in uno stato libero, ed essendo poi stato rapito e venduto come schiavo per dodici anni di schiavitù, qualcuno ha ritenuto che la storia della mia vita e delle mie tribolazioni non sarebbe stata del tutto priva di interesse per il pubblico”. Solomon Northup.

C’era una volta un uomo libero che, per un crudele destino dominato dall’ignoranza, è costretto a vivere sulla sua pelle la sofferenza infinita della schiavitù. Questa è la storia vera di Solomon Northup, diretta da Steve McQueen, di nuovo alle prese con un tema a lui caro, la prigionia, con la differenza che in Hunger e in Shame la schiavitù era, in un certo senso, una scelta dei protagonisti. Solomon era invece un violinista newyorchese nero (Chiwetel Ejiofor) che viveva con la sua famiglia in una sontuosa casa a Saratoga quando, nella seconda metà del 1800, venne rapito e venduto come schiavo da un cinico mercante di schiavi (Paul Giamatti), per poi essere affidato al proprietario di una piantagione in Louisiana,  Edwin Epps (Michael Fassbender).

12 anni schiavo, questa è la condanna di Solomon, obbligato a nascondere la sua identità e la sua intelligenza, a comportarsi da schiavo umile e remissivo, senza possibilità di scelta. Un film diverso da quelli cui ci ha abituato McQueen, più ordinario, nonostante conservi la sua personalissima gestione delle inquadrature e del ritmo del montaggio. Alla lentezza degli anni che scorrono, si interpongono alcune inquadrature che raccolgono tutto il significato del film. Prima la rassegnazione e l’incredibile dolore, poi l’indifferenza e infine la speranza che questo terribile viaggio arrivi al suo termine e che riconduca Solomon a casa.

Ciò che manca al film è la compartecipazione emotiva. Sia ben chiaro, lo spettatore non può fare a meno di soffrire e distogliere lo sguardo quando il padrone bianco frusta e ripetutamente umilia la sua servitù nera, ma è come se non ne avessimo bisogno. Tale assenza di necessità è motivata dal fatto che ogni giorno i media contemporanei ci bombardano con immagini di dolore da renderci quasi assuefatti.

Una scena è decisiva in questo senso: lo schiavo Solomon sta per essere impiccato dal carpentiere del primo campo di lavoro, e, nonostante sia salvato, non viene però liberato dal cappio che lo stringe, dovrà aspettare che sia il padrone della piantagione a farlo.

Allora Solomon rimane per ore appeso per il collo, le punte dei piedi toccano il terreno come una ballerina il palcoscenico, e non è la sofferenza, né l’agonia a suscitare compassione. Attorno a lui gli altri schiavi portano avanti la loro giornata, e distolgono lo sguardo.

Allo stesso modo gli spettatori di 12 anni schiavo guardano il film, e riconoscono un dolore già visto, che reca sì disturbo e compassione, ma accese le luci, tutto torna esattamente come prima.

Detto questo Steve McQueen ha comunque realizzato un film dalla immensa portata. L’impianto visivo è grandioso, la musica e tutto ciò che circonda i protagonisti lo rende ancora più valido, le interpretazioni degli attori, in primis quelle di Chiwetel Ejiofor e Michael Fassbender sono memorabili. 12 anni schiavo manca però di intensità e non se ne intuisce la motivazione, chissà se l’Academy riuscirà ad ammetterlo. Al momento è candidato a 9 Premi Oscar. Dal 20 febbraio al cinema.

Valentina Calabrese



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