Uomini senza legge

sequenza-del-film-hors-la-loi-di-rachid-bouchareb-161231

Candidato al Festival di Cannes 2010 e agli Oscar 2011, Uomini senza Legge (titolo originale Hors-La Loi) è l’ultimo lavoro del regista francese di origine algerina Rachid Bouchareb, già autore di Days of Glory (2006) in cui narrava le vicende di quattro soldati algerini arruolati nell’esercito francese per combattere contro l’occupazione nazista e di cui Uomini senza Legge sembra quasi il naturale successore.

Tema del film, questa volta, la lotta per la liberazione dell’Algeria dalla Francia.

Dopo essere stati cacciati dalla loro casa, acquisita dai coloni francesi, i tre fratelli Said, Messaoud e Abdelkader si ritrovano di nuovo insieme nella Parigi degli anni ’50. La loro famiglia è stata dimezzata dai sanguinosi scontri di Setif del 1945. Said (Jamel Debbouze) cerca di far fortuna entrando nel giro dello sfruttamento della prostituzione e dei locali dove si combatte la boxe; Messaoud (Roschdy Zem), sopravvissuto alla guerra in Indocina tra le fila dell’esercito francese, sogna di costruirsi una famiglia; Abdelkader (Sami Bouajila), uscito di prigione, è pronto a battersi in prima linea con il movimento del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) per l’emancipazione del suo Paese.

Lo sforzo di Bouchareb nell’affrontare la questione algerina rispettando i diversi punti di vista risulta molto efficace. I contrasti e le incertezze dei protagonisti restituiscono ai loro personaggi una profonda umanità, grande pregio del film. Pur non tralasciando di sottolineare la gravità  dell’insostenibile condizione di oppressione di un intero popolo, che è all’origine del conflitto, Uomini senza Legge pone l’accento, più in generale, sull’assurdità della guerra e sulla bestialità della violenza.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso regista insieme a Olivier Lorelle e Yannick Kergoat, ha una struttura solida, cadenzata da progressivi salti temporali. La fotografia di Christophe Beaucarne è a dir poco eloquente.

La dimensione action/adventure rende il ritmo della pellicola scorrevole ed incalzante. Ottimo il cast. Vagamente ridondante l’accompagnamento musicale in conclusione.

Lontano da qualsiasi intento documentaristico, il film stimola al dibattito e all’approfondimento.

La cruda scena dell’esecuzione capitale, vista attraverso gli occhi di Abdelkader in prigione, ricorda quella di Alì La Pointe ne La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo,  quasi a volerne costituire un omaggio.

Ginevra Natale

Commenta:

Design by Danile Imperiali