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‘Westies’: la New York che il gangster movie aveva dimenticato

La nuova serie MGM+ abbandona il gangster come mito per raccontarne il lento tramonto, trasformando Hell's Kitchen nel ritratto di un potere destinato a essere divorato dal tempo e dalla città.

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Westies

Ci sono due modi per raccontare la criminalità organizzata. Il primo è quello che il cinema ha reso immortale: uomini in giacca e cravatta, ristoranti italiani, tavoli di mogano, codici d’onore e dialoghi destinati a entrare nella storia. Il secondo è molto meno elegante. Puzza di cemento bagnato, di fiumi industriali, di cantieri e di appartamenti umidi dove il sogno americano è arrivato con qualche decennio di ritardo. È lì che Westies decide di piantare la macchina da presa.

La nuova serie MGM+ sceglie infatti di raccontare la gang irlandese che, tra gli anni Settanta e Ottanta, controllava Hell’s Kitchen, molto prima che il quartiere diventasse il parco giochi immobiliare che conosciamo oggi. Una scelta che, già sulla carta, rappresenta una piccola deviazione rispetto alla comfort zone del crime contemporaneo.

Il gangster senza glamour

La prima qualità di Westies è quasi controintuitiva: rinuncia deliberatamente al fascino.

Niente boss mitologici. Niente figure larger than life. Niente criminali trasformati in rockstar. I protagonisti sono uomini che vivono ai margini persino del crimine organizzato. Sopravvivono più che governare. Combattono per mantenere un pezzo di quartiere mentre il mondo attorno a loro cambia con una velocità che non sono in grado di controllare.

È una differenza sottile ma fondamentale.

Negli ultimi vent’anni il gangster movie ha spesso raccontato l’ascesa. Westies preferisce raccontare l’erosione. Il potere qui non cresce: si restringe.

Ed è proprio questa sensazione di declino permanente a dare alla serie la sua identità.

Westies

Una New York che sembra respirare

L’altro grande punto di forza è l’ambientazione.

Hell’s Kitchen non viene utilizzata come semplice sfondo nostalgico. È un organismo vivo. Le strade sporche, i moli, i bar, gli edifici consumati raccontano un’America che sta lentamente cambiando pelle.

La città diventa il vero antagonista.

Ogni nuovo palazzo, ogni investimento, ogni trasformazione urbana spinge questi personaggi sempre più verso l’irrilevanza. È il capitalismo immobiliare che, lentamente, sostituisce la violenza come forza dominante.

In questo senso Westies parla tanto del presente quanto del passato.

Una scrittura che preferisce i personaggi all’azione

La serie non ha fretta.

Chi cerca una successione continua di omicidi, sparatorie e colpi di scena potrebbe trovarla perfino eccessivamente misurata. Ma sarebbe una critica superficiale.

L’interesse degli sceneggiatori è chiaramente altrove.

Le tensioni familiari, le alleanze fragili, le ambizioni frustrate e il lento deterioramento dei rapporti occupano molto più spazio della spettacolarizzazione della violenza.

È una costruzione narrativa che ricorda più il crime televisivo classico che il linguaggio accelerato delle piattaforme moderne, spesso incapaci di distinguere il ritmo dalla semplice velocità.

Non tutto funziona

Questo approccio, inevitabilmente, presenta anche qualche limite.

In alcuni momenti il racconto rischia di trattenersi troppo. Alcuni dialoghi insistono oltre il necessario e determinate sottotrame impiegano parecchio tempo prima di trovare una reale funzione narrativa.

Anche alcuni personaggi secondari sembrano ancora alla ricerca di una vera identità drammaturgica, lasciando la sensazione che la serie abbia bisogno di qualche episodio per trovare definitivamente il proprio equilibrio.

Non sono difetti strutturali, ma elementi che rallentano un racconto già volutamente riflessivo.

Westies

Il valore di un crime che guarda verso il basso

La vera intuizione di Westies è aver capito che oggi il gangster non è più il re del mondo.

È un uomo che osserva il proprio territorio restringersi.

Per decenni il cinema criminale ha raccontato la conquista del potere. Oggi forse il racconto più interessante è quello della sua perdita. Non quella spettacolare delle grandi guerre di mafia, ma quella silenziosa, burocratica, economica. Il quartiere cambia, arrivano gli investitori, salgono gli affitti, cambiano i residenti. Il boss non viene sconfitto da un rivale: viene espulso dal mercato.

È un ribaltamento quasi sociologico del mito gangsteristico.

Ed è probabilmente la ragione per cui Westies riesce a distinguersi in un panorama ormai saturo di imitazioni di The Sopranos e Peaky Blinders.

New York prima di Sergio Leone?

Westies non reinventa il crime televisivo, ma gli restituisce una prospettiva che negli ultimi anni sembrava dimenticata.

Rinuncia all’epica, abbassa il volume, osserva personaggi destinati a perdere molto più che a vincere e costruisce una riflessione sul tramonto di un’intera classe criminale, schiacciata non tanto dalla giustizia quanto dall’evoluzione della città.

Forse non possiede ancora il carisma dei grandi classici del genere, ma dimostra una qualità sempre più rara: sa che il vero dramma non è conquistare il potere. È capire il momento esatto in cui ci si accorge di averlo già perso.