Tra due sedie, presentato fuori concorso al Sole Luna Doc Film Festival 2026 nella sezione Sicilia Doc, è il documentario diretto da Vito Polito che affronta i temi dell’identità, del cambiamento e della ricerca di un nuovo equilibrio attraverso il linguaggio dell’arte. Un’opera intima che racconta il percorso di due giovani trasferitisi da Berlino a Palermo, trasformando un’esperienza personale in una riflessione universale sul senso di appartenenza.
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Tra due sedie: la trama
Il titolo Tra due sedie, come racconta il regista, è un modo di dire tedesco “zwischen zwei Stühlen”, che significa “stare seduti tra due sedie”. L’espressione indica la condizione di chi vive sospeso tra due mondi, due culture o due identità senza appartenere completamente a nessuna delle due. Una metafora che diventa il filo conduttore dell’intero documentario e descrive perfettamente il percorso dei protagonisti.
Nel documentario, Vito Polito segue Vincenzo Suscetta, un giovane artista che, come lui, ha scelto di lasciare Berlino per trasferirsi nel capoluogo siciliano. Palermo diventa il luogo in cui entrambi cercano di costruire una nuova vita, sospesi tra il fascino della città e il disorientamento provocato da una realtà profondamente diversa rispetto a quella lasciata alle spalle. In questo percorso, l’arte assume un ruolo centrale: non è soltanto uno strumento creativo, ma un mezzo attraverso cui elaborare i propri dubbi e trovare poi nuove radici che affondano nell’universo stesso.
L’arte come linguaggio di appartenenza e trasformazione
Vito e Vincenzo vivono in una maniera completamente differente il trasferimento e il rapporto con l’arte. Ed è questo che rende interessante il film. Vito, che è appunto anche il regista, è pieno di domande e in qualche modo cerca di riempire lo spazio tra le due sedie per farsi ponte. Per quanto riconosca di essere cittadino del mondo, non è sicuro che non serva un luogo più piccolo al quale appartenere. Segue Vincenzo come volesse farsi indicare la strada da lui che invece ha già trovato una propria collocazione. Abbastanza da sapere cosa vuole dalle sue pitture, da ricercare l’imperfezione che è forse il punto più alto da raggiungere per potersi, alla fine, sentirsi risolti.