Con We Are the Fruits of the Forest il regista Rithy Panh porta all’Ischia Film Festival2026 lo sguardo attento e affascinato di chi ancora venera l’importanza testimoniale che la settima arte sa consegnarci.
Candidato all’Oscar per il miglior film in lingua straniera conThe Missing Picture nel 2013 (primo film cambogiano a raggiungere tale traguardo) e vincitore nella categoria miglior documentario alla Berlinale 2020 con Irradiated, il regista cambogiano torna a far parlare di sé con We Are the Fruits of the Forest, in concorso all’IFF 2026.
Un tesoro antico tra le foreste
Con la delicatezza mai invasiva che contraddistingue il suo punto di vista, Rithy Panh ci porta alla scoperta delle tradizioni e della vita di una delle popolazioni indigene più antiche della Cambogia, i Bunong. Custodi di un sapere antico, abitanti delle foreste, legati a tradizioni ancestrali i Bunong persistono sul territorio come lascito residuale di un mondo che sempre più a fatica trova spazio nella nostra contemporaneità. In We Are the Fruits of the Forest uomini e donne ancora vivono tra le remote foreste sacre della provincia di Mondulkiri, guardiani di una sacralità cherischia ormai di spegnersi nelle macerie della globalizzazione.
La paura di non esistere
Sullo sfondo di una Cambogia solenne e impenetrabile, We Are the Fruits of the Forest dipinge, con la tipica naturalezza propria del cinema osservativo, il dramma esistenziale, sociale ed economico di una comunità che percepisce la sua vulnerabilità identitaria. All’interno di una narrazione che oscilla tra epitaffio ed elegia, èla consapevolezza dei nativi di essere sull’orlo di un oblio imminente che stupisce lo spettatore, quasi che a scomparire fosse proprio lui, in quel momento. La voce narrante fuori campo si fa portatrice di un’ansia collettiva, la lacerante vertigine di un microcosmo antropologico sospeso tra l’urgenza di esistere (e resistere) e la minaccia della propria cancellazione.
La scarsità di bestiame, la pericolosità delle piogge sempre più forti e irregolari, l’impoverimento del terreno, la presenza di conglomerati internazionali. Questi sono solo alcuni dei drammi che minacciano un patrimonio spirituale e materiale indescrivibile.
La regia di Rithy Panh
Il regista cambogiano dimostra ancora una volta la sapienza cinematografica di chi sa adoperare lo sguardo e il linguaggio documentaristico. In We Are the Fruits of the Forest il punto di vista diventa il nostro, totalmente immerso in quelle remote foreste cambogiane. La macchina da presa si fa invisibile, travalica i corpi e gli spazi fondendosi con i luoghi del racconto. Riprese aeree alternate a fissi primi piani, immagini d’archivio e totali del paesaggio restituiscono un esempio emblematico di cinema etnografico. Un cinema che sa trasformare la “semplice” osservazione del reale in un virtuoso generatore di dramma cinematografico. E se il voice over tesse ordinatamente la trama del racconto, le immagini pesano come macigni, portatrici di un realismo crudo e fascinoso.
Cosa resta quando non resta nulla
È un dramma che ci riguarda da vicino quello dei Bunong, che riguarda il territorio degli esseri umani, il suolo che ospita le nostre vite. L’atavica paura dell’invisibilità diviene lo spettro dell’umanità tutta, non più di una popolazione autoctona portatrice di saperi ancestrali. È l’irriducibile timore di ognuno di noi di fronte al vuoto della scomparsa. Si tratta della consapevolezza della caducità delle nostre vite, delle nostre tradizioni, dei nostri ricordi, in un mondo estirpatore che divora ogni cosa. Ricordare e salvare i Bunong non significa più solo preservare l’eredità storica di una popolazione antica. Si tratta di riconoscerci ancora come esseri umani, di saperci guardare da fuori, tasselli nella storia, portatori di un racconto. Il senso è sempre stato lì, nelle parole del protagonista:
“Quando l’uomo non crede più all’anima dell’acqua, all’anima della terra, all’anima del fuoco e all’anima del riso, allora significa che l’umanità è morta.“
We Are the Fruits of the Forest ci riguarda tutti. Riguarda la scomparsa delle piccole cose che non sappiamo più venerare.