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Cannes

Cannes 2026 si apre in un’epoca di incertezza

Peter Jackson, discorsi politici e un red carpet sobrio definiscono un festival sospeso tra ansia e resistenza

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peter jackson

La 79ª edizione del Festival di Cannes si è aperta martedì sera in circostanze insolitamente contenute.

I flash erano meno numerosi, la macchina di Hollywood visibilmente più silenziosa e la Croisette, solitamente gremita di blockbuster spettacolari, è apparsa stranamente sobria. Eppure, sebbene Cannes 2026 manchi della presenza massiccia degli studios delle edizioni precedenti, la cerimonia di apertura ha chiarito che il Festival intende porsi non solo come una vetrina glamour, ma come un’istituzione culturale a difesa del cinema in un momento di profonda instabilità.

Il fulcro simbolico della serata è stato Peter Jackson, atterrato sulla Costa Azzurra per ricevere una Palma d’Oro onoraria prima della première del film d’apertura, The Electric Kiss.

​​In un’altra epoca, il regista della trilogia de Il Signore degli Anelli sarebbe stato accompagnato da un battaglione di star di successo e dirigenti di studio. La sua presenza, invece, è sembrata quasi nostalgica: un richiamo a un panorama cinematografico in cui le ambiziose produzioni su larga scala comportavano ancora rischi reali e ambizioni mitiche.

L’assenza di Hollywood

La mancanza di grandi anteprime americane ha pesato molto sull’atmosfera della serata di apertura. A differenza delle edizioni recenti che hanno accolto film come Top Gun: Maverick, i sequel di Mission: Impossible o l’ultimo Indiana Jones, la programmazione di quest’anno si orienta decisamente verso il cinema d’autore internazionale.

Si era ipotizzato che Christopher Nolan o Steven Spielberg potessero arrivare con nuovi progetti, ma nessuno dei due si è concretizzato. Cannes 2026, invece, rivolge la sua attenzione a registi come Pedro Almodóvar, Paweł Pawlikowski e Cristian Mungiu: autori il cui lavoro rappresenta una continuità artistica piuttosto che uno spettacolo industriale.

L’atmosfera più sobria era percepibile persino sul red carpet. Le celebrità erano certamente presenti – da Diego Luna a Demi Moore e Park Chan-wook, presidente della giuria di quest’anno – ma l’assenza di massicce campagne pubblicitarie degli studios ha creato lunghi tratti in cui i fotografi attendevano in quasi totale silenzio.

Piuttosto che apparire sminuita, la cerimonia di apertura ha trasmesso un curioso senso di ricalibrazione. Cannes sembrava meno interessata a dimostrare il proprio glamour che a riaffermare il proprio scopo.

Peter Jackson e la memoria del rischio cinematografico

La Palma d’Oro onoraria assegnata a Jackson è diventata il fulcro emotivo della serata. Presentato da Elijah Wood, il regista ha riflettuto sull’enorme azzardo di girare la trilogia de Il Signore degli Anelli in contemporanea, una decisione un tempo derisa dagli addetti ai lavori come una follia finanziaria.

Ricordando la presentazione a Cannes del 2001 delle prime sequenze de La Compagnia dell’Anello, Jackson ha osservato come l’accoglienza avesse radicalmente cambiato la percezione del progetto da parte dell’industria cinematografica. L’aneddoto ha avuto una risonanza che andava oltre la semplice nostalgia. Per molti versi, rifletteva il ruolo duraturo del Festival stesso: un luogo capace di legittimare l’ambizione artistica prima che il resto dell’industria si adegui.

La presenza di Jackson ha inoltre sottolineato una verità più ampia riguardo a Cannes nel 2026. In un momento in cui l’instabilità dello streaming, l’intelligenza artificiale e l’incertezza economica continuano a rimodellare l’industria cinematografica, il Festival si pone sempre più come custode della memoria culturale del cinema.

Il cinema come resistenza

Se la cerimonia ha avuto un tema dominante, è stato la resistenza. La presentatrice Eye Haïdara ha aperto la serata con un discorso in cui riconosceva un mondo plasmato dalla disinformazione, dall’ansia tecnologica e dall’instabilità geopolitica, salutando gli spettatori “ovunque l’intelligenza artificiale non abbia sostituito la realtà”.

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Più tardi, Jane Fonda ha ampliato questo concetto trasformandolo in qualcosa di simile a un manifesto. Dichiarando ufficialmente aperto Cannes, ha descritto il cinema stesso come “un atto di resistenza”, insistendo sul fatto che la narrazione rimane essenziale per l’empatia, l’immaginazione politica e l’umanità collettiva.

Il discorso ha avuto un impatto particolarmente forte proprio per l’atmosfera sobria della serata. Cannes 2026 potrebbe non avere lo sfarzo commerciale delle edizioni precedenti, ma la sua serata inaugurale ha suggerito qualcosa di potenzialmente più urgente: un Festival che tenta di ridefinire il cinema non come lusso, ma come necessità.

E forse è proprio questo il paradosso che caratterizza la Croisette di quest’anno. In un momento in cui l’industria cinematografica appare frammentata, ansiosa e sempre più incerta sul proprio futuro, Cannes sembra determinata a ricordare al mondo perché i film siano importanti.

 

 

Fonte: Vanity Fair