A volte possono bastare pochi spazi per creare e costruire storie affascinanti. E, a volte, ne può bastare soltanto uno di spazio per strutturare narrazioni entrate nell’immaginario comune. Una sola stanza, un solo spazio. Può esserci un volto, una sola persona, oppure una coralità di protagonisti che si intersecano tra loro. In questo articolo ecco 5 film ambientati in una sola location da recuperare.
Uno dei capolavori di Alfred Hitchcock. Girato in una sola stanza, seguiamo le vicende di Jeff, un noto fotoreporter interpretato da James Stewart, alle prese con un infortunio causatogli da una frattura alla gamba sinistra riportata da un incidente sul lavoro. Costretto su una sedia a rotelle, combatte la monotonia delle giornate entrando nelle vite delle persone, osservando il vicinato dalla sua finestra grazie all’attrezzatura da fotografo professionista e in particolar modo dei suoi obiettivi.
La finestra sul cortile è l’esempio cinematografico concreto del voyeurismo, gli spettatori sono gli occhi di Jeff e insieme a lui valicano la privacy delle persone, osservando le vicende del loro quotidiano svolgimento, tra storie interrotte, lavori che non decollano e… strani particolari.
La suspense non si costruisce con la sorpresa. Hitchcock rende tutto estremamente trasparente, visibile: chi guarda ha già tutti gli strumenti necessari per trarre le conclusioni. La sua arma migliore è l’attesa. Costruisce in unico ambiente lo studio di un investigatore privato improvvisato, scalfito dall’ossessione di aver scovato un possibile omicida. Attraverso i ragionamenti del protagonista – dai movimenti di camera alle inquadrature – il volto dell’assassino diventa uno solo e soltanto. Ma ciò nonostante, il clima e la forza narrativa della sceneggiatura portano a camminare su un lastrico di ghiaccio dove lo spettatore è sempre sospeso tra la paura di essere scoperto e la delusione di una realtà che potrebbe non essere quella che sembra.
“Abbiamo l’uomo immobile che guarda fuori. È una parte del film. La seconda parte mostra ciò che vede e la terza la sua reazione. Questa successione rappresenta quella che conosciamo come la più pura espressione dell’idea cinematografica.”
François Truffaut, nel saggio filmico da lui scritto Il Cinema secondo Hitchcock.
The Hateful Eight di Quentin Tarantino
Il manifesto politico a tinte western di Quentin Tarantino. L’emporio di Minnie diventa un luogo simbolo del Mountain West americano, dove le varie fazioni si incarnano nelle personalità degli otto personaggi. L’isolamento dal resto del mondo – persi e costretti a condividere un singolo tetto sulle proprie teste a causa di una bufera di neve – implica un atto quasi intimo nei confronti di chi hai di fronte. In un contesto post bellico, la guerra civile sembra non essere realmente finita e il clima che viene raffigurato è quello di una guerra fredda pronta a innescarsi da un momento all’altro.
Una guerra che si incatena nella retorica della giustizia: uccidere giustiziando il colpevole con un impiccagione legale oppure ricorrere nella vendetta? Il clima si surriscalda a ogni singolo sguardo, a ogni conversazione. È come se la miccia fosse accesa e tutti fossero al corrente del pericolo imminente, pronto a incombere su di loro. Niente è come sembra e nessuno è chi dice di essere.
Cosa succede se metti sette amici intorno a un tavolo con la regola di far leggere qualsiasi messaggio e far ascoltare ogni chiamata che arriva sul telefono? Forse, in questo senso, l’apocalisse avrebbe un epilogo più piacevole. Paolo Genovese mette a nudo le bugie e i cosiddetti “scheletri negli armadi” che si nascondono dentro ognuno di noi. Usando l’espediente del telefono come gabbia elettronica che fa da schermo, come se in realtà ciò che passa al suo interno è invisibile e non contemplabile per altre persone.
Perfetti sconosciuti riflette in modo cinico e spietato sulla mancanza di fiducia, sull’incapacità di poter conoscere in maniera assoluta la persona che sta al nostro fianco.
Carnage di Roman Polanski
Bastano quattro persone, un appartamento e una discussione apparentemente civile. Carnage prende le mosse da un incontro tra due coppie di genitori intenzionate a risolvere con maturità una lite avvenuta tra i rispettivi figli. Ma quello che sembra un confronto educato si trasforma lentamente in una guerra senza esclusione di colpi. Roman Polanski smonta il concetto di convivenza civile, mostrando quanto sia sottile il confine tra educazione e istinto.
L’appartamento diventa una trappola da cui nessuno riesce davvero ad andarsene. Ogni tentativo di concludere la conversazione viene rimandato, ogni porta aperta è il pretesto per ricominciare da capo.
La parola ai giurati di Sidney Lumet
Un’aula di tribunale decide il destino di un uomo. Sidney Lumet, invece, sceglie di raccontare ciò che accade subito dopo. Dodici giurati si ritrovano chiusi nella stessa stanza con un unico compito: raggiungere un verdetto. Sembra una formalità, finché un solo voto contrario costringe tutti a fermarsi e a mettere in discussione ogni certezza.
La parola ai giurati è un film che vive interamente della forza della parola. Ogni testimonianza viene ricostruita, ogni dettaglio analizzato, ogni pregiudizio portato lentamente a galla. Lumet utilizza la stanza come una vera e propria camera a pressione, dove il caldo, il tempo che passa e la tensione rendono l’aria sempre più irrespirabile.