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Cinema italiano al bivio: l’allarme del Coordinamento Autori e Autrici

Mentre le risorse si spostano sulle grandi produzioni estere, gli autori denunciano lo svuotamento dei fondi nazionali e la precarietà economica che minaccia la qualità delle storie

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Esiste un’identità che non si compra e non si vende, ma che si coltiva con il lavoro silenzioso di chi scrive, immagina e compone. Eppure, guardando i numeri del Riparto 2026, sembra che questa identità sia stata messa all’asta. Come si può parlare di “sovranismo culturale” mentre si tagliano fondi vitali per spostarli sulle produzioni straniere? È un paradosso che nasconde una verità amara: stiamo diventando una terra di conquista per le major, mentre i nostri autori restano a guardare con paghe che sfiorano la soglia della povertà.

In questa intervista, il Coordinamento Autori e Autrici mette a nudo i meccanismi tecnici di questa trasformazione. Dalla cancellazione dei contributi automatici al rischio di ingerenza politica nelle commissioni di valutazione, il quadro che emerge è quello di un settore al bivio. Non è solo una questione di budget, ma di libertà creativa e di dignità professionale per chi rappresenta il vero motore del nostro cinema.

Il governo parla di sovranismo e identità nazionale, eppure il nuovo decreto, come abbiamo visto, sembra dire che l’identità italiana sia in qualche modo in vendita al miglior referente straniero. Come possiamo conciliare il termine “patrioti”, tra virgolette, con il raddoppio dei fondi ai film esteri e il taglio netto a quelli italiani?

Esiste questa contraddizione nel sostenere maggiormente i forti. Si tratta di un processo iniziato già con i governi precedenti, che hanno guardato di più ai grossi gruppi, alle grandi broadcast e alle piattaforme. Abbiamo trascurato il sostegno alle piccole e medie produzioni, quelle che creano il cinema indipendente e vitale per le idee, un po’ al di fuori del mainstream. Abbiamo dimenticato da tempo il concetto fondamentale di eccezione culturale nelle politiche del cinema.

In questo caso specifico, però, esiste una dichiarazione di intenti che prima mancava. Questa differenza sostanziale si verifica nei fatti con l’assegnazione dei fondi. In questo momento, le risorse appaiono particolarmente convincenti per le produzioni internazionali e significativamente meno importanti per i contributi selettivi. Questi ultimi hanno subito forti decurtazioni, nonostante garantissero un maggiore sostegno proprio alle opere indipendenti.

Il cinema come industria di prototipi

Il selettivo è fondamentale perché, in assenza di un sistema di maggiore compenetrazione delle categorie all’interno della gestione delle risorse pubbliche, il meccanismo resta sotto il controllo politico. Da anni chiediamo di creare quel “servizio civile” che esiste in tutti i paesi civili del mondo: professionisti del mestiere che servono nelle commissioni di valutazione. Questo garantirebbe competenza e un ricambio frequente, impedendo il sospetto di un’ingerenza politica. Se il selettivo resta esclusivamente sotto il controllo politico, lascia il fianco aperto a polemiche sul rapporto tra piccoli e grandi produttori o tra Italia ed estero.

Dobbiamo capire che il cinema non è solo un settore industriale. Si basa sul principio di eccezione culturale. Il finanziamento pubblico ha la missione di fare ricerca e sviluppo. Noi siamo un’industria di prototipi: investire in queste opere crea prodotti che possono ottenere un grandissimo successo economico. Se finanziamo in maniera troppo importante solo la parte industriale straniera, si verifica un disequilibrio che non accadrebbe se noi professionisti partecipassimo alla gestione delle risorse.

Perché la cultura paga per le grandi produzioni?

Sosteniamo da sempre che attrarre produzioni straniere sia positivo perché porta lavoro e indotto. Tuttavia, il tax credit per l’estero non dovrebbe gravare sul Ministero della Cultura, ma sul Ministero dell’Economia o sul MIMIT. In Francia il Ministero dell’Economia gestisce direttamente queste risorse e può aumentarle o diminuirle a seconda delle necessità senza intaccare i fondi per la cultura nazionale.

Oggi possiamo provare, numeri alla mano, che l’aumento di 58 milioni per i fondi dedicati alle produzioni straniere è interamente finanziato dal taglio di due terzi dei fondi selettivi e dalla cancellazione della quota dei fondi automatici destinati agli autori. Si tratta di un trasferimento di risorse diretto: lo Stato preleva fondi dalla ricerca, dallo sviluppo e dalla creatività italiana per sostenere le grandi produzioni internazionali.

Il paradosso del riparto: dove sono finiti i 37 milioni degli automatici?

Ci hanno detto che dovremmo essere contenti di avere più tax credit e meno selettivi, ma è una bugia. L’aumento di 34 milioni sul credito d’imposta per le produzioni italiane deriva dall’eliminazione dei contributi automatici per un totale di 37,6 milioni in meno rispetto al decreto riparto precedente. I produttori hanno accettato questo scambio perché gli automatici sono fermi da anni, ma di quei 37,6 milioni, il 6% — ovvero circa 2.250.000 euro — spettava di diritto agli autori.

Questi valori (1,5% per soggettista, sceneggiatore, regista e compositore) rappresentano soldi che vanno effettivamente agli autori e non devono essere reinvestiti. È una sorta di recupero del vecchio “premio di qualità” degli anni ’90 e 2000. Ci hanno tolto queste risorse senza consultarci e le hanno spostate sull’estero insieme ai selettivi. Gli automatici sono molto più sani del tax credit: premiano l’intuito del produttore meritevole che ha avuto successo, mentre il tax credit si basa solo sulla capacità di chiudere un budget, ignorando i contenuti.

La mobilitazione della categoria e il ruolo di Artisti 7607

Spostando il focus, voi in quanto Coordinamento Autori e Autrici come state gestendo questa valanga di adesioni che vede nomi come Bellocchio e Sorrentino accanto a giovani esordienti? C’è un filtro o l’appello è aperto a chiunque?

Questo è un primo momento di aggregazione. Abbiamo sentito il dovere di lanciare l’allarme subito dopo l’anticipazione dei numeri del decreto riparto. I colleghi hanno percepito il pericolo e abbiamo capito che dovevamo alzare il livello di consapevolezza della categoria. L’appello è l’epifenomeno di un problema profondo: la necessità di riformare il sistema. Stiamo lavorando a molte proposte che condivideremo con tutte le categorie.

Abbiamo già molti firmatari che non sono autori, a cominciare da Artisti 7607. Anche attori e attrici subiscono il problema: se arrivano solo produzioni americane, i protagonisti non saranno italiani. Siamo tutti uniti nella difesa della creatività nazionale. Con il governo abbiamo sempre avuto un buon dialogo, ma quando abbiamo visto che i risultati non corrispondevano alle aspettative, abbiamo coinvolto i colleghi meno attivi nelle associazioni. Il nostro lavoro è anche formativo: i singoli membri della categoria non possono seguire ogni dettaglio tecnico, quindi abbiamo comunicato loro direttamente cosa stava accadendo. L’adesione è stata immediata e spontanea.

Online si parla molto del caso Regeni dopo la seconda bocciatura. Questo caso rappresenta la punta dell’iceberg di un meccanismo tecnico fatto per premiare il cinema “innocuo” e tagliare quello civile?

Il caso Regeni e il confronto con i modelli internazionali

Non crediamo che il meccanismo imponga la censura, ma ne consente la possibilità. Questo è il problema. Avere commissioni nominate direttamente dalla politica, senza meccanismi trasparenti, pone un rischio costante. In altri paesi, dalla Finlandia all’Albania, esiste una rotazione rapida dei commissari; noi siamo tra i pochi a non averla. Non abbiamo prove di un intervento diretto del Ministro Giuli sul film di Regeni, ma con un diverso sistema di nomina non avremmo nemmeno potuto sospettarlo.

L’unica garanzia per evitare polemiche consiste nel nominare esperti attraverso criteri di trasparenza, competenza e rotazioni rapide per risolvere i conflitti di interesse. Questo toglierebbe dall’impaccio anche chi deve scegliere gli esperti. Diamo atto al governo di aver finalmente previsto dei compensi per i commissari, superando l’era in cui lavoravano gratis: è giusto che chi dedica tempo e sapere alla valutazione di centinaia di progetti riceva una retribuzione.

Coordinamento Autori e Autrici raccontano il falso confronto e la realtà delle paghe da fame

In questi anni il Ministero ha chiamato “confronto” il semplice anticipare alle associazioni decisioni già prese. È mancata una vera concertazione. La politica in generale non ha mai accettato di studiare le soluzioni insieme alle categorie.

A questo proposito dobbiamo però registrare un importante cambio di passo avvenuto nel corso dell’ultimo incontro convocato d’urgenza lo scorso venerdì 10 con tutte le associazioni cinematografiche, dai produttori ai festival, durante il quale la Sottosegretaria Borgonzoni ha annunciato di aver recepito le istanze poste dalle associazioni riguardo nuovi meccanismi di nomina delle Commissioni, che saranno oggetto a breve di un nuovo decreto.

Un segnale importante anche nell’ottica della futura legge cinema, nella quale dobbiamo rimettere al centro il contenuto e la creatività. Finora l’attenzione si è concentrata solo sull’impianto finanziario: se un produttore costruiva un piano finanziario solido, lo Stato concedeva il tax credit al 40% senza distinzioni di contenuto. Chiediamo di dare agli autori la possibilità di lavorare serenamente, evitando paghe da fame. Il compenso medio annuo di uno sceneggiatore è di 20.000 euro, mentre un compositore non supera i 15.000 euro. Questa precarietà costringe a scelte al ribasso pur di sopravvivere. Tutto il sistema produttivo nasce dal lavoro degli autori: se non riconosciamo questo valore primario, la qualità non può esistere.