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Dopo Mezzanotte

“Mezzanotte” a dopo mezzanotte (il ritorno di master blaster)

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La mia dolce, amata libreria in un assolato giorno di aprile.

Colonna sonora The Atrocity Exhibition dei Joy Division.

Dopo un lungo silenzio, proprio quando il mondo è sul punto di essere incenerito da un olocausto nucleare per le quantomeno stravaganti trovate di Donald “parrucchino pazzo” Trump, scelgo di tornare a voi “come il mutare delle maree”.

Ok, forse Tolkien è un po’ ridondante come introduzione, ma resta il fatto che questo mi sembrava il momento giusto per ritornare.

E per deliziare i vostri palati sopraffini, per questa attesissima (fatemici almeno credere) rentrée ho deciso di stupirvi parlandovi di un corto di Karin Proia.

Per prima cosa, come sempre quando c’è un legame di amicizia con l’oggetto di una mia recensione, lo dichiaro sempre per correttezza deontologica.

Anche se poi chi mi conosce sa benissimo che non ho problemi ad asfaltare anche gli amici quando se lo meritano.

Qualcuno per questo mi ha anche tolto il saluto.

So già che c’è chi storcerà il naso additandomi come il traditore delle nicchie per queste conoscenze mainstream.

Intendiamoci, non è che perché sia orgogliosamente di nicchia io non posso bazzicare il mainstream per dogma divino.

Se non lo faccio è perché non mi interessa.

Se il grande capo decidesse di pagarmi sarei ben felice di farmi tutte le edizioni di quel morto che cammina che è Festival del Cinema di Roma.

Figuriamoci! Per il giusto compenso me ne vado anche a Cannes!

Così come non vuol dire che chi fa della cultura “pop” il suo mestiere non sia in grado di produrre opere uniche, al di sopra della media ed inquietanti.

Ed è proprio questo il caso di Mezzanotte, corto fuori dalle righe e per questo poco conosciuto di Karin Proia.

Anzi va dato atto, che proprio per la sua posizione la Proia con un lavoro del genere mostra un considerevole coraggio, infischiandosene bellamente delle etichette dell’ambiente.

Una breve sinossi su una scena divisa fisicamente in due spazi contigui, paralleli, come due soggetti reciprocamente osservanti ma non tangenti, in un contesto prossemico.

Da una parte, una coppia di anziani fa del sesso sfrenato e violento, fino a lambire pratiche BDSM.

Il piano narrativo è esaltato da un pesante tappeto sonoro fatto di urla, gemiti frammisti a dichiarazioni d’amore e incitazioni volgari.

Il controcampo si apre in una stanza, con primo piano su un altro anziano, malato e solo, costretto nel suo letto.

I mugolii dell’amplesso dei due attempati amanti sono l’unico suono che rompe il silenzio di quella povera stanza.

Le sequenze si alternano gelide, nonostante il fuoco della passione, tra le inquadrature della coppia e il malato che claudicante si alza, facendo appello alle residue forze per andare in bagno.

Un gioco di campi e controcampi alternati in indulgenti piani sequenza continuano a mostrare il grottesco contrasto tra il piacere sfrenato e la sofferenza per un improcrastinabile bisogno corporale, fino a che le due bolle si toccano in una convergenza.

Entrambi i protagonisti maschili hanno contemporaneamente un malore.

Il primo nella foga dell’orgasmo, il secondo, alla moda di Elvis, sull’indecoroso trono del water.

La camera segue la donna che prima amorevolmente cerca di rianimare il suo partner, poi vista la gravità della situazione si decide a chiamare i soccorsi, mentre nell’attesa continua a sciorinare parole di conforto all’indirizzo di lui. Arrivata l’ambulanza, gli infermieri mostrano di conoscere la signora, anzi le riservano elogi per le sue premure da brava coniuge, lodando le virtù dell’amore.

Ma qui il colpo di scena, invece di dirigersi verso la camera da letto i due paramedici si fermano nel bagno dove giaceva esanime il povero anziano ammalato.

Seguono tutte le operazioni di rianimazione e trasferimento sulla barella, sempre con frasi di elogio per una coppia consolidata anche nelle avversità.

La signora, dopo un attimo di smarrimento, lascia che i soccorritori facciano il loro lavoro su quello che scopriamo adesso essere il legittimo consorte e rimane in silenzio, buttando di tanto in tanto uno sguardo più imbarazzato che preoccupato dalla porta socchiusa nella camera da letto, su quello che un minuto prima era l’oggetto della sua adorazione ed ora è lasciato a se stesso e alle convulsioni miocardiche.

Gli infermieri escono, lasciando la donna sola con il corpo del suo amante ormai agli sgoccioli.

Mentre lei sceglie senza troppe esitazioni tra l’umana pietà e la riservata, ipocrita compostezza delle famiglie borghesi.

Il girato è caratterizzato da una fotografia lunare, che fissa il tempo nell’attimo del trapasso da un giorno all’altro (la mezzanotte appunto), bloccato in un silenzio che cessati i guaiti dell’amplesso copre ogni cosa come una campana di piombo.

Un gioco di camera e sguardi in cui fluiscono il freddo, trattenuto cinismo de I racconti crudeli di Maupassant e la consapevole ferocia di de Sade, in cui il vizio è una virtù e i sentimenti sono una sciagura.

Una storia che se fosse stata girata da un uomo, sarebbe rimasta relegata ai margini o avrebbe fatto gridare allo scandalo patriarcale, come se l’ipocrisia avesse un sesso.

Invece troviamo una bravissima Karin Proia che si mette in gioco oltre gli stereotipi e ci racconta una favola nera indugiando tra il grottesco e lo spietato, elegante e raffinato anche nelle sue espressioni più volgari, solo come il divin marchese avrebbe potuto esserlo.

Una modalità di narrazione libera dai ruoli, anche da quelli che la patina del mainstream potrebbe imporre, che ci auguriamo di rivedere presto, anche in lungometraggio.

Un viatico doloroso ma necessario, per indagare l’abisso della pochezza umana in tutte le sue forme.

Colonna sonora: This Party’s Over Emotional Fish.

"Mezzanotte"

  • Durata: 15.00
  • Genere: noir
  • Nazionalita: italiana
  • Regia: Karin Proia