Nel 2018 Bradley Cooper esordisce alla regia con A Star Is Born. Il film è un grande successo commerciale e artistico, consolidando Cooper come regista, oltre che come attore. Anni dopo, è la volta di Maestro (2023), biopic su Leonard Bernstein, celebre compositore statunitense. Cooper confeziona una pellicola di 129 minuti che strizza in continuazione l’occhio al cinema d’autore. Pur fallendo nell’intento di creare un’opera di spessore, la critica elogia Cooper per la sua interpretazione nei panni di Bernstein. Sia A Star Is Born che Maestro dipingono il regista della Pennsylvania come estremamente ambizioso, deciso a inseguire la via autoriale per creare prodotti artistici. Finora però la produzione registica non ha sempre rispettato le aspettative. Sarà la sua ultima fatica, Is This Thing On? (italianizzato È l’ultima battuta?), a investire Cooper della nomina di “autore” che tanto insegue?
Dramma senza mordente
È l’ultima battuta? Racconta la drammatica fine di un matrimonio ventennale tra il finanziere Alex Novak (Will Arnet) e l’ex pallavolista Tess Novak (Laura Dern). I due giungono con impaccio alla decisione di allontanarsi, prosciugati l’un l’altro dal ricordo dell’amore che fu. Alex, senza più una direzione precisa, scopre casualmente la stand up comedy, innamorandosene perdutamente. Alex tenterà di ricostruire lucidamente la sua vita tramite la stand up, Tess vorrà ripercorrere la strada della pallavolo per tornare alle glorie passate. I due si rincorreranno nei silenzi, mancandosi vicendevolmente senza mai mostrare debolezze per il bene dei loro due figli.
Il soggetto non risplende per originalità. È l’ultima battuta? si propone come un film che, orientandosi tra dramma e commedia, racconta una condizione umana. Purtroppo, anche in questo caso, le cose non sono andate per il meglio. Cooper tenta ancora una volta di confezionare una pellicola che dovrebbe in qualche misura rivendicare profonda sensibilità, concretizzandosi in un nulla di fatto.
Il tallone d’Achille di Cooper
Il vero tallone d’Achille della pellicola è la scrittura. Arnet, Cooper e Chappel scrivono un soggetto debole, infarcito da personaggi dimenticabili. Sebbene il cast sia d’eccezione, le interpretazioni risultano scariche, macchiettistiche, a momenti forzate, a partire dal suo protagonista. Alex non convince pienamente, cliché dell’uomo di mezza età dalla mente matematica che approcciandosi all’arte ritrova la sua umanità. Arnet fatica a restituire un’interpretazione vincente, sicuramente non aiutato dalla scrittura del personaggio alla base. La stessa Laura Dern, attrice Oscar nel 2019 per Marriage Story, ci regala un’interpretazione decisamente meno ispirata del solito. Tess convince appena, non riuscendo a trovare uno spazio definito nella trama nonostante la centralità del suo ruolo.
Con Balls -personaggio interpretato dallo stesso Cooper- si raggiunge l’apice del macchiettistico. Cooper restituisce la sensazione di aver scritto l’intero personaggio per poter comparire nel suo stesso film, senza una reale esigenza contenutistica. Eccessivamente comico con una storyline disunita alla pellicola, fortemente derivativo verso Phil Wenneck della saga Una Notte Da Leoni. Paradossale pensare che questi tre personaggi siano nell’intero roster quelli che funzionano di più. Tutte le altre figure narrative sono grossolanamente amalgamate all’intreccio, risultando riempitivi per generare interazioni tra comprimari.
Intrappolato tra idee e retorica
Altro aspetto non perfettamente centrato è il ruolo che la stand up comedy ricopre. Idealmente centrale, si rivela passatempo che si esaurisce in maniera infruttuosa. La base dell’idea è ottima, utilizzare un fenomeno sempre crescente della contemporaneità per ironizzare sulla drammaticità della vita. Sfortunatamente quest’ultimo aspetto rimane astratto e confuso, perdendosi completamente nella seconda parte del film. Il ruolo della stand up potrebbe essere sostituito con qualunque altra attività, la disciplina artistica fatica a ritagliarsi un’identità propria e definita.
La pellicola soffre particolarmente tra la prima e la seconda metà , concludendo con eccessiva retorica. Nella prima ora l’universo narrativo è molto più convincente, ritmo più incalzante e presupposti accattivanti. Lo spettatore è rapito dalla vita di Alex, domandandosi in quale dimensione la stand up possa creare scenari d’interesse. I personaggi sono più centrati, regalando sorrisi e momenti decisamente riusciti tra messa in scena e contesto filmico. Tuttavia, la narrazione subisce un arresto nella seconda parte. Complice l’esaurimento concettuale e l’eccessiva prolissicità, la pellicola perde parte del suo smalto. Le iniziali entusiasmanti premesse non parano da nessuna parte, lasciando un senso di confusione e smarrimento nello spettatore.
Intimità visiva e caos narrativo: È l’ultima battuta?
La regia di Cooper insegue i grandi del passato, a tratti riuscendo pienamente. Il regista ricerca un’estetica contemporanea soffermandosi su primissimi piani per catturare l’espressività degli interpreti. Pur considerando l’inefficacia interpretativa, Cooper riesce a esaltare le sequenze soffermandosi sull’umanità del volto, sottolineando il velo di emozioni celate nello sguardo di un uomo in crisi. L’approccio intimista richiama in un certo senso la corrente neorealista, la camera si serve della tecnica del pedinamento per creare un rapporto simbiotico tra spettatore e personaggi. La cinepresa, spesso a mano, segue i personaggi da vicino, restituendo l’impressione di entrare voyeuristicamente nel privato di un individuo. Cooper usa spazi affollati e strade urbane, spesso perdendo il focus sul protagonista della sequenza, confondendo e movimentando eccessivamente. Nota di merito al montaggio, in alcune sequenze di pregiata fattura, funzionale agli scopi narrativi.
Bradley Cooper confeziona una pellicola che può senz’altro interessare una fetta di pubblico non troppo esigente , inciampando nuovamente nel suo percorso verso l’autorialità. È l’ultima battuta? non riesce pienamente a rispettare le aspettative, aggiungendo sul piano narrativo moltissimi elementi futili, che distraggono dal plot principale. La scrittura a volte raffazzonata, interpretazioni non sempre brillanti e messa in scena piuttosto derivativa non elevano la pellicola a opera. Viene da domandarsi se per Cooper sia davvero l’ultima battuta in piani registici, augurando che qualora perseguisse la sua strada alla ricerca dell’autorialità, riesca a concepire opere di maggior spessore e meno retorica.