Le Déluge è un lungometraggio diretto da Gianluca Jodice. (Il cattivo poeta). L’opera è una co-produzione italo-francese che nel 2025 ha vinto quattro David di Donatello e due Nastri d’Argento. Il film è stato inoltre selezionato per la 77ª edizione del Locarno Film Festival svoltasi nel 2024, in occasione del quale Le Déluge è stato presentato in anteprima assoluta. Le case di produzione coinvolte nel progetto sono ASCENT FILM, RAI CINEMA, ADLER e QUAD.
Dal 22 Marzo 2026 Le Déluge è disponibile per la visione in streaming su Sky e Now Tv.
Le Déluge: la crisi del potere in scena
Già dalle prime inquadrature capiamo forte e chiaro l’intento inquisitorio del regista. Questo primo segmento di Le Déluge viene intitolato “Gli dèi”, ma non c’è alcuna celebrazione nelle inquadrature di Jodice. Il regista focalizza la sua ricerca stilistica sull’idea di negare e destrutturare quell’aura divina che ancora debolmente avvolge la famiglia reale e i suoi membri. Quando in Le Déluge fanno la loro prima apparizione questi dèi menzionati dal titolo, la regia li tiene a distanza con una macchina da presa schiva e impietosa. Tale distanza altro non è che una rappresentazione visiva del ridimensionamento politico e sociale di cui la famiglia reale era oggetto in quei giorni.
La fotografia di Daniele Ciprì ci introduce in un tempio imponente e austero dove predominano i toni del bianco e del grigio, uniti alle ombre scultoree che quasi imitano le vere e proprie statue su cui a volte la telecamera si sofferma. Questa scelta cromatica in Le Déluge non ha niente di puro e salvifico, bensì rimanda a un qualcosa di freddo, elitario e statico. Tre aggettivi che ben si addicono alla classe dominante dell’ancien régime. La stasi è la condizione emotiva dominante di questo primo segmento di Le Déluge. Il DOP reinterpreta questo tema nell’ottimo rapporto tra luci e ombre capaci di rendere marmo la pelle dei personaggi, avvicinandoli all’immutabilità del loro pensiero classista e alienato.
Le Déluge: la caduta degli dèi
Jodice ci ha mostrato la crisi dei potenti, che, come nelle prime fasi del lutto, rifiutano la realtà per chiudersi a riccio nella propria versione di quest’ultima. Quest’ultima disperata corazza è destinata a cadere, e, ancora una volta, il regista documenta attentamente quest’evoluzione in Le Déluge, sfruttando magistralmente i codici del linguaggio audiovisivo.
Dopo che Daniele Ciprì ha stabilito una triplice relazione cromatica fra rosso, blu e bianco, il regista racconta questo cambiamento attraverso un dialogo fra Luigi XVI e un politico rivoluzionario, sfruttando la potenza delle parole e la forza di un ben ponderato simbolismo.

Un racconto cromatico
In Le Déluge il rosso, il blu e il bianco di Ciprì possono essere letti in due modi. Secondo una prima lettura, i colori desaturati e sporchi della bandiera francese alludono alla rovinosa fine della vecchia identità politica della Francia.
Una seconda lettura vede in quelle cromie smorte di Le Déluge un commento estetico che offre una disamina puntuale del caos interiore dei personaggi. Il blu della tristezza in Le Déluge si unisce al rosso che riempie le stanze del re. Un colore associato alla forza e al potere che Daniele Ciprì rappresenta fortemente polveroso e torbido. In questo modo il direttore della fotografia traduce visivamente la debolezza dell’ex monarca.
Il tutto va infine unito al forte contrasto della palette cromatica dei personaggi, che si mantiene sul colore bianco. Questo forte contrasto con il blu e il rosso degli ambienti in Le Déluge produce un forte senso di straniamento che coincide con quello vissuto dai personaggi, sradicati dal loro mondo chiuso e perfetto del primo segmento di Le Déluge e catapultati nella crudezza del mondo reale. Il mondo con cui, volenti o nolenti, dovranno fare i conti.
Le Déluge: un racconto simbolico
Il dialogo fra il re e il politico è fondamentale per cogliere a pieno la delicata transizione che ha luogo in questo secondo segmento di Le Déluge. Il campo e il controcampo non mostrano solo di volta in volta i due interlocutori. Il regista pone l’accento anche su una strategia scenografica appositamente pensata in base al personaggio che sta parlando.
Quando parla il re, alla sua sinistra c’è solo una candela, mentre, quando parla il politico, alle sue spalle ce ne sono numerose. Già in questa contrapposizione uno/molti si può vedere una metafora che riprende l’antitesi in cui si trovano monarchia e repubblica.
A un certo punto il re è messo alle strette e deve accettare il cambiamento del panorama politico. Ecco che le candele accanto al sovrano diventano tre. Difficile non vedere alcun collegamento con i tre valori rivoluzionari – libertà, uguaglianza e fraternità – che prendono il posto di quella sola e unica candela iniziale che sottilmente rappresentava il potere monocratico del re.
Questo accostamento simbolico ne Le Déluge traduce in immagini la transizione fra il vecchio e il nuovo ordine, e il doloroso contatto fra la famiglia reale e un nuovo mondo a loro ostile.
Una ricerca prospettica
Gianluca Jodice sperimenta anche con un registro più propriamente pittorico, in cui il contatto fra vecchio e nuovo mondo trova un ulteriore e originalissima forma d’espressione. Alcuni establishing shot hanno un inquadramento prospettico centrale che ricorda la pittura paesaggistica propria del ‘700, mentre alcune di queste inquadrature hanno una prospettiva scorciata, decisamente più dinamica.
Questa scelta stilistica assume una forte connotazione socio politica in cui la prospettiva decentrata diventa sinonimo di un nuovo posizionamento del potere all’interno di una società viva e, per l’appunto, fortemente più dinamica rispetto all’ordine granitico dell’Ancien Régime.
Jodice però non si limita a intessere Le Déluge di simbolismi, ma gioca con questi ultimi mettendo in atto un sofisticato meccanismo di tema e variazione.
Le Déluge: una metafora tragica
Il terzo segmento di Le Déluge lascia emergere tutta la tragicità latente nella storia della famiglia reale. Si parla di tragicità perché Jodice mostra chiaramente come i sovrani siano stati uccisi per via del simbolo che incarnavano: l’ultimo sfavillo dell’Ancien Régime. Questo simbolo li ha consumati e resi una mera espressione di un ideale ormai lontano, decaduto e inviso al popolo. In questo segmento torna il colore bianco che, oltre a indicare stasi e chiusura, si risemantizza di pari passo con questa nuova accezione tematica. Così, il bianco acquisisce un ulteriore livello di significazione, divenendo metafora di una chiusura che allude a una prigionia ineluttabile.
Non si può terminare questa disamina di Le Déluge senza prima osservare più da vicino l’ottima scrittura dei dialoghi che, tanto per il re (Guillame Canet) e la regina (Mèlanie Laurent), funzionano col delineare tra le righe le profonde fratture di un’interiorità segnata dall’inarrestabile scansione degli eventi.

Una regina e una donna
La regina Maria Antonietta compie qui la trasformazione più radicale. Dall’aplomb misurato e dal lessico forbito del primo segmento passiamo ai lamenti di una donna che sente su di sé il peso di una relazione in crisi. In Le Déluge la regina diviene una donna spogliata di ogni qualsivoglia aurea di regalità. Questo cambiamento si evince nel modo in cui la regina si rivolge a suo marito.
Nel primo segmento di Le Déluge, il marito viene da lei definito come un uomo onesto. Nel segmento dove il lato umano prorompe e prende il sopravvento sul ruolo istituzionale, la regina Maria Antonietta lo attacca. Sfuma in un attimo l’immagine della monarca che vede la relazione coniugale come uno strumento della ragion di Stato. Rimane solo una donna scossa attraversata dalle sue temperie emotive e con delle esigenze.

Un re e un uomo
Il re, nel suo discorrere, si rivela un personaggio non meno affascinante. Definire Luigi Capeto come un semplice nobile alienato sarebbe riduttivo. La sceneggiatura di Le Déluge ci mostra un personaggio che intesse narrazioni consolatorie, un po’ come un narratore di secondo grado all’interno dell’orditura narrativa principale. Luigi XVI è un personaggio che non riesce a vedere il mondo oltre quella sua patina speranzosa d’ottimismo. Tale ottimismo è ontologicamente connesso alla sua psicologia in quanto uomo, e non dipende, in realtà, da nessun ruolo.
Nel primo segmento Luigi fantastica sul fatto che il gatto della regina potrebbe essere ancora vivo, un potente simbolo dialogico che cela sotto al breve monologo che lo evoca un desiderio di restaurazione dell’ordine precedente.
Nel secondo segmento, invece, c’è un ottimismo tipicamente umano. Luigi Capeto non è Luigi XVI e non gli importa più del suo ruolo monarchico, oramai è soltanto un uomo e padre di famiglia. In quanto tale, sogna un futuro tranquillo per lui e i suoi figli. Il personaggio drammatizza questo sogno, e lo mette in scena attraverso il toccante racconto con protagonisti dei topolini. Luigi mette in scena un racconto il cui ottimismo stride con l’amara disillusione che alberga nell’animo della sua consorte.
Le Déluge: la genesi di un’opera d’arte
Ogni cosa nel film è a servizio del racconto. Grazie alla sua sapiente direzione artistica Jodice riesce ad arrivare alla mente e al cuore del pubblico, rendendo Le Déluge un film incisivo, potente, toccante e garbato.
Le Déluge racconta con sapienza e maestria un momento cardine della storia moderna, ricercando l’umanità autentica che spesso si perde nel corso inesorabile della storia.