Torna a Milano il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, appuntamento ormai imprescindibile per osservare da vicino le traiettorie del cinema extra-europeo contemporaneo. Una lente mobile, capace di attraversare geografie e immaginari lontani, che quest’anno ci conduce fino alla Bolivia, dove ha trovato spazio la premiere italiana di La Hija Cóndor del regista Álvaro Olmos Torrico, già presentato al Toronto International Film Festival 2025.
La Hija Cóndor: alla ricerca di un segnale
“Buzz, buzz…”, gracchia una radio tra le Ande. Un oggetto vecchio e intermittente, che Clara (Marisol Vallejos Montaño), giovane donna quechua, tenta ostinatamente di sintonizzare su una frequenza stabile.
Figlia dell’ostetrica del villaggio, la giovane è erede di tradizioni ancestrali legate alla cura, alla protezione e alla nascita della comunità. Ma è anche cantante, una voce che aspira a uscire dai confini della montagna, alla ricerca di un’identità altrove. Come una radio che cerca disperatamente di trovare segnale, allontanandosi e avvicinandosi alla città lontana dagli ambienti scoscesi delle Ande, così fa anche Clara. In fuga verso la possibilità di essere qualcosa.

Frequenze parallele
Una storia che sembra appartenere a un immaginario già noto, ma Torrico si rifiuta di offrircela senza prima aggiungerle una nota aspra, una goccia di limón che ne altera il sapore.
La fuga di Clara non è mai soltanto individuale: si intreccia, quasi inconsapevolmente, alla perdita d’identità dell’intero villaggio. Un luogo che si svuota dei suoi giovani, segnato da una struttura patriarcale e progressivamente sopraffatto da modelli urbani che ne erodono le tradizioni. È allora la madre Ana (María Magdalena Sanizo) a mettersi in cammino per cercarla, nel tentativo di riportare a casa non solo una figlia, ma forse l’ultima illusione di una comunità in disgregazione.
I due personaggi incarnano l’amor proprio e l’amor comune, due forze parallele e imprescindibili che si fronteggiano in una costante tensione, in un mondo contemporaneo sempre più industrializzato, capace di raggiungere e modificare persino i villaggi più isolati tra le montagne.
A rubare la scena è proprio Sanizo: nonostante l’apparente severità della figura che interpreta, il suo personaggio è in realtà il più perso e incerto del film. Il suo sguardo registra e riflette su tutto ciò che le passa davanti, anche quando le è completamente estraneo. Finge di non riconoscere Clara, ricoperta di glitter e strass, ma in realtà in lei vede e comprende tutto. Ogni secondo della sua interpretazione rivela strati emotivi e sociali che attraversano l’intera vicenda, e non sorprende che il film, a un certo punto, ci distolga da Clara per portarci a lei, rivelandola come il vero cuore della storia.
Intermittenze
In una cornice fotografica raffinata, che equilibra con maestria l’intento esplicito della messa in scena e l’apparente casualità dell’immagine, favorita da uno scenario naturale già di per sé mozzafiato, Álvaro Olmos Torrico dipinge un’opera dalle molteplici sfaccettature. Racconta un contesto in rapido mutamento, in cui le persone sono costrette ad adattarsi a strutture che non promettono nulla, o illudersi a rimanere in un sistema che per sopravvivere deve essere sostenuto attraverso regole sempre più rigide e imposte.
