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‘Control’: storia in B/N di un frontman fuori dal coro

In occasione dei 20 anni della fondazione della rivista TaxiDrivers, andiamo a conoscere la storia di una delle band inglesi che ha ispirato il punk rock degli anni ’70, diventando un punto di riferimento di classe, stile e musica grazie al suo iconico frontman, Ian Curtis. Regia di Anton Corbijn. Con Samantha Morton e Sam Riley.

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Taxidrivers Magazine nasceva esattamente 20 anni fa, nel 2006. Appena un anno dopo, nel 2007, usciva Control, biopic incentrato sulla band dei Joy Division. O meglio, sul suo magnetico e tormentato frontman Ian Curtis (1956-1980), che in pochi anni, a soli 23, ha lasciato al mondo una grande quanto difficile eredità musicale.

Il progetto si basa sulle esperienze e sul libro memoir Touching from a Distance del 1995, scritto da Deborah Woodruff Curtis, moglie del cantante. Il film è prodotto dalla stessa Curtis insieme al conduttore radiofonico Tony Wilson e a Anton Corbijn, regista del progetto, qui al suo debutto sul grande schermo. Due ore di cinema cupo e psichedelico, di vita e di morte, di musica e immortalità. Un progetto che sarebbe sicuramente piaciuto anche a Ian Curtis, senza ombra di dubbio. Disponibile su Amazon Prime Video e TimVision.

Control e Ian Curtis

Macclesfield, 1973. Il giovane Ian Curtis (Sam Riley) è un ragazzo ribelle che ama la musica e sogna di avere successo con la sua band. Un giorno conosce Deborah (Samantha Morton), che in poco tempo diventerà sua moglie. La vita di Ian procede fra il lavoro in un ufficio di collocamento e le prime esibizioni con la band Warsaw, formata con alcuni amici, destinata a evolversi nei Joy Division.

In breve tempo diventa anche padre di una bambina, Natalie, mentre la visibilità e il successo con il gruppo aumentano in tutta l’Inghilterra grazie alle diverse performance televisive. Purtroppo, nella veloce vita di Ian emergono molti problemi: una relazione nascosta con la belga Annik (Alexandra Maria Lara), la separazione dalla moglie Debbie e l’aggravarsi dei suoi gravi attacchi epilettici.

Control

Un biopic in B/N ricco di rock e rivoluzione

“L’esistenza che importanza ha?
Io so che esisto nella miglior forma possibile.”

Dagli anni ’60 l’Inghilterra fu una fucina di band leggendarie, a partire dai Beatles, che nel 1963 cambiarono per sempre la musica con Please Please Me. Circa quindici anni dopo arrivarono i Joy Division. Questa però non è solo la loro storia, bensì quella del tormentato Ian Curtis, brillantemente interpretato da Sam Riley, al suo debutto cinematografico. Curiosamente, è anche l’esordio alla regia di Anton Corbijn, allora molto noto come autore di videoclip e fotografo musicale, e lo si vede chiaramente. Ma ciò non è un difetto, bensì un grande vantaggio.

Fin dai primi frame, Control si dimostra un esperimento interessante e puramente punk. Corbijn introduce il pubblico nel 1973, mostrando in pochi minuti, con l’aiuto di un ottimo piano registico, la potenza e la fragilità di Ian. Lo vediamo nella sua camera da letto a Macclesfield, vicino Manchester, quasi come un hikikomori: isolato dalla famiglia, immerso nella musica, circondato da poster e truccato come Ziggy Stardust di David Bowie (o più precisamente come i Måneskin), sognando la vita da palco.

È qui che Ian incontra la dolce e timida Debbie, di cui si innamora subito. Desideroso di vivere libero, fugge con lei e decidono di sposarsi in tutta fretta, come vere rockstar. Ian però non si adatta alla vita adulta: resta ribelle e misterioso, frequentando locali e ambienti musicali. Fino a incontrare i futuri membri della band, inizialmente chiamata Warsaw. Parallelamente lavora in un ufficio di collocamento, aiutando persone con disabilità. Proprio qui, in diverse occasioni troverà fonti di ispirazione bizzarre quanto poetiche (prime fra tutti una ragazza di nome Coreen e la nascita della canzone She’s Lost Control).

Un’ottima prima regia

La regia di Corbijn, insieme allo script di Matt Greenhalgh, mostra primi piani e totali di Ian e dell’ambiente circostante in un B/N estraniante, a tratti spaventoso, perfetto per la narrazione psicologica e musicale. Control ha una fotografia brillante, merito soprattutto di Martin Ruhe e John Watson. Il bianco e nero non è casuale: richiama le foto ufficiali dei Joy Division. Ciò rende perfettamente lo scenario della classe operaia britannica che circonda Ian e la band, così come la scenografia e i costumi, coerenti e veritieri.

Ogni frame trasmette emozioni fredde e glaciali, con un’eleganza distante e tagliente che ricorda, per intensità visiva, il mood gelido di Miranda Priestley de Il Diavolo veste Prada (2006, regia di David Frankel). Anche la rappresentazione dell’epilessia e della stanchezza da palco è realistica: Ian non vuole rinunciare a se stesso, arrivando talvolta a non esibirsi pur di mantenere il proprio controllo. Control poteva essere un primo passo falso. Invece il regista Corbijn si mostra sicuro di sé, molto attento ai dettagli e con una precisa preparazione musicale, oltre che fotografica. Una scelta eccellente che regala al film un’ulteriore resa visiva brillante.

Control

Una vita al massimo, o forse no

“Non ho più controllo e non so più cosa fare.”

Il piccolo budget ha sicuramente influenzato lo stile del film, focalizzato sulla vita e sulla tragica fine di Ian Curtis. La regia e lo script di Matt Greenhalgh (anche autore di Nowhere Boy del 2009) mostrano i suoi desideri, l’ascesa, la famiglia instabile con Debbie (una brava Samantha Morton) e la convivenza tra lavoro, band e instabilità mentale.

Il montaggio, curato da Andrew Hulme, è una metafora di mix di stupefacenti: è rapido, serrato, fluido, riflette la vita breve e intensa di Ian. Uno stile che richiama molto i primi anni di carriera di tanti artisti britannici, primi fra tutti i fratelli Gallagher degli Oasis o i Blur. Così come molti esordienti dei giorni nostri. La relazione clandestina con Annik Honoré (Maria Lara), scoperta da Debbie, aggiunge ulteriore tensione e contrasto: “So di essere un intruso nella tua vita, e non tu nella mia. E ora vedo tutto a pezzi dentro i miei occhi”.

C’è chi si prende tutto il tempo del mondo e chi invece vuole sperimentare ed è aperto ai rischi caotici. In data odierna tanti giovani artisti corrono senza pause e ripensamenti. Agiscono e basta, anche andando contro le regole. Forse è stato proprio questo a dare a Ian un brusco freno (come vediamo nel finale, in cui ascolta The Idiot di Iggy Pop). Ian non conobbe mai i frutti del suo lavoro. Per fortuna, la musica e Control gli hanno reso l’omaggio che merita.

Un mix tra album e realtà

Control è un’immersione rock completa: un album visivo e musicale, simile al concerto The Song Remains The Same dei Led Zeppelin, riproposto nelle sale nel 2024. Corbijn racconta Ian con umanità, mostrando un carattere forte, uno stile punk determinato e selvaggio. La seconda metà del film ci porta nella mente e nel cuore di Ian, in uno stile movimentato e agile, che riflette depressione e attacchi epilettici. Il film invita a riflettere sulla salute mentale e sull’importanza di non rimanere nel silenzio.

Il film è un riuscito omaggio alla storia dei Joy Division, poi rinati come New Order, e alla loro capacità di definire un suono che va oltre la musica. Sarebbe stato interessante vedere più momenti di studio o scene in famiglia con la figlia Natalie, ma il film resta centrato su Ian e la sua esperienza: “Il mio matrimonio è stato un errore”. La musica, però, immortala il suo talento, grazie anche alla colonna sonora degli stessi New Order, David Bowie, Sex Pistols, Buzzcocks e Velvet Underground. Il film restituisce inoltre con autenticità la classe operaia britannica: scenografia e costumi delineano uno spaccato sociale centrale tra anni ’70 e ’90. Questa cura visiva costruisce uno stile che supera la musica, in sintonia con l’identità indipendente di Taxidrivers Magazine, attiva da vent’anni.

Control

Cosa ci lascia il potente Control?

“Il passato è già parte del mio futuro. Il presente è fuori dal mio controllo.”

Fin dalla sua uscita nel 2007, Control si è distinto come film musicale onesto e intrigante. Fu presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, il progetto ottenne grandi consensi di pubblico e critica. Vinse anche 5 British Independent Film Awards, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Esordiente (Sam Riley).

A distanza di quasi 20 anni, è impossibile immaginare Control senza Sam Riley, vero cuore pulsante del film. L’attore ha saputo cogliere tutte le sfumature macabre di Curtis e portarle sul grande schermo con eleganza e trasparenza. Merito anche del piano registico scelto da Corbijn, che privilegia spesso il primo piano: Riley, nei panni di Ian, riesce così a trasmettere disagio e a riportare in vita l’anima punk e sofferente del personaggio.

Interpretare un frontman come Ian Curtis non era per nulla facile: dipendenza, depressione e tormento richiedevano delicatezza. Riley e Corbijn sono riusciti a rendere ogni frame un capolavoro visivo, dove l’arte e il silenzio della musica spiegano ogni dettaglio. Le performance musicali includono Shadowplay, Dead Souls, Love Will Tear Us Apart, Atmosphere e, ovviamente, She’s Lost Control.

Il film mostra (e ci insegna) che non sempre possiamo avere il controllo della vita. Nonostante la depressione, Ian ha vissuto ogni estremo e bellezza come se fosse l’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro, consegnandolo alla musica e al mondo. Control ci ricorda che vivere intensamente, affrontare rischi e abbracciare la creatività è parte del percorso umano, anche quando il destino è fragile, breve e a volte crudele.

Control

  • Anno: 2007
  • Durata: 122'
  • Distribuzione: Momentum Pictures, The Weinstein Company, Eagle Pictures
  • Genere: Biopic, Drammatico
  • Nazionalita: Regno Unito
  • Regia: Anton Corbijn
  • Data di uscita: 26-September-2007