Final Destination Bloodlines disponibile su Sky Cinema e NOW. Final Destination Bloodlines è il sesto capitolo della storica saga Horror iniziata nel 2000 con Final Destination, il film diretto da James Wong negli anni è diventato un vero e proprio cult del genere.
Stefani Lewis (Kaitlyin Santa Juana) è una giovane studentessa universitaria perseguitata da un incubo ricorrente. Un drammatico incidente si ripete ogni notte, mettendo a rischio la sua carriera scolastica ed i suoi rapporti familiari.
Determinata ad avere risposte, Stefani riprende i contatti con sua nonna (Gabrielle Rose), la protagonista dell’incubo ricorrente, riattivando così inesorabilmente una catastrofica spirale di morte che si intensificherà nel corso di Final Destination Bloodlines.
La forma al servizio del macabro in Final Destination Bloodlines
In Final Destination Bloodlines la regia ammicca furbamente allo spettatore, ben conscia del patto che vige fra quest’ultimo ed il mondo narrativo. Un gioco extradiegetico raffinato quanto gli insert shot che installano dei set-up tecnici nel discorso filmico, premesse subdole di un pay-off catastrofico e diabolicamente letale
La preparazione crea un climax grottesco dalle tinte splatter all’apice di un rocambolesco effetto domino che porta la morte a trionfare incontrastata sulla scena.
Questo film non ha molto da offrire a parte un’orditura degli spazi complessa, sadica ed al limite del circense. La regia elegante di Zach Lipovsky ed Adam Stein scolpisce lo spazio con steady cam, droni e panoramiche che descrivono l’ineluttabile premessa al disastro, a quel meccanismo atavico del franchise che gli stessi registi contribuiscono a tenere in vita e che ha ormai raggiunto l’insensatezza.
Final Destination Bloodlines è un pretesto, un aggregatore di menti bisognose di narcosi che celebra la spettacolarità fine a se stessa, destrutturando ogni codice del genere e lasciando solo il lugubre piacere del qui ed ora filmico in cui si compie la scabrosità designata dalla sceneggiatura.
Parlando della sceneggiatura, risulta evidente come in Final Destination Bloodlines non conti nient’altro che l’elemento scenico.
Una scrittura piatta e carente
La storyline è un brandello che consuma l’archetipo, rendendolo uno stereotipo scialbo e sterile. Dialoghi scritti male e personaggi idioti assemblano un puntello sghembo e disperatamente necessario per dare un qualche maldestro contorno alle onnipresenti sequenze di morte.
Come si è detto in precedenza, i set up ed i pay off non mancano, ma sono risorse squisitamente tecniche per poter consentire l’elemento spettacolare. Tutto il resto è trattato con molta meno importanza, penalizzando drasticamente l’opera nel suo complesso.
Final Destination Bloodlines: l’addio artistico di Tony Todd
C’è un momento particolarmente emozionante, in Final Destination Bloodlines. Durante la sequenza in ospedale, i protagonisti vanno a chiedere consiglio a William Bludworth, figura storica del franchise interpretata da Tony Todd.
Tony Todd, passato alla storia per la sua magistrale interpretazione in Candyman – Terrore dietro lo specchio, fonde la sua anima con la caratterizzazione del personaggio che interpreta. L’attore ci regala una performance sentita e profonda in cui, in un’epopea di virtuosismo posticcio, finalmente trionfano il sentimento e l’autenticità.
Questa breve parentesi fa riflettere su una delle grandi carenze del film, a cui però la sceneggiatura cerca di rimediare in modo decisamente maldestro. Non basta certo una scena toccante a risollevare le sorti di un progetto cinematografico.
Final Destination Bloodlines non recupera alcun punto di questa parentesi, ma va senz’altro riconosciuto un gran merito a Zach Lipovsky ed Adam Stein. Ovvero il merito di aver regalato a Tony Todd un’uscita di scena degna di un grande attore come lui.
È inoltre apprezzabile il fatto che i due registi non si siano lasciati vincere dalla tentazione di darlo in pasto ai freddi meccanismi del plot.
Una tensione irrisolta
Final destination Bloodlines è un film dal sapore dolceamaro che prova disperatamente ad avere un’anima, senza però essere pronto a compiere i sacrifici strutturali necessari per sostenere questa scelta.