Take That, ora disponibile su Netflix, è una nuova docuserie diretta da David Soutar, che racconta la storia di una delle boy band più iconiche del Regno Unito.
La band venne creata nel 1990, secondo l’idea del manager e produttore discografico Nigel Martin Smith, che prese spunto dal successo del gruppo americano New Kids on the Block. Il gruppo era inizialmente composto da Robbie Williams, Gary Barlow, Mark Owen, Jason Orange e Howard Donald.
Robbie Williams, il cantante più noto della band, ha lasciato il gruppo nel 1995 e su di lui sono già stati realizzati una miniserie nel 2023 e un film biografico, Better Man, nel 2025, diretto da Michael Gracey.
Take That : un progetto vincente
Gli inizi
Questa nuova docu-serie si compone di tre puntate realizzate utilizzando materiali d’archivio e interviste che ripercorrono oltre trentacinque anni di storia musicale e personale della band inglese. Racconta tutte le fasi della band, dal 1990, fino ad oggi.
Il primo episodio si concentra sulla nascita dei Take That, con le audizioni organizzate dal manager Nigel Martin Smith per trovare giovani ragazzi che potessero competere con le boy band internazionali.
Gary Barlow fu l’unico a non dover sostenere l’audizione. Nigel gli aveva detto che era già nella band, perché non si aspettava di trovare qualcun altro come lui.
Gary si esibiva nei circoli locali fin dall’età di undici anni. Era cantante, un musicista e da tempo scriveva già i testi delle sue canzoni. Non desiderava far parte di una band: il suo sogno era sempre stato quello di costruire una carriera da solista. Nigel gli disse, però, che aveva una visione: gli avrebbe costruito un progetto di successo, una band, e poi, in cinque o sei anni, sarebbe stato pronto per intraprendere la carriera da solista.
Fin da subito, Gary diventò il cantante principale del gruppo ed ebbe il compito di scrivere tutte le canzoni: lui era il cantautore, il nucleo creativo della band. Tutti gli altri rivestivano un ruolo preciso: Mark, col suo aspetto da ragazzino, poteva attirare le ragazze più giovani, Robbie era quello più divertente, il “buffone” del gruppo, Jason e Howard erano invece i ballerini, non scelti per le loro doti canore, ma, ovviamente, per il loro aspetto e per riempire la scena.
Iniziarono i concerti in varie città, mentre il loro manager cercava il modo giusto per promuovere la nuova band e costruirle una fanbase solida. I loro primi concerti si svolgevano soprattutto in locali gay, perché Nigel conosceva quell’ambiente ed era convinto, a ragione, che il pubblico li avrebbe adorati.
Poi iniziarono a puntare su un pubblico più giovane, esibendosi anche nelle scuole e negli auditorium, durante le assemblee. Fu così che la band iniziò ad attirare sempre più l’attenzione del pubblico femminile, soprattutto le teenager.
I primi successi

Il loro primo singolo fu Do What U Like (1991), contenuto nell’album Take That & Party.
Il videoclip puntava soprattutto a sorprendere e stupire il pubblico: nel video, i ragazzi ballano, indossando solo degli accessori in pelle e catene, per poi ricoprirsi, seminudi, con della gelatina. In quel periodo la loro immagine era fortemente sessualizzata. “Era tutto sesso, aveva tutto a che fare con il sesso. Che è poi ciò su cui si basa un sacco di musica pop.”
Dopo aver ottenuto il primo contratto con una casa discografica, inizialmente Gary faticò a scrivere il tipo di musica che ci si aspettava da un gruppo come i Take That, preferendo canzoni più romantiche e sentimentali.
In quel periodo erano ancora dei ragazzi molto giovani, che dovevano imparare a conoscersi tra loro e non erano del tutto sicuri della direzione da seguire. Il loro manager decise allora di fargli registrare la cover di un vecchio brano: It only takes a minute, dei Tavares, che divenne la loro prima vera hit.
Con quella canzone si trasformarono in un fenomeno, ma fu con il brano Pray (1993), contenuto nell’album Everything Changes, che la band trovò veramente il proprio sound e la propria identità musicale. Il brano ricevette numerosi premi, tra cui un Disco d’oro e il premio per il Miglior singolo britannico ed il Miglior video musical ai BRIT Awards del 1994.
Con i singoli successivi, Babe, Relight My Fire e Everything Changes, inanellarono una serie di successi, finendo subito ai primi posti delle classifiche inglesi, tanto che Gary Barlow vinse il premio di miglior cantautore dell’anno.
Back for good e l’apice della fama
I Take That erano diventati estremamente popolari: si ritrovavano circondati da rumore e caos ovunque andassero. Ogni giorno, un centinaio di ragazze li aspettava all’esterno delle loro abitazioni, rendendo loro difficile anche uscire di casa.
Proprio in quel periodo, arrivò anche il singolo Back for Good (1995), contenuto nel terzo album, Nobody Else, che si trasformò immediatamente nel più grande successo. Grazie a quella canzone, furono ospiti del talk show di David Letterman. Fu la loro unica e vera occasione di farsi conoscere in America, ma non riuscirono mai a sfondare realmente nel mercato americano.
A quel punto, erano al primo posto in trentuno paesi e in Top Ten negli Stati Uniti. Sembrava fossero al centro del mondo, ma qualcosa stava per cambiare. Dopo aver passato tanto tempo insieme, la loro complicità si stava incrinando. L’ego di tutti si era ingrandito troppo e la loro condizione era diventata caotica e difficile da gestire. Proprio mentre il successo raggiungeva il suo apice, le tensioni interne diventavano sempre più evidenti.

La crisi del gruppo e l’uscita di Robbie Williams
La collaborazione di Gary col manager e “creatore” dei Take That era molto più forte rispetto agli altri ragazzi. Gary scriveva tutte le canzoni e Nigel prendeva ogni decisione, portando gli altri a sentirsi considerati solo come dei burattini o i ballerini della band.
Iniziarono a stancarsi di essere relegati a quel ruolo, chiedendosi se non dovessero avere anche loro più voce in capitolo. Chi soffriva di più era il più giovane, Robbie Williams.
Robbie era anche colui che provava a intervenire più spesso nel processo creativo, portando nuove idee per i brani, senza sentirsi mai realmente incoraggiato o ascoltato. Ormai nessuno di loro prestava attenzione agli altri e all’interno del gruppo si creò una spaccatura insanabile.
Robbie iniziò a cambiare, ad avere comportamenti più ribelli e aggressivi, apparendo distante e svogliato.
In realtà, era molto depresso e iniziò ad avere problemi di dipendenze, a fare abuso di alcol e sostanze. Williams aveva solo vent’anni o poco più e stava affrontando il periodo peggiore del suo alcolismo.
“Mi ubriacavo fino a perdere i sensi. Fisicamente e mentalmente non c’ero più ” – afferma nel documentario.
Sembrava aver perso completamente l’interesse per la band e di lì a poco lasciò i Take That. L’uscita di Robbie provocò un grande sconvolgimento tra le giovani fan e fu uno dei cambiamenti più importanti per il gruppo inglese.
La band si scioglie e inizia la rivalità tra Robbie Williams e Gary Barlow
Robbie Williams, che non aveva mai percepito Nigel come suo manager, cominciò ad assumere un atteggiamento molto arrogante e sarcastico durante le interviste e le sue apparizioni televisive, dicendo qualsiasi cosa gli passasse per la testa.
Gli altri membri dei Take That iniziarono a invidiare la sua situazione, che, in confronto alla loro, appariva come una boccata d’aria fresca. Si sentivano a loro volta piuttosto stanchi e demotivati e, così, il 13 febbraio 1996, solo sei mesi dopo l’uscita di Robbie, anche il resto della band si sciolse.
Da lì in avanti cercarono tutti la propria fortuna personale, intraprendendo una nuova carriera, con risultati altalenanti.
Gli unici che sembravano avere qualche possibilità di successo come solisti, erano Robbie Williams e Gary Barlow. Ebbe inizio una vera e propria lotta mediatica, in cui i due venivano comparati l’uno all’altro e Williams non risparmiava commenti piuttosto sgradevoli verso gli ex colleghi, soprattutto nei confronti di Barlow.
Dopo un periodo di alti e bassi per entrambi, la definitiva affermazione come cantante di Robbie Williams avvenne con la canzone Angels (1997). A quel punto, le vendite di dischi e biglietti della concerti per lui esplosero e la vittoria sulla popolarità, rispetto agli altri membri del gruppo, fu definitiva.
Il punto di vista di Gary Barlow e la vita oltre i riflettori
Dopo lo scioglimento, i Take That ebbero modo di riunirsi nel 2005, quasi nove anni dopo. Una delle parti più interessanti del documentario riguarda proprio il racconto di quegli anni, quando il successo di Robbie Williams aumentò, mentre gli altri non riuscirono a realizzare i propri desideri. In questa narrazione, il punto di vista di Gary Barlow è forse quello più presente.
L’enfant prodige della musica pop, colui che fin da subito era stato scelto per il suo talento musicale e che da sempre puntava al successo da solista, non ce la fa: non riesce a raggiungere il suo sogno, né ad attirare l’interesse del pubblico.
Gary afferma che, in quel periodo, non poteva nemmeno camminare per strada senza che qualcuno gli urlasse qualcosa riguardo il successo di Robbie, ricordandogli costantemente il suo fallimento. Dopo tutti quegli anni passati ad allenarsi per un obiettivo, non riusciva ad accettare l’insuccesso ed evitò di uscire di casa per tredici mesi, cadendo in depressione e sviluppando anche seri problemi alimentari.
La miniserie racconta quindi anche l’altro lato del successo, quando i riflettori si spengono e la popolarità, la fama e l’adorazione dei fan si allontanano. Mostra anche quanto l’ interesse da parte del pubblico possa essere effimero, passare e tornare improvvisamente, quasi per caso, per un’occasione giusta o un colpo di fortuna.
In questo racconto, Gary Barlow e Robbie Williams diventano due figure quasi parallele: entrambi mossi dal bisogno di affermazione e riconoscimento, finiscono per ferirsi a vicenda, alimentando per anni il proprio ego e i rancori reciproci.
La ricerca di identità nel caos della fama
La docu-serie affronta varie tematiche, tra cui la difficoltà di esplorare se stessi e comprendere i propri interessi e le proprie inclinazioni, quando si fa parte di una band la cui immagine è già stata scelta da anni.
“Facevo parte di un gruppo, ma cercavo anche di trovare me stesso. L’identità del gruppo era stata creata prima che io trovassi la mia” – afferma uno dei componenti della band.
Quando i ragazzi entrarono nei Take That erano giovanissimi: il più grande di loro, Howard Donald, aveva ventidue anni, mentre il più giovane, Robbie Williams, solo sedici. Crescere sotto i riflettori significa quindi dover scoprire chi si è davvero solo dopo che la propria identità pubblica è già stata costruita da altri, come se il ruolo da ricoprire fosse stato assegnato prima ancora di avere il tempo e lo spazio per capire chi si vuole essere realmente.

Linguaggio, scelte narrative e considerazioni finali
Nei tre episodi, alle voci dei membri dei Take That si sovrappongono costantemente immagini di repertorio, creando una narrazione immersiva, costruita come un continuo commento al passato. Il contrappunto tra immagini e testimonianze funziona, ma allo stesso tempo può risultare un po’ confuso, soprattutto per chi non riconosce immediatamente le diverse voci dei componenti della band.
Il lavoro di montaggio è solido e il recupero dei materiali d’archivio è notevole, costantemente accompagnato da interviste e commenti rilasciati nel corso degli anni. Gli unici a intervenire con interviste recenti sono gli attuali membri della band: Gary Barlow, Howard Donald e Mark Owen.
Take That forse non sorprenderà i fan più accaniti della band, che probabilmente conoscono già molte delle situazioni raccontate e delle dinamiche interne al gruppo. Tuttavia, il suo valore non risiede tanto nella rivelazione di informazioni inedite, quanto nello sguardo che propone sul successo, su come può essere costruito e su quanto rapidamente possa sfuggire.
È un racconto consigliato a chi ha amato i Take That, ma anche a chi è interessato ai fenomeni della cultura pop, alle dinamiche dell’industria musicale e alle conseguenze psicologiche della fama raggiunta troppo presto. La serie riesce infatti a mostrare come dietro l’immagine patinata di una boy band si nascondano fragilità, conflitti e identità irrisolte.