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Festival di Roma

‘Elena Del Ghetto’: raccontare il sabato nero

Elena Del Ghetto ci ricorda, ancora una volta, l'orrore del nazifascismo e il dolore causato dalle più feroci dittature dello scorso secolo. E nel periodo che stiamo vivendo, diventa un film importante

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Ghetto ebraico di Roma, prime ore del 16 ottobre 1943.
La pioggia cade incessante, ostinata. Per le vie non c’è anima viva. Tutto tace.

Poi, all’improvviso, un grido.
“Scappate, arrivano li tedeschi! Scappate!”

Ma che sarà mai?
Li tedeschi, li tedeschi! Dobbiamo scappare!”

Che succede, chi disturba lo scrosciare della pioggia?
Se ne dovemo annà!

Si aprono le prime serrande, si alzano le persiane. Chi è che urla?
Il mistero è presto risolto: Elena Di Porto. Anche conosciuta come la matta del quartiere.

E allora! Nessun problema, solo un altro dei suoi deliri. Tanto, lo sanno tutti che è matta. L’hanno anche mandata al manicomio. Tre volte! Figurarsi!

Possiamo tornare a dormire, che domani è lo Shabbat.
C’è da stare tranquilli, non arriverà nessuno. 

Vero?

Elena Del Ghetto, ultimo film di Stefano Casertano, co-prodotto da Titanus e Rai Cinema e presentato in anteprima all’ultima Festa Del Cinema di Roma, sceglie di raccontare il rastrellamento del ghetto di Roma attraverso gli occhi di Elena Di Porto, una delle 1007 vittime innocenti di quella mattina. Una scelta legittima, necessaria, che si inserisce nel solco di un cinema della memoria chiamato, prima di tutto, a ricordare.

Ma l’arte, purtroppo, non si esaurisce nella nobiltà dell’intento. Ricordare le atrocità nazi-fasciste è un dovere che non conosce eccezioni; trasformare quel dovere in un’opera cinematografica richiede però rigore, misura, consapevolezza del mezzo. Perché il cinema non si salva per osmosi morale: l’importanza del tema non può, da sola, supplire a una messa in scena incerta e a interpretazioni che faticano a trovare una misura condivisa.

Elena in posa con un occhio nero

Elena Del Ghetto – La matta non matta

Elena ha quarant’anni, due figli piccoli, un lavoro malpagato come domestica e un marito alcolizzato. È lei a reggere la famiglia, a prendere decisioni, a farsi carico di una quotidianità ostile. Micaela Ramazzotti, chiamata a sostenere il peso emotivo del film interpretando Elena, opta per una recitazione  sopra le righe, che a tratti appiattisce il personaggio, invece di restituirne la complessità.

Attorno a Elena ruota una galleria di personaggi che dovrebbero restituire il ghetto romano nella sua vitalità popolare: la cognata Costanza, il fratello Vitale, lo spasimante Samuele, la padrona di casa Mariella — diva del cinema e confidente improvvisata — e via enumerando. Figure che potrebbero funzionare sulla carta, ma che diventano quasi maschere sullo schermo.

La scelta di una romanità così ostinata solleva più di una perplessità. L’impressione è che il film ricorra a una leggerezza  fatta di interiezioni, gag  e inflessioni marcate, nel tentativo di alleggerire un racconto che, per natura, non lo consente. Sembra quasi che Casertano temesse che il pubblico potesse distrarsi se non continuamente sollecitato, andando però a creare un’incomprensibile dissonanza narrativa tra racconto e fatti storici.

Il romanesco – che non avrebbe problemi di per sé, anche perché come dovrebbero parlare a Roma? – anziché suonare vissuto, è iper-recitato. Ogni battuta viene “spinta” e ogni frase caricata di un’enfasi televisiva. Ramazzotti, in particolare, sembra costantemente impegnata a interpretare l’emozione invece di lasciarla emergere: ogni battuta è caricata come se fosse decisiva, ogni sguardo spinto fino a perdere la naturalezza. La sua performance così non restituisce fragilità, né forza.

Elena e sua madre

Elena Del Ghetto – Un patetismo estenuante

Il film vuole raccontare una figura femminile forte, indipendente, incompresa, quasi una moderna Cassandra, inserendola nel contesto del sabato nero. Un’operazione che richiederebbe rigore, asciuttezza, controllo. Casertano sceglie invece l’accumulo: tutto è sottolineato, ribadito, spiegato.

La fotografia contribuisce a questa sensazione di artificio. Il ghetto viene restituito come una ricostruzione ordinata, levigata, quasi decorativa: uno spazio privo di ambiguità visiva, sempre leggibile, sempre controllato. Un set chiuso che non trasmette l’idea di un luogo realmente abitato, né tantomeno di un ambiente attraversato dal terrore. L’illuminazione, costantemente uniforme, riduce l’immagine a semplice esposizione, svuotandola di  valore espressivo.

Non esistono pause, non esistono accelerazioni. Ogni scena pesa allo stesso modo, ogni momento viene trattato con identica enfasi, a danno della progressione narrativa. Casertano sembra ossessionato dalla chiarezza: tutto deve essere visibile, comprensibile, inequivocabile. Una scelta che tradisce profonda sfiducia sia nello spettatore, sia nel linguaggio cinematografico.

Nel finale il film tenta addirittura un richiamo a Roma città aperta, provando a costruire un parallelo tra Elena e l’Anna Magnani di Rossellini. Un’operazione che risulta forzata e sproporzionata, soprattutto nel momento in cui il film sembra chiamare in causa un immaginario, quello di Rossellini, con cui non riesce mai davvero a dialogare.

 

Costanza coi figli mentre viene scortata sui camion nazisti

Elena Del Ghetto – Non tutto è perduto

Nonostante i suoi limiti,  Elena Del Ghetto riesce a non sbagliare bersaglio. I fascisti e i nazisti che mette in scena non vengono mai ammorbiditi, mai giustificati, mai resi ambigui. Sono ciò che sono stati nella storia: brutali usurpatori, aguzzini, vigliacchi, ingranaggi di una macchina di sterminio fondata sull’odio e sulla disumanizzazione. 

Pier Paolo Pasolini, in Salò o le 120 giornate di Sodoma, lo dice senza metafore e senza attenuanti, mettendo in bocca al potere fascista una frase che ne riassume la sua intrinseca essenza.
La scena è emblematica: i quattro gerarchi fascisti stanno costringendo le loro giovani vittime a banchettare con un pantagruelico manicaretto composto solo ed esclusivamente da feci umane.
D’un tratto, uno dei quattro se ne esce così:

Il Presidente: «Carlo, metti le dita così. Sei capace di dire “non posso mangiare il riso”, tenendo le dita così?»

Carlo: «Non posso mangiare il riso…»

Il Presidente: «E allora mangia la merda!»

È una battuta che non cerca scandalo, ma verità. Riduce il fascismo alla sua sostanza ultima: un potere che umilia, degrada e costringe a ingoiare ciò che resta quando ogni dignità è stata annientata.

Ed è giusto dirlo così, senza attenuanti e senza “però”. Perché se il cinema storico ha una responsabilità, è anche quella di non lasciare spazio a riletture accomodanti o a pericolose nostalgie. Fascismo e nazismo non sono “errori del passato”, né deviazioni momentanee: sono uno dei punti più bassi della storia umana, e come tali vanno ricordati e trattati. Sempre.

In un presente in cui derive autoritarie, pulsioni reazionarie e revisionismi striscianti tornano a farsi sentire – in Italia come nel resto dell’Occidente – ribadire questa ovvietà diventa necessario. Anche quando a farlo è un film non del tutto riuscito.

Elena Del ghetto non cade nella trappola della neutralità. E se riesce a lasciare allo spettatore un messaggio semplice, brutale e incontestabile, allora tanto basta per dire che, sul piano morale, ha almeno scelto da che parte stare. 

E oggi non è poco.

Elena Del Ghetto

  • Anno: 2026
  • Durata: 98'
  • Distribuzione: Titanus
  • Genere: Storico, drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Stefano Casertano
  • Data di uscita: 29-January-2026