Presentato fuori concorso al Festival di Cannes e approdato al grande pubblico, Acid (2023) segna il ritorno di Just Philippot al cinema di genere dopo The Swarm (2020). Il film, un disaster drama a tinte fantascientifiche interpretato da Guillaume Canet (Non dirlo a nessuno, Piccole bugie tra amici), affronta il tema del collasso ambientale attraverso una prospettiva intimista e familiare.
Distribuito in Italia da Notorious Pictures, dopo il passaggio nelle sale, Acid è disponibile su Sky dal 14 gennaio, su Sky Cinema e in streaming su NOW, inserendosi nel filone sempre più frequentato del cinema europeo che tenta di coniugare intrattenimento, urgenza ecologica e dramma umano.
La storia è ambientata in una Francia colpita da un’anomalia climatica senza precedenti: piogge acide improvvise e devastanti iniziano a cadere sul territorio, rendendo l’aria irrespirabile, contaminando l’acqua e trasformando l’ambiente in una zona ostile alla sopravvivenza. Al centro del racconto c’è Michal (Guillaume Canet), un operaio dal passato irrisolto, separato dalla moglie e in conflitto con la figlia adolescente.
Quando la catastrofe si intensifica e le istituzioni mostrano tutta la loro fragilità, i tre sono costretti a riunirsi e a mettersi in fuga, affrontando non solo la minaccia esterna ma anche le tensioni e le fratture che attraversano il loro rapporto.
Un’idea forte che resta sulla carta
Il punto di partenza di Acid è indubbiamente efficace: la pioggia acida come manifestazione estrema di una crisi climatica ormai fuori controllo. È un’immagine semplice che promette un cinema capace di generare angoscia e senso di ineluttabilità.
Tuttavia, una volta stabilita la premessa, il film fatica a svilupparla in modo coerente. La minaccia rimane spesso sullo sfondo, evocata più che costruita, e il racconto procede per accumulo di situazioni senza trovare una vera escalation narrativa.
Il dramma familiare come schema
La scelta di concentrare il racconto su un nucleo familiare disgregato segue una traiettoria ormai consolidata nel cinema catastrofico contemporaneo. In Acid, però, questo dispositivo narrativo appare più funzionale che realmente necessario. I conflitti tra i personaggi sono trattati in modo piatto, senza una reale evoluzione nel corso del film.
Guillaume Canet interpreta un protagonista moralmente grigio, impulsivo ed egoista. Il suo personaggio resta sospeso in una zona irrisolta: né messo realmente in discussione, né trasformato dagli eventi che attraversa. Il risultato è un dramma che accompagna la catastrofe senza mai incidere davvero sul suo senso.
Ambizioni visive e limiti evidenti
Dal punto di vista formale, la regia di Philippot alterna un realismo dimesso a momenti di tensione trattenuta, privilegiando l’atmosfera rispetto allo spettacolo. Una scelta legittima, che però mostra presto i suoi limiti.
Quando il film tenta di confrontarsi con l’immaginario del disaster movie, emerge una evidente sproporzione tra ambizioni e risultati. Le sequenze spettacolari risultano spesso spezzate, e l’impatto visivo resta modesto, incapace di restituire pienamente la portata della catastrofe annunciata.
Un discorso ambientale irrisolto
Il film fatica a dare sostanza al proprio nucleo tematico. La pioggia acida funziona più come espediente narrativo per giustificare la fuga dei personaggi che come elemento elaborato del racconto. La sua origine non viene chiarita e le conseguenze sistemiche della catastrofe restano indistinte, lasciando allo spettatore il compito di colmare le lacune.
Questa indeterminatezza si riflette nel finale aperto, che non amplifica il senso di inquietudine ma ne conferma piuttosto la debolezza concettuale: Acid si chiude senza aver davvero preso posizione, lasciando l’impressione di un racconto sospeso più per mancanza di direzione che per scelta consapevole.
Tra Acid e altri disaster europei
Nel cinema europeo recente non mancano tentativi di raccontare catastrofi e sopravvivenza con risultati più convincenti. Da La società della neve (2023), che trasforma un dramma reale in racconto intenso e coeso, a The end we start from (2023), dove l’apocalisse climatica diventa cornice per una riflessione esistenziale, emerge una tendenza a dare forma e profondità agli eventi estremi.
Rispetto a questi esempi, Acid appare incerto: la pioggia acida resta un pretesto narrativo, priva di presa di posizione, e la chiusura aperta conferma la sensazione di un’opera sospesa, incapace di elaborare pienamente la propria premessa.
Una mediocrità rispettabile
Nel complesso, Acid è un film corretto, consapevole delle urgenze che intende affrontare, ma incapace di tradurle in una forma cinematografica davvero incisiva. L’impressione finale è quella di un’opera che vive soprattutto della forza della sua idea iniziale, senza riuscire a svilupparla in modo compiuto.
Più che un fallimento, è un’occasione mancata: un film che ambisce a parlare del presente, ma lo fa con strumenti limitati e senza un vero slancio creativo, lasciando allo spettatore una sensazione di mediocrità difficilmente superabile.