Il grande freddo di Lawrence Kasdan è un racconto che è riuscito a diventare generazionale perché la sua storia continua a parlare agli spettatori nel tempo.
Con un cast memorabile, tra cui spiccano strepitosamente William Hurt, Glen Close e Kevin Kline, il film si rivolgeva alla generazione dei Baby Boom. Erano i figli di chi aveva vissuto la rinascita economica e sociale dopo la Seconda guerra mondiale, che avevano deciso di ribellarsi alla società dei genitori sulla scia dei movimenti rivoluzionari del Sessantotto.
Kasdan parla proprio a loro e di loro, che da adulti hanno smesso di ribellarsi, creandosi una vita stabile con famiglia e figli, una carriera, oppure non sono riusciti ad andare avanti.
Il lutto dell’esistenza adulta
Il tema principale de Il grande freddo è il lutto della disillusione, quel momento in cui si fanno i conti con la propria vita, con le proprie aspirazioni giovanili e ci si interroga su dove si è arrivati.
Dopo anni di assenza dalla propria città natale, la perdita di un amico spinge i protagonisti a ritrovarsi in una casa lontana dalle loro quotidianità e a riflettere. È un’occasione per riprendersi dal peso dell’esistenza e per gettare la maschera. Momenti per ripercorrere quelle vie conosciute e ormai vuote, rivedere gli amici di un tempo. Ma soprattutto per capire se si sono realizzate le proprie aspirazioni o se si sta sprecando la propria vita.
Il grande freddo porta a riflettere anche su ciò che è stata ed è diventata la nostra società. Al tempo stesso, è una riflessione sul cinema di quel periodo, sulla rabbia dei cineasti desiderosi di esprimersi liberamente dopo il lungo periodo di conservatorismo. Nel giro di poco tempo, il periodo di ribellione si esaurirà e il reazionarismo tornerà ancora più stringente.

Il grande freddo
Un racconto di più generazioni
Ma il capolavoro di Kasdan non parla solo della generazione di quel periodo. Parla di tutte le generazioni che si sono trovate affrontare un atto di “cambiamento”, come la Generazione X, i Millennial e la Generazione Z di oggi. Ma anche quelle dell’inizio del Novecento e dei moti del ’48 in Italia.
È un percorso che si ripete nel tempo per chi deve fare i conti con una realtà diversa da quella a cui ambiva e per cui ha lottato. Risuonano le critiche del politologo Daniel Cohn-Bendit ai moti del 1968, di cui lui stesso era stato leader e simbolo. Dopo quegli anni ruggenti di ribellione, Cohn-Bendit si autoisolerà, allontanandosi dalla politica. Ma dopo la riflessione critica vi tornerà, cambiato, diventando un forte attivista ambientalista.
Cosa rimane dopo la rivoluzione?
È una domanda che potrebbe suonare pessimista, ma su cui è necessario riflettere. Cosa resta di tutte le lotte che abbiamo intrapreso in gioventù? Di tutti i nostri progetti per una società migliore? Degli amici con cui abbiamo condiviso quei momenti?
In un certo senso, il film non vuole essere un’opera che racconta gli aspetti critici di questi cambiamenti. Piuttosto è un invito a non perdersi, a non rinnegare e a non abbandonare quelle aspirazioni giovanili. Un film che invita a ritrovare sé stessi e quella parte di sé che voleva cambiare il mondo.
Questa è la magia de Il grande freddo. È un’opera personale, che parla sia del passato che del presente e rappresenta il simbolo di un cinema più intimo, uno dei pochi lasciti di quella che fu, per un certo periodo, una nuova Hollywood.