Dicono che Tre Colori: Bianco parli di uguaglianza.
Tre Colori Bianco vuole parlare di uguaglianza. E in effetti, se per “uguaglianza” intendiamo “mettere tutti nella stessa miseria”, Kieślowski ci ha preso in pieno. Perché nel suo secondo capitolo della trilogia, l’uguaglianza non è un principio illuminista, ma una livella (quella di Totò) che non aspetta la morte per agire: basta un matrimonio fallito e un passaporto polacco.
Sulla base di questa premessa la volontà dell’autore sembra essere chiara e dichiarata: smontare i miti francesi di libertà, uguaglianza e fraternità attraverso tre variazioni umane.
In Bianco, seguito di Blu del 1993, la parabola di Karol, parrucchiere umiliato a Parigi, risorto a Varsavia, diventa un apologo tragicomico sulla rivalsa dei piccoli contro i potenti. Ma sotto la lente ironica del regista si nasconde una verità più scomoda: quella dell’Est che torna a casa non con la testa alta, ma con la bava alla bocca.
Ed è proprio il nostro Kieślowski, da buon moralista dell’Est, a mette in scena un mondo dove la giustizia non esiste, esiste solo la legge simmetrica del tagione: “tu mi umili, io ti umilio”. Un contrappasso arcaico applicato ai sentimenti.
Solo che a forza di pareggiare i conti, l’uguaglianza diventa un’ossessione contabile: un registro delle vendette.
Ma è qui che il film, per quanto meravigliosamente costruito, ci mostra i denti della sua critica.
Perché Bianco è un film che ti dice “tutti siamo uguali” ma ti mostra Orwellianamente che alcuni sono più uguali degli altri: chi può architettare la vendetta, chi può permettersi di morire simbolicamente per risorgere da imprenditore; chi, insomma, ha il lusso di trasformare la propria sconfitta in allegoria.
La povera Dominique (Julie Delpy), che nel copione doveva incarnare la crudeltà dell’Occidente, finisce invece per sembrare una comparsa nella tragedia di un uomo che ha scoperto il gusto del potere.
Tre colori, nessuna equità
Kieślowski denuncia le ingiustizie del mondo con la stessa calligrafia con cui il mondo le giustifica. È un po’ come un giornalista che racconta la corruzione scrivendo da dentro un ministero. Perfetto formalmente, ambiguo moralmente. In una parola; avvincente.
Come se questo non bastasse; la pellicola ci sfodera un lato tecnico impressionante: fotografia lattiginosa, ritmo lento come la digestione di una vendetta, humour nero che odora di vodka e malinconia. Ma resta la domanda: di quale uguaglianza stiamo parlando?
Di quella che spinge i poveri a odiare chi ha più di loro, o di quella che costringe i vinti a somigliare ai vincitori pur di sopravvivere?

Kieślowski non risponde. Sorride, e lascia Karol ridere da dentro la sua bara simbolica.
È una risata amara, da uomo che ha finalmente “vinto”, ma solo perché ha imparato a usare le stesse armi dei suoi carnefici.
Ciò che resta è il dolore dei vivi
E allora sì, Film Bianco è un capolavoro; ma anche un tradimento.
Un film che finge di parlare d’amore e d’uguaglianza per raccontare in realtà la normalizzazione del risentimento. Ma anche se ridiamo di gusto, il riso ha un sapore amaro per una narrazione che ci invita a compatire i suoi personaggi, finendo per farci compatire lei: prigioniera di un’idea di purezza che, come la neve di Varsavia, si sporca non appena tocca terra.