Foto di copertina a cura di Francesca Cirilli.
Durante il 18 TorinoFilmLab Meeting Event, che si svolge dal 20 al 22 novembre 2025, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista Tommaso Santambrogio, che partecipa alla sezione Scriptlab con il suo nuovo progetto: Ismaelillo (Canti Sommersi nella versione italiana del titolo).
Tommaso Santambrogio: l’intervista
Andrea: ciao Tommaso, ci puoi parlare di come è stata la tua esperienza con il Torino Film Lab ?
Tommaso Santambrogio: la mia esperienza con Torino ScriptLab è stata molto bella e intensa , nel senso più positivo del termine. Quando sviluppi un progetto come autore, la fase di scrittura, preparazione e ricerca è spesso solitaria, e ti ritrovi facilmente a sbattere la testa contro un muro. Avere un confronto in questi momenti da autori internazionali e essere seguiti da tutor molto preparati, che ti accompagnano e ti supportano, aiuta davvero a evitare vicoli ciechi. Avere persone con cui scambiare opinioni, confrontarti, leggere insieme e crescere è qualcosa di prezioso.
Ti permette di riconoscere le criticità della fase creativa, che accomunano tutti i progetti e tutti gli autori, e allo stesso tempo di capire come sta evolvendo il cinema: quali nuove direzioni si aprono, quali fonti di ispirazione emergono e quali problematiche gli autori di oggi si trovano ad affrontare.
A: Ci puoi descrivere il tuo nuovo film?
T.S. : Ismaelillo che in italiano ha il titolo Canti Sommersi, è un film che parte dal sud del Bangladesh, a Chittagong, dove si smantellano le navi e dove si trova il più grande cimitero navale al mondo. Qui seguiamo la vita di un bambino di cinque anni, Ismaelillo, che vive con il padre, impegnato nel lavoro di demolizione navale. Vent’anni dopo lo ritroviamo in Italia, dove affronta una dualità identitaria: da un lato il legame con le sue origini bengalesi e con la sua comunità, dall’altro l’identità italiana maturata negli anni trascorsi nel Paese, in cui è cresciuto e ha studiato. Si trova così a confrontarsi con il dilemma di quale parte di sé abbracciare davvero.
È un film che interroga ciò che oggi significhi l’identità italiana, una domanda cruciale alla luce del calo demografico, dell’impatto delle migrazioni e dell’emergere di seconde generazioni italiane a tutti gli effetti, insieme alle prime generazioni arrivate in età scolare e cresciute qui. Mi interessava affrontare questo tema da un punto di vista maschile, esplorando il rapporto padre-figlio e aprendo una finestra, anche attraverso metafore visive e sonore – che avranno un ruolo fondamentale nel film – su questa dimensione così complessa e attuale.
Tommaso Santambrogio: il lato umano del cinema
A.: un film di attualità che coniuga elementi di riflessione profondi. Quanto è importante l’aspetto umano o riflessivo nei tuoi film?
T.S: È un aspetto fondamentale, soprattutto in questo progetto. Se il mio precedente film era un trittico che componeva un mosaico umano della contemporaneità cubana, qui invece seguo un unico personaggio attraverso il tempo, gli anni e i luoghi. Trattare in modo dicotomico spazio e tempo — due luoghi e due epoche diverse, seguendo la stessa persona — e indagarne i conflitti interiori, i dilemmi legati alle relazioni e ai rapporti che costruisce e vive, era qualcosa che mi interessava profondamente. L’aspetto riflessivo e l’approfondimento dell’umanità dei contesti trattati, è sempre il mio obiettivo nel cinema che voglio e provo a fare. Per questo lavorare sull’intimità, sull’interiorità, sulla frammentazione e sul punto di vista interno del personaggio è per me fondamentale.

A: Nel tuo curriculum vanti importanti esperienze e collaborazioni con registi come Herzog e Lav Diaz. Com’è stato lavorare con loro e quanto della loro esperienza ha influito successivamente sul tuo lavoro e sul modo in cui ti rapporti con il cinema?
T.S: Dal punto di vista formativo sono state esperienze preziose, perché mi hanno aiutato ad aprire la mente rispetto all’approccio cinematografico: l’idea di sfidare i limiti, di non scendere a compromessi e di seguire la propria linea, la propria voce e il proprio sguardo. Werner Herzog e Lav Diaz sono due registi molto diversi, ma entrambi lavorano sul confine, sul limite, rinnovando il linguaggio. Quelle esperienze mi hanno dato respiro e slancio per intraprendere la mia strada e continuare a delineare il mio percorso.
Il lavoro del regista in Italia
A: in chiusura vorrei sapere quali sono le difficoltà che un regista deve affrontare per realizzare un suo progetto in Italia e cosa ne pensi del panorama attuale?
T.S. :La situazione cinematografica attuale è molto complessa, molto problematica. Da un lato penso che i momenti di crisi, proprio per l’origine del termine greco, ti permettono di discernere effettivamente e capire quali possono essere le nuove vie e le nuove possibilità; dall’altro chiaramente un taglio così pesante ai fondi pubblici è un impatto notevole per l’industria, perché genera incertezza che rende le cose ancora peggiori nel contesto contemporaneo e certo non aiuta le collaborazioni internazionali.
Inoltre ostacola lo sviluppo dei progetti sia artistici che imprenditoriali, perché comunque il cinema oltre che essere un’arte è anche un’industria. Bisogna avere uno sguardo sia di comprensione sia di supporto. In reazione a queste difficoltà insieme al mio socio Ivan Casagrande Conti ho aperto recentemente una casa di produzione, per cercare nuove vie e nuovi modi di continuare a fare cinema e resistere nonostante le difficoltà.