Torino Film Lab è uno dei più rilevanti laboratori europei dedicati allo sviluppo dei nuovi talenti del cinema. Tra i vari programmi al suo interno lo ScriptLab ha un ruolo centrale per la nascita delle storie. In occasione del Torino Film Lab Meeting Event abbiamo incontrato Eva Ward, che da anni guida questo percorso creativo, per discutere della filosofia del laboratorio, le sfide della scrittura e cosa significa accompagnare un progetto da un’idea fino a una visione cinematografica compiuta.
Qual è l’obiettivo principale dello Script Lab e cosa lo distingue dagli altri programmi di sviluppo della sceneggiatura?
Gli obiettivi principali sono permettere ai filmmaker di avere un periodo di lavoro “su misura”, in cui possano lasciare da parte le pressioni dell’industria e concentrarsi davvero sul cuore della loro storia. Non solo come sceneggiatori, ma come registi: qual è il film che vogliono fare e qual è la storia che vogliono raccontare.
Il Lab è molto incentrato sul processo artistico. Vogliamo che ogni partecipante trovi il proprio modo di lavorare per quel progetto specifico. Diventa fondamentale anche l’aspetto internazionale, confrontarsi con persone che vengono da diverse parti del mondo permette di capire come una storia possa essere universale.
E non misuriamo il successo in base all’output finale: non chiediamo una sceneggiatura entro una certa data. Se qualcuno esce dal Lab con un trattamento solido e un grande senso di chiarezza, va benissimo. Se arriva alla seconda stesura, altrettanto bene. Contano il processo e la consapevolezza creativa.
Ricevete moltissime candidature. Come funziona la selezione e cosa cercate in un progetto?
Sì, riceviamo più di 600 candidature all’anno, quest’anno addirittura 680. Il processo è articolato: nella prima fase abbiamo un gruppo di professionisti — produttori, sales agent, development executives — che leggono i progetti e li riducono a circa 150. Da lì si passa a una seconda lettura e chiediamo anche un breve video in cui il filmmaker racconta perché vuole partecipare e qual è il nucleo del progetto.
La fase successiva è costituita da circa 60 colloqui a cui partecipano i tutor, io e la curatrice del programma, Amra Baksic-Camo. Solo 16 vengono selezionati.
Cerchiamo una connessione autentica tra autore e progetto, non significa necessariamente che deve essere autobiografico ma deve essere un progetto che ritengono “loro”. È fondamentale anche che abbiano interesse nel lavoro di gruppo, perché lo Script Lab non è pensato per chi desidera solo sessioni individuali. E, ovviamente, serve una buona padronanza dell’inglese, dato che tutto il percorso si svolge in questa lingua.
Come si struttura il lavoro durante l’anno di ScriptLab?
Il fulcro è il lavoro in piccoli gruppi: quattro progetti che restano insieme tutto l’anno. I partecipanti leggono le storie degli altri, le discutono e seguono l’evoluzione di ogni nuova stesura. C’è anche del lavoro individuale, ma è secondario rispetto allo scambio tra pari.
Oltre alle discussioni, abbiamo momenti di oral storytelling, non per affinare il pitch, ma per aiutare gli autori a “sentire” la propria storia in modo diverso quando la raccontano ad alta voce. Introduciamo anche una giornata dedicata alla sostenibilità, perché ciò che si scrive ha un impatto sulla produzione e perché le storie, sempre più spesso, dialogano con il mondo contemporaneo.
Ha notato dei cambiamenti nei temi o negli stili delle candidature negli ultimi anni?
Assolutamente sì. Dal 2019 al 2020 c’è stato un forte passaggio. All’inizio vedevamo molte storie legate all’identità personale, spesso sull’identità di genere. Poi è arrivato il COVID e abbiamo assistito a un’ondata di progetti sul nucleo familiare: dinamiche familiari, distanze forzate, paura per i propri cari.
Negli ultimi anni i progetti sono diventati più politici e socialmente consapevoli. Non necessariamente “politici” in senso diretto, ma con un’attenzione più forte al contesto sociale e comunitario. È come se fossimo passati dal sé, alla famiglia, alla società.
In che modo lo ScriptLab dialoga con gli altri programmi del Torino Film Lab?
Molto bene. I percorsi brevi, come gli Extended e i Next, spesso fungono da introduzione, e molti partecipanti decidono poi di approfondire il loro progetto nel Lab annuale. Inoltre, i progetti dello ScriptLab vengono seguiti con attenzione se si candidano al Feature Lab: c’è una continuità naturale.
Tra tutti i progetti con cui ha lavorato, ce n’è uno che ricorda con particolare emozione?
Sì, un progetto mongolo presentato da una giovane regista — Zoljargal Purevdash — che avevo seguito come tutor prima di diventare Head of Studies. Il film (If only I could Hybernate) ha avuto un percorso lunghissimo e molto difficile: lei arrivò perfino a vendere la sua casa a Ulaanbaatar per finanziarlo insieme al marito. Anni dopo, il film fu selezionato a Cannes, diventando uno dei primi provenienti dalla Mongolia. Ricordo lei molto emozionata, e i giovani attori in abiti tradizionali. È stato un momento davvero speciale.
Secondo lei il ruolo dello sceneggiatore è cambiato?
Purtroppo non molto. Gli sceneggiatori restano sottovalutati e spesso sottopagati. In televisione va un po’ meglio, grazie alla figura dello showrunner. Nel cinema, invece, c’è ancora tanta strada da fare.
Quali sono le sfide più grandi nello sviluppo di un progetto cinematografico?
Dipende dal Paese, dall’esperienza del regista e dall’ambizione del progetto. In Europa uno dei problemi principali è la riduzione dei fondi pubblici, che incide sulla fase di sviluppo.
Ma la sfida più comune è la lunga attesa tra la fine dello sviluppo e l’inizio della produzione. Può durare anni. Spesso i filmmaker finiscono per perdere il contatto con ciò che avevano scritto inizialmente. È un limbo difficile da gestire.
In quale direzione vorrebbe far evolvere lo Script Lab nei prossimi anni?
Vorrei esplorare più a fondo l’integrazione della narrativa “green”: non come propaganda, ma come stimolo creativo. Viviamo nella crisi climatica e l’arte riflette la vita. Il punto è capire come farlo in modo interessante, immaginativo, e non solo distopico o pessimista. È un ambito che mi appassiona molto.