Nell’interminabile serie di adattamenti cinematografici dell’opera di Shakespeare, che va dal fortunatissimo Romeo e Giulietta di Zeffirelli (1968) fino al più ironico e dissacrante Romeo deve morire (2000), non può non trovare posto William Shakespeare’s Romeo + Juliet, 1996, per la regia di Baz Luhrmann. Il cineasta australiano, che qui si fa anche co-produttore insieme a 20th Century Fox, ci consegna un’opera ibrida, particolarissima e caratterizzata da un ritmo incalzante a partire dalle primissime sequenze: in una lotta senza quartiere, Capuleti e Montecchi si colpiscono a suon di Dagger 9mm – un primo indizio sulla volontà di preservare una certa atmosfera shakespeariana – nella trafficata e modernissima Verona Beach. La famigerata faida che fa da sfondo alla storia d’amore fra Romeo e Giulietta, appartenenti a vere e proprie gang rivali in questa trasposizione, si materializza sullo schermo in un’atmosfera massimalista, squisitamente anni Novanta. All’atmosfera scoppiettante concorre in più un dinamismo di camera straordinario, nutrito di zoom rapidissimi e cambi frenetici di inquadrature che insinuano il caos della contemporaneità nella più struggente romance di tutti i tempi.
Il tributo alla modernità
La velocità con cui lo spettatore viene trasportato fra discariche, telegiornali, auto sportive, insegne al neon, moicani colorati e feste in maschera decisamente kitsch cozza immediatamente con il mantenimento dei dialoghi originali, creando un contrasto e una frizione che ammiccano con decisione alla fame citazionistica tipica del Postmoderno: Luhrmann pare quasi sviluppare l’opera sulle sottili differenze fra citazione, ripresa pedissequa e détournement, con giochi più o meno virtuosistici portati avanti anche grazie a un cast di prim’ordine. Fra gli altri, i giovanissimi Leonardo DiCaprio e Claire Danes nei panni dei due amanti, Paul Rudd nei panni dell’altezzoso Paride, ma soprattutto, una formidabile e potentissima interpretazione di Harold Perrineau, Mercuzio: proprio grazie a questo personaggio la regia svela alcuni dei suoi trucchi più ingegnosi per rendere la vicenda rinascimentale più attuale che mai. Impossibile dimenticare, fra gli altri, la “Regina Mab” dell’opera originale, trasposta in droga per la pellicola.
Ricezione e riflessione sui classici
Il tentativo di portare all’attenzione del grande pubblico l’opera di Shakespeare da parte di Luhrmann, è stato ai tempi accolto con opinioni contrastanti, e il film continua oggi a guadagnarsi l’appellativo di “divisivo”. Lo stesso Zeffirelli, che anni prima si era cimentato in un’impresa analoga, si mostrò decisamente poco convinto dalla rivoluzione stilistica di Romeo + Juliet.
In più occasioni, la pellicola è stata tacciata di aver snaturato la tragedia o di averne vandalizzato l’apporto letterario-culturale, di essere troppo vicina alle moderne tecniche di regia, tipiche dei videoclip musicali, assolutamente incongruenti a un adattamento dal teatro; addirittura, di essersi presa gioco di Shakespeare.
Shakespeare tra alto e basso: un’arte bifronte
Una riflessione più accurata, però, rivela immediatamente l’estemporaneità delle accuse. A ben vedere, il recupero dell’elemento pop e dell’umorismo triviale – alla base di buona parte delle critiche – corrisponde a un vero e proprio recupero mirato del teatro elisabettiano, andato accidentalmente incontro a una riqualificazione in senso aulico nel corso dei secoli. L’aspetto culturalmente elevato dell’opera di Shakespeare è solo una fra le varie sfaccettature che vanno a comporla. La prerogativa del suo teatro, in realtà, è proprio quella di essere un’arte bifronte – a metà fra tragedia e commedia, fra raffinatezza e quotidianità – pensata per un pubblico fra i più eterogenei nella storia del teatro, il primo pubblico pagante e popolare al mondo, che del movimento, della suspense e delle battute più sguaiate sulla scena faceva la propria delizia.
Humour elisabettiano
In barba alle trasposizioni pedanti e intellettualistiche, Luhrmann coglie in Romeo + Juliet esattamente la natura multicolore e polifona dell’opera di Shakespeare, sollevandola dall’errato statuto di solennità che le è stato affibbiato. In più, non va dimenticato che il recupero dell’elemento grottesco, venale, della bassa comicità, permette l’entrata in scena di una serie di elementi contemporanei, aprendo alla comprensione reale e all’interiorizzazione dello humour elisabettiano, difficilmente traducibile in altri sensi; grazie a questo gioco di specchi, la pellicola è in grado di fare da ponte fra l’età dei mass media e il secolo del Globe, avvicinando all’opera originale quasi più di qualsiasi adattamento storicizzato.
Un adattamento moderno più fedele dell’originale
L’aggiornamento dei codici espressivi, si potrebbe dire, non solo avvicina notevolmente l’opera allo spettatore, ma addirittura si rivela più fedele alla vera natura del testo di qualsiasi magniloquente adattamento precedente. I contrasti stridenti e le simmetrie con l’opera di provenienza continuano a rincorrersi per tutto il film: DiCaprio-Romeo si muove con agilità fra una camicia hawaiana e un’armatura da cavaliere, fra sequenze dinamiche da film d’azione e primi piani statici decisamente teatrali; Mercuzio, in costume, cita tanto la cultura drag ed il mondo queer, quanto l’usanza elisabettiana di far andare in scena unicamente attori uomini.
Luhrmann è in grado di trovare l’equilibrio perfetto fra citazioni e rielaborazioni – ed è ancor più interessante notare come, in certi casi, questo equilibrio si formi proprio grazie ai contrasti più stridenti – restituendo finalmente a Romeo e Giulietta tutto il lato quotidiano che col tempo era andato perdendosi.
In fin dei conti, più che dissacrante, il brio dell’opera è un omaggio al drammaturgo più famoso del mondo. Nella sua solo apparente superficialità, la pellicola mostra una comprensione piena della complessità e della varietà del teatro shakespeariano, la cui grandezza sta proprio nell’universalità, che dal Seicento fino a oggi non ha mai smesso di ammaliare ogni spettatore.