C’è qualcosa di sfuggente e dolcemente dissonante nel nuovo film di Jérôme Reybaud. Il regista francese dal tocco leggero ma affilato, torna con un’opera intima e discreta, capace di raccontare un intero universo sociale attraverso l’incontro di due donne e un balcone che diventa punto d’osservazione sul mondo.
A Balcony in Limoges continua il suo viaggio nei festival europei approdando al Linea d’Ombra Festival di Salerno, dove è stato accolto come una delle opere più delicate e originali della stagione. In poco più di un’ora, Reybaud costruisce un racconto minimale e densissimo che parla di libertà, marginalità e amicizia.
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Una storia ai margini
Al centro del film troviamo Gladys, una donna sui cinquant’anni che ha scelto, o forse subìto, una vita ai margini. Senza fissa dimora, senza documenti né conto in banca, vive di espedienti, ma anche di una libertà che appare scandalosa nel suo disinteresse per le convenzioni. Ballare, bere, amare: tutto è vissuto come un gesto di resistenza al mondo ordinato che l’ha espulsa. È un personaggio che disarma, perché rifiuta la pietà dello spettatore e si sottrae a ogni etichetta: non vittima, non ribelle, semplicemente viva.
Tutto cambia quando ritrova Eugénie, un’amica del liceo ormai perfettamente integrata nella società. Questo incontro dà vita a un confronto sottile tra due universi inconciliabili. Eugénie cerca di salvare Gladys, ma il film mette subito in dubbio chi tra le due sia davvero prigioniera, e chi invece viva una forma più autentica di libertà. Non è la storia di un aiuto, ma di uno scontro silenzioso: quello tra chi è fuori dal mondo e chi vi appartiene troppo.

Guardare ma senza invadere
Il titolo, A Balcony in Limoges è un indizio sottile. Il balcone diventa il luogo simbolico dell’intero film: una soglia tra dentro e fuori, tra osservare e partecipare. È da lì che i personaggi si guardano, si giudicano, si cercano senza mai davvero trovarsi. ogni inquadratura è calibrata per farci sentire la distanza tra le due donne, ma anche la curiosità reciproca che le lega.
In un’epoca in cui tutto è estremamente visibile, Reybaud ci invita a una pausa e a una riflessione, a riconoscere la dignità di chi vive fuori dai riflettori. Lo spettatore si ritrova così sospeso: invitato a guardare senza poter mai davvero penetrare nell’intimità dei personaggi. La regia, sobria ma estremamente calibrata, amplifica questa sensazione. Lunghi piani fissi, dettagli improvvisi, dialoghi che sembrano scivolare via. Tutto concorre a costruire un ritmo ellittico, come una conversazione interrotta.
Una lezione di umanità
Reybaud, già autore di Jours de France (2016), mostra la sua predilezione per un cinema che parla attraverso le assenze. In A Balcony in Limoges il minimalismo non è povertà di mezzi, ma scelta poetica: il film procede per sottrazione, lasciando che siano gli spazi, i silenzi e i corpi a raccontare. È un cinema che non urla, ma osserva.
In questa apparente semplicità si nasconde la forza politica del racconto: è una pellicola che parla di chi vive ai margini di una società che misura il valore delle persone in base ai documenti o ai conti in banca. Eppure, è proprio Gladys, la donna senza nulla, a possedere la più autentica forma di libertà. Vibrante di un’ironia disperata, regge gran parte del film. Il suo volto, segnato ma vivo, diventa la superficie su cui si riflettono tutte le contraddizioni di una società che emargina ciò che non può comprendere.

Un film che sussurra ma arriva lontano
Il film debutta nella sezione Cineasti del Presente del Locarno Film Festival 2025. Trova nel Festival Linea d’Ombra un contesto ideale per proseguire il suo percorso: un luogo attento ai linguaggi indipendenti, alle nuove forme di racconto e alle voci laterali del cinema contemporaneo. In un panorama spesso dominato da grandi produzioni o storie gridate, il film di Reybaud rappresenta una boccata d’aria diversa: intima, silenziosa, ma profondamente politica nel suo sguardo sulle vite invisibili.
Con la delicatezza di un acquerello, A Balcony in Limoges ci ricorda che anche una storia minima può contenere il mondo: basta affacciarsi, con attenzione, da quel balcone che separa e unisce, proprio come fa il cinema.