Come si cattura l’essenza del Nulla di una società? Come può l’arte, in questo caso cinematografica, prendere spunto dal Nulla che troppo spesso ci circonda e trasformarlo in qualcosa di riconoscibile, in qualcosa di conoscibile? Forse sono queste le domande che si sono posti Vincenzo Alfieri, Niola Barnaba, Roberto Cipullo, Francesco Maria Dominedò durante la scrittura, e Gianluca Manzetti alla regia di Dedalus, suo secondo lungometraggio presentato in anteprima regionale alla diciassettesima edizione dell’ Ortigia Film Festival. E proprio da queste domande bisogna partire per cercare di riflettere su ciò che quest’opera cerca di far emergere.
Dedalus: sinossi
Michele, Tiziana, Nino, Antonella, Filippo e Linda sono i sei aspiranti content creator selezionati per partecipare al Dedalus, un nuovo social game che promette di rendere il vincitore ricco e famoso. Rinchiusi in un’arena isolata, i concorrenti partecipano a delle prove che si rivelano sempre più pericolose. Quello che sembrava un semplice gioco si trasforma lentamente in qualcosa di completamente diverso e i concorrenti si ritrovano a essere carnefici e vittime di un’elaborata vendetta.
Mettere in scena il Nulla
Andiamo in ordine. Come si mette in scena il Nulla? Ovviamente non esiste una risposta univoca e sempre vera. Forse, in realtà, non esiste risposta alla domanda. Dedalus scarta questa difficoltà con intelligenza mettendo in scena non il Nulla assoluto ma il Nulla della società contemporanea, quegli “influencer”, non tutti per carità, che tanto spopolano nella contemporaneità portando con sé il Nulla. Così quel Nulla indefinibile prende corpo nei sette protagonisti del film. Tre uomini e tre donne che per una manciata di followers sono disposti a tutto.
Ed è qui uno dei punti di forza di Dedalus. I suoi protagonisti sono stereotipi marci di una società che, non essendo più in grado di isolarli, li accoglie come eroi. Ma c’è un settimo protagonista nel film di Manzetti. Un protagonista celato, che vive nascondendosi dietro a un separé che gli garantisce un anonimato fittizio ma rassicurante: il pubblico. Il pubblico è la settima incarnazione del Nulla, forse la più terribile, che Dedalus proietta contro il pubblico stesso: masse giudicanti che si nascondono dietro a uno e che in fin dei conti non sono migliori di chi viene giudicato, ma che anzi molto spesso, in nome di una mal supposta levatura morale, risultano ben peggiori.

“Il male genera altro male”
Nella frase recitata da un sempre grandioso Gianmarco Tognazzi, si condensa tutto ciò che Dedalus mette in scena. Perché il Nulla è infestante e quando si diffonde è difficile arrestarlo e, allora, c’è bisogno di un azione forte che nella sua estremizzazione del senso di giustizia si trasforma in spietata vendetta. La vendetta messa in atto dal Master è terribile e fa leva sulle debolezze dei sette protagonisti.
Uno a uno i sei “influencer” sono messi di fronte ai loro peggior incubi, messi a nudo davanti alla scabrosità delle loro esistenze private nascoste dietro a un’apparenza social che si rivela essere uno scudo fragile, un vetro sottile che va in frantumi proprio a causa di chi, come il pubblico, quello scudo l’aveva costruito. Ma la vendetta richiede sempre un pegno, estremo quanto l’atto che si viene a compiere; ed è qui che Dedalus compie un importante scarto tematico. Il finale, senza anticipare nulla, non ci chiede più se sia giusto o sbagliato vendicarsi, ma ci interroga su una questione più ampia: una volta fatto quel che è necessario, saremo in grado di pagare quel pegno?
Lode alla non originalità
“I cattivi artisti copiano. I buoni artisti rubano” con questa illuminata citazione di Picasso passiamo al lato tecnico di Dedalus. La regia di Manzetti è puntuale, asciutta e chiarissima. Non c’è spazio a nessun ghirigoro pseudoartistico e lo stesso vale per il montaggio di Francesco Galli. Il maggior merito di Manzetti è però un altro, ovvero quello di citare esplicitamente grandi registi del passato senza mai cadere nella citazione fine a sé stessa. Tutto è calibrato al dettaglio e integrato perfettamente con la sceneggiatura: si passa così da HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio a Christof di The Truman Show in una perfetta organicità stillistica.
Questa grande chiarezza è possibile soprattutto grazie all’ottimo lavoro di sceneggiatura di Vincenzo Alfieri, Niola Barnaba, Roberto Cipullo e Francesco Maria Dominedò che confenzionano un prodotto ben scritto che ha solo due punti deboli: il ritmo, leggermente sottotono nella parte iniziale del secondo atto, e i dialoghi non propriamente memorabili. Dal punto di vista delle interpretazioni invece il cast capeggiato dal già citato Gianmarco Tognazzi e da Matilde Gioli e composto da Luka Zunic, Francesco Russo, Giulio Beranek, Giulia Elettra Gorietti, Stella Pecollo e Carolina Rey non sfigura, anche se in qualche frangente un’interpretazione leggermente più pacata avrebbe sicuramente giovato all’atmosfera.

In conclusione
Dedalus è un’opera che, partendo da un assunto abbastanza semplice e sdoganato nella fantascienza contemporanea, riesce a distinguersi grazie a una regia asciutta che permette al pubblico di seguire il film senza grossi affanni, rimanendo così concentrato sulla storia. La cosa più interessante del film rimane comunque il come viene trattato il tema della popolarità social e dei danni che l’utilizzo sconsiderato dei social network stanno infettando la società con quel Nulla che va pericolosamente espandendosi soprattutto nelle giovani generazioni.