
La programmazione del Sundance London si destreggia tra feature film e documentari, e tra questi ultimi merita una menzione speciale The Queen of Versailles, brillante epopea firmata Lauren Greenfield sulla famiglia Siegel. David Siegel è il magnate plurimilionario che ha creato e gestisce la compagnia Westgate Resorts, specializzata in vacanze extralusso, e l’annessa Central Florida Investments. David e la moglie Jackie, ex Miss Florida più giovane di lui di circa 30 anni, avevano un sogno, quello di costruire la casa più grande d’America, un’abitazione di 90000 piedi quadrati (circa 8400 metri quadri) ispirata a Versailles, ai fasti dell’epoca di Luigi XIV. La crisi economica del 2009 ha mandato in crisi l’impero economico di Siegel, causando anche il pignoramento della casa da sogno di Orlando. Il documentario si apre con la presentazione della coppia in una location sfarzosa e patinata che lascia intuire i toni sarcastici con cui Greenfield tratta gli aspetti pubblici e privati della famiglia. Pare che il documentario abbia scatenato l’ira funesta di Siegel non tanto perché il ritratto di Jackie che ne viene fuori è quello di “una bionda superdotata, un’avventuriera maniaca dello shopping sposata con un uomo di 76 anni”, e quello generale della sua famiglia è che vive in un “porcile” con “15 domestici quando invece non ci sono mai state più di 4 o 5 tate per otto figli”; ciò che ha irritato il proprietario dei 27 resorts sparsi negli U.S. dalla reddita annua di 800 milioni di dollari è l’idea che i suoi affari siano stati messi in discussione, ragione per cui ha anche intentato una causa per diffamazione al Sundance e alla regista. Greenfield si fa scherno – bonariamente, s’intende – dei ricchi, in particolar modo di coloro che si sono arricchiti (David era figlio di un droghiere e Jackie, dopo una laurea in ingegneria, si è resa conto che non era quella la strada giusta per una vita agiata). Jackie e David incarnano l’esagerazione del sogno americano: The Queen of Versailles è un viaggio nell’eccesso e nello spreco, è un concentrato di smodatezza che proprio per la mancanza di misura dimostrata in ogni gesto – dall’uscita in limousine per raggiungere il Mc Donald’s più vicino all’impresa titanica e disperata di costruire una reggia – suscita ilarità e, tutto sommato, compassione per l’effimero obiettivo.

Di altro genere e natura è il film di pura finzione della sceneggiatrice e regista So Yong Kim For Ellen, un interessante lavoro d’esplorazione di un personaggio perduto in lotta per ritrovare se stesso. Paul Dano è Joby, un musicista di una band hard-rock fallita in viaggio da Chicago per incontrare l’ex compagna e firmare i documenti per il divorzio. Ben presto lo smarrito Joby scopre che il suo avvocato (Jon Heder) ha fatto ben poco per ottenere il diritto di vedere la piccola Ellen (Shaylena Mandigo), la cui custodia è interamente affidata alla madre. Sebbene Joby non sia stato un padre modello, la perdita di ogni diritto sulla figlia mai vista in sei anni risveglia in lui il sentimento paterno, e forse segna anche la presa di coscienza che Ellen rappresenti quanto di meglio creato nella vita. So Yong Kim tralascia l’azione stricto sensu per operare su un carattere quasi immobile, incapace di orientarsi e dirigersi, che avverte il peso della sua inconsistenza ma non è in grado di liberarsene. Il protagonista riesce nel tentativo maldestro e tenero di rivedere la figlia almeno per un pomeriggio ma non viene a capo della sua instabilità, né tantomeno del rapporto con lei. Joby non è un personaggio carismatico e in grado di promettere allo spettatore cambiamenti sostanziali, e So Yong Kim non si dimostra interessata a rendergli un arco caratteriale evolutivo, pertanto rimane cristallizzato nella sua irresolutezza. For Ellen – il cui titolo rielabora il brano conclusivo, For Elise di Beethoven, con cui padre e figlia si separano in un toccante commiato – si attesta come uno studio per immagini sulla psicologia di un carattere fragile e complicato che tenta un approccio relazionale, suo malgrado claudicante, per definirsi. Un cinema fatto di lentezza, di staticità, di penetranti primi piani e di lunghe sequenze è l’arte concettuale di Kim che ammette di aver raccontato una storia ispirata alla sua vita, segnata da un padre assente e dall’immaginazione di un possibile incontro.
Francesca Vantaggiato