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PERSONAGGI

Addio a Paolo Villaggio, il Gogol italiano, il creatore di una nuova, tagliente comicità

Con Paolo Villaggio se ne va un pezzo fondamentale del cinema e della cultura italiana, uno dei cervelli di punta di quella Genova che, insieme al compianto Fabrizio De Andrè, oggi ha perso un altro dei suoi più amati figli

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Se ne è andato un maestro, il ‘Gogol italiano’, colui che riuscì con istinto e un colpo d’occhio imparreggiabili a intepretare una tipologia umana assai diffusa, non solo nel nostro paese, ma ovunque lo ‘sviluppo’ economico avesse attecchito. Certo, l’Italia aveva prodotto, durante la metà degli anni Settanta, un modello antropologico specifico, e Paolo Villaggio, che aveva avuto esperienza diretta di quel mondo, essendo stato un dipendente presso una grande azienda, assorbì totalmente le dinamiche psicologiche imperanti, per poi restituirle con estrema lucidità, contestualizzandole all’interno di precisi rapporti di potere, da cui era pressoché impossibile svincolarsi. E, allora, si trattava di ridere con amarezza di se stessi, di dare al pubblico il riflesso della sua immagine, di mettersi alla gogna. Una comicità, la sua, totalmente innovativa, che riformulò completamente le coordinate dell’umorismo, giungendo all’incredibile risultato di far sghignazzare le masse delle proprie miserabili vite. Insomma, un’impresa straordinaria, che non ha avuto eguali nel panorama cinematografico, non solo italiano. Quello che oggi è ormai un dato acquisito (Fantozzi è divenuto un archetipo, una maschera, alcuni tratti della quale sono inevitabilmente contenuti in ognuno di noi) fu il frutto di una rivoluzione delle prospettive di osservazione, che davvero produsse una sorta di trasfigurazione dell’ordine simbolico, provocandone la crisi, chiedendo, tra una risata e l’altra, di prendere coscienza della deriva cui eravamo fatalmente esposti.

No, signora, suo marito è una merdaccia! E’ vero o no?” chiedeva il sadico professor Guidobaldo Maria Riccardelli alla povera signora Pina. Oppure, “Fantozzi quella sera aveva un programma formidabile: mutande, calze, vestaglione di flanella, frittatona di cipolle per cui andava pazzo, Peroni famigliare gelata, tifo scatenato e rutto libero……”. O ancora, “alle dieci e trenta scarse, finita la cena, il maestro Canello che aveva un altro impegno in un altro veglione, barò bassamente annunciando al microfono….”.

La lista di battute epocali di cui sono letteralmente colmi i primi due film della saga del ragioniere più sfortunato d’Italia è davvero infinita e potrebbe essere snocciolata per intero, provocando, a distanza di quarant’anni, ancora una notevole dose di ilarità. Si, perché la comicità che Paolo Villaggio propose nasceva da un’attenta analisi dell’individuo medio, un omuncolo abbietto, opportunista, feroce con i deboli e ossequioso con i potenti, affetto da una profonda miopia che gli impediva di sviluppare una visione lungimirante di quella che era la sua reale condizione. La messa alla berlina della meschinità dilagante, opportunamente trattata e amplificata dall’acutezza della penna di Villaggio, diede corpo a una nuova forma di commedia, in cui le varie gag trovavano un accattivante sfondo, quello di una piccola borghesia, priva di cultura, di ideali politici, di qualunque forma di nobile interesse, un microcosmo asfittico, affetto da un irrimediabile desiderio di mediocrità.

Lo sguardo di Villaggio, affiancato nella regia dal mai troppo rivalutato Luciano Salce, era davvero impietoso e la sua eroica ironia riusciva sistematicamente a innescare una sospensione del tragico, annunciando un tipo di uomo a dir poco decadente, un soggetto ‘che non vuole più volere’, che si lascia trascinare dalla corrente di un pensiero debole che ha definitivamente smesso di porsi in maniera antagonistica rispetto alla realtà o, quanto meno, di sviluppare una critica minima. Eppure di lì a poco l’Italia avrebbe vissuto gli anni più infuocati della sua recente storia politica, ma il mondo di Fantozzi costituiva il naturale contrappunto e Salce e Villaggio non mancarono di stigmatizzare impietosamente il contestatore tipo di quel periodo, munendo il ragioniere di sciarpa rossa ed eskimo, ridicolizzando qualsiasi tentativo di sottrarsi alla deriva della più bieca normalizzazione.

Insomma, con Fantozzi si era definitivamente persa l’innocenza e ogni gesto che provava a smarcarsi da quella insuperabile condizione si scontrava con una realtà che non concedeva alcunché. Forse era proprio questo l’unico percorso possibile: cercare di sgombrare gli spazi saturi dell’incombente postmodernità, rivolgendo altrove lo sguardo, rinnovando le categorie della percezione della realtà e innescando, dunque, nuove azioni e forme di resistenza. D’altronde, lo scopo che muove tanta filosofia contemporanea è tentare di rielaborare le modalità di sottrazione alla colonizzazione del ‘discorso capitalista’. Fantozzi costituisce l’eccellente testimonianza di quella degenerazione antropologica che indusse Pasolini ad abiurare la Trilogia della vita, fino a debordare nel funerario Salò.

Con Paolo Villaggio se ne va un pezzo fondamentale del cinema e della cultura italiana, uno dei cervelli di punta di quella Genova che, insieme al compianto Fabrizio De Andrè, oggi ha perso un altro dei suoi più amati figli.