Ravenna Nightmare: Paranormal Drive di Oleg Asadulin

Per il primo dei due titoli russi nei quali ci siamo imbattuti all’ultimo Ravenna Nightmare, Tragedy at Rodger’s Bay di Philipp Abryutin, abbiamo avuto solo parole di elogio. Non ci possiamo purtroppo ripetere per l’altro film in concorso. Per quanto arrivi ad essere persino godibile nella sua sconclusionata sarabanda di emozioni e spaventi, un film come Paranormal Drive (Marshrut postroen, in originale) perde un po’ troppo spesso la rotta (alla stregua della coppia sposata che vediamo girare di notte sulla propria auto, verrebbe da dire), rivelandosi strada facendo sempre più derivativo, incoerente, nonché votato a compensare con qualche effettaccio certi momenti di stanca della narrazione.

Il lungometraggio diretto non senza stile da Oleg Asadulin, film-maker russo nativo di Cheliabinsk, ha forse il suo punto di forza nell’agghiacciante prologo. Una lite domestica alla presenza della prole degenera in atroce misfatto: un uomo fa a pezzi la moglie e ne nasconde il corpo nel Suv. Tutti i giornali parlano del terrificante caso di cronaca. Ma che fine farà mai l’automobile a.k.a “scena del crimine”?
La vediamo poco più avanti riverniciata, rimessa a nuovo, venduta con tanto di sconto a un’altra giovane coppia. I due si accingono peraltro a partire per le vacanze in macchina, con la loro bambina al seguito. Ma viene presto il sospetto che pure la loro sia una coppia in crisi…

Il regista si diverte qui a giocare con determinati stilemi del cinema di genere americano, calandoli però in una arrembante realtà post-sovietica. Lenin, Stalin e Trotsky giacciono da tempo in soffitta. E tutto l’interesse delle nuove generazioni pare riversarsi su status symbol come il cellulare di ultima generazione o le macchine grandi, potenti. Vista la piega che tale racconto cinematografico prende sin dall’inizio, il paragone con Christine – La macchina infernale è quasi d’obbligo. Anzi, l’impronta di Carpenter sembra far capolino anche in successive e inquietanti derive, che dal momento in cui il viaggio devia dai canoni della rassicurante vacanza, di quella che potremmo definire “normalità”, possono ricordare addirittura Il seme della follia. Ma, pur mostrando complessivamente polso nelle riprese e nel serrato montaggio, Asadulin dà l’impressione di non padroneggiare fino in fondo la materia né a livello di semplice rappresentazione dell’orrore, né soprattutto su quel piano allusivo e metaforico che dovrebbe assicurare sostanza al racconto. Il discorso sulla violenza di genere per esempio parte bene. Ma si perde poi in una serie di scelte narrative puramente riempitive, forzate, se non addirittura contraddittorie rispetto all’assunto iniziale. Piccole o grandi svolte introdotte al solo scopo di sorprendere, insomma.
E se il lungo viaggio in macchina affrontato dai protagonisti e dalla loro bambina di momenti spettrali, terrificanti, ne propone oggettivamente parecchi, anche le scene allucinatorie dopo un po’ cominciano a essere meno incisive, per non dire ripetitive. All’ennesima inquadratura di vermi disgustosi sul sedile posteriore dell’auto, tanto per dirne una, si ha più un senso di saturazione che di reale paura o inquietudine.

Utlima modifica: 8 Novembre, 2016



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