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2018

Una vita di Stéphane Brizé, un dramma in costume al femminile

Stéphane Brizé con Una vita, dramma in costume che affianca l’omonima opera di Maupassant, dimostra di essere un eclettico autore modulatore di generi

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“La vita non è né bella né brutta”, chiosa nel finale Rosalie (Nina Meurisse), serva e sorella spirituale della figura femminile protagonista di questa trasposizione cinematografica, la baronessa Jeanne Le Perthuis des Vauds (Judith Chemla). La vita di Jeanne, con emozioni e pensieri soffocati, imposizioni sociali che stabiliscono traiettorie, tradimenti reiterati, è dentro e fuori il 4:3 scelto dal regista Stéphane Brizé. Dentro c’è il volto espressivo di Jeanne/Chemla, che cambia luce col passare del tempo e con l’affievolirsi della speranza, ci sono i suoi occhi sul mondo e le sue reazioni agli altri, i suoi sentimenti di gioia e di dolore; fuori resta un universo di menzogna, prevaricazione, desiderio consumato, punizione, dissolutezza, delicatamente lasciato all’immaginazione da una regia elettiva.

La giovane aristocratica Jeanne fa ritorno nel castello di famiglia dai genitori Simon-Jacques (Jean-Pierre Darroussin) e Adélaïde (Yolande Moreau) dopo aver concluso i suoi studi presso il collegio religioso. Il sole illumina il suo volto aperto all’accoglienza di un futuro roseo; è estate anche nel suo cuore gonfio di speranza. Quando incontra il suo promesso sposo, il visconte Julien de Lamare (Swann Arlaud), il sogno sembra prendere piede.

Il primo segno della cifra stilistica di Brizé, che tende a escludere l’insieme per chiudersi nel dettaglio, inquadra in un close-up il disagio di Jeanne mentre perde la verginità ignorata dal marito. La vita coniugale è mostrata in inverno, fredda e isolata come il marito vuole. Il dramma esplode con la gravidanza e l’allontanamento di Rosalie, intuibile l’adulterio serva-padrone mai esplicitato se non nella fuga lunare della moglie dal marito in una sequenza sublime di perturbante e romantica bellezza. Torna il sereno nel regno di Jeanne con l’amicizia della contessa Gilberte de Fourville (Clotilde Hesme) e, con esso, si impongono nuovamente luce e colore. Il tradimento si ripete, questa volta doppio, e l’oscurità piomba pesante nel mondo di Jeanne, ma ancora più spietata, mortifera, fino ad adagiarsi poi in una parabola discendente nel rapporto con il figlio. Quella di Jeanne è una vita, né bella né brutta, come le ricorda la serva ritornata da lei per alleviarne la solitudine, la vita di una donna a cavallo tra i due secoli destinata a occupare una posizione subalterna all’uomo, obbligata a subirne i comportamenti e ad assumere la responsabilità dei suoi misfatti, impossibilitata a scegliere senza il benestare di preti e padri (seppur amorevoli). Nelle feritoie spazio-temporali create dalla discrasia tra mostrato e negato nella logica di sottrazione, Brizé immette il tempo della memoria in frammenti evocati dal presente, frammenti o rimossi di un ricordo o di un’illusione.

Brizé dimostra, con questo dramma in costume al femminile che affianca visivamente l’omonima opera di Maupassant, di essere un eclettico autore modulatore di generi a proprio agio tanto con i period drama quanto con il crudo realismo alla Dardenne del recente La legge del mercato, film sulla spietatezza e spersonalizzazione del mondo aziendale interpretato dal premio cannense al miglior attore Vincent Lyndon. Allora come ora, il peso del film è trainato dalla forza di un interprete, di un carattere dai piccoli gesti e grandi decisioni.

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  • Anno: 2016
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: Academy Two
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Belgio
  • Regia: Stéphane Brizé
  • Data di uscita: 01-June-2017