“California Split” & “The Gambler”

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Il Cinema è soprattutto illusione. Un’affermazione che più banale e ovvia non si può. L’aspetto, se vogliamo tragico, è che anche se sappiamo che assistiamo alla finzione, queste rappresentazioni della vita, che ci coinvolgono sullo schermo, iniziano a fare parte del nostro essere. Ci convinciamo, o meglio ci illudiamo, che certe cose nella vita devono per forza andare in un certo modo. E questo ci fa sentire bene e sicuri perché l’illusione sembra più vera della realtà. Ovviamente non si può generalizzare, ma l’essenza di tante pellicole è che c’è sempre speranza o che non ce n’è alcuna. Che tutto nel finale si risolve per il meglio o che tutto va a puttane. Nei film selezionati in questa rubrica, la visione nichilista e pessimista l’hanno fatta spesso da padrone. Magari qualcuno si chiederà il perché. La risposta è semplice. Perché in fondo la vita è soprattutto così, e non la costruzione socio-culturale dalla quale troppo volte ci facciamo ingannare. Il vero problema è che di solito ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi. Quindi a volte bisogna dare un taglio alle nostre illusioni e affrontare la realtà, la vita come è veramente. E’ il potere unico, affascinante e allo stesso tempo ingannatore, terrificante del cinema.

Nel capolavoro Quinto Potere (The Network, 1976) di Sidney Lumet, Peter Finch a proposito della televisione, ma il discorso è più che valido anche per molto cinema soprattutto contemporaneo, si scatena nel seguente monologo.

Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede… conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni! Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, spegneteli e lasciateli spenti, spegnete i televisori proprio a metà della frase che vi sto dicendo adesso, spegneteli subito!!!”

Quasi tutte le cose finiscono, soprattutto quelle belle, speciali, irripetibili, quelle che vorresti non finissero mai. Le ragioni e risposte possono essere tante, ma purtroppo è così, anche se non vogliamo accettarle e non le capiamo.

Comunque sia, dopo cinque anni, prima sulla versione cartacea, poi da subito sul sito, la rubrica Double Bill termina la sua avventura con questa 24esima puntata.

Per non assumere il tono da funerale e per chiudere veramente alla grande la scelta è caduta su due classici degli anni Settanta, gli straordinari, California Split (California Poker) di Robert Altman e The Gambler (40.000 dollari per non morire) di Karol Reisz, entrambi usciti nel 1974. Il che fornisce al sottoscritto anche la scusa per parlare un’ultima volta di due eroi personali, di cui abbiamo spesso parlato in questo spazio, Elliot Gould e James Caan. Di norma ci sono due tipi di film sul gioco d’azzardo. Prima ci sono quelli più popolari, in cui la rappresentazione del gioco d’azzardo (pensiamo a La Stangata) è spesso dal tocco leggero e poi ci sono quei film che ne raccontano la dipendenza.

California Split
La terza delle quattro storiche collaborazioni tra Altman e Gould (le altre sono i capolavori MASH, Il lungo addio e Nashville) è ambientata nel mondo dei giocatori d’azzardo, o meglio parla di quelli che scommettono su tutto, dal colore delle macchine che passano, al numero di cereali nella confezione. Gould interpreta, con il suo solito atteggiamento laconico e allo stesso tempo ironico (che a pensarci bene ora è quello che si definirebbe slacker), Charlie Walters, uno che si giocherebbe anche l’ultimo paio di mutande. Una sera fa la conoscenza di Bill Denny (un George Segal raramente così bravo), un giornalista, giocatore di azzardo anche lui, e con un debito non indifferente da pagare. I due fanno qualche piccola vincita, ma sono briciole. California Split in ogni caso non è tanto un film sul gioco d’azzardo, ma sull’amicizia tra due uomini, ognuno spinto dai propri demoni. A dirla tutta, una strana amicizia, inizialmente solo legata da un fine comune e, limitata nel tempo, ma che nel finale risulta più significativa di molte altre. Ad Altman interessano i due personaggi, non la storia. E così come la storia finisce con una vincita immensa, anche l’amicizia trova una sua naturale conclusione. Per Charlie non cambia niente, ma per Bill il momento che dovrebbe essere il coronamento dei suoi sogni, non significa nulla. Una volta raggiunto l’obiettivo, comprende che è vuoto e perso come prima, forse ancora di più. L’importante non era vincere, ma giocare, e forse anche quello non importa veramente.

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La scena più bella del film, infatti, è proprio quella nel finale. Uno scambio di battute tra l’apatico Bill e il confuso Charlie, che anche se non capisce subito la ragione dell’amico, l’accetta e le strade dei due si separano. Un finale amarissimo, per un film che in realtà ha molti momenti divertenti. In chiusura, la malinconia e la desolazione però hanno la meglio. California Split è uno dei film più belli di Altman. Purtroppo l’unica edizione DVD è, per ragioni di diritti musicali, tagliata di tre minuti. Da anni fuori catalogo si spera che una futura riedizione integri anche il materiale mancante.

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Un paio di dettagli sui retroscena del film. Scritto dall’attore Joseph Walsh, frustrato dai dialoghi poco realistici che gli toccava recitare, decide di scrivere una sceneggiatura con personaggi che parlano “come nella realtà” e al contempo di inserire la sua personale esperienza con il gioco d’azzardo. Nel 1971, Steven Spielberg legge la sceneggiatura e rimane talmente entusiasta da collaborare con Walsh per ben nove mesi. Il piano era di girarlo alla MGM, con Spielberg in regia, Walsh come produttore e Steve McQueen (che era già apparso nel bellissimo Cincinnati Kid di Norman Jewison) nel ruolo protagonista. I casini ciclici che hanno sempre contraddistinto la MGM, fanno si che tutta si fermi. Spielberg passa ad altro e Walsh porta la sceneggiatura prima alla Universal e poi alla Columbia. La scelta cade su Altman, che avrà non pochi screzi con Walsh riguardo alla sceneggiatura. Il risultato però premia entrambi. Se Segal era previsto fin dall’inizio, Gould entra in scena solo dopo il rifiuto di Peter Falk e Robert de Niro. Senza voler togliere nulla a questi due miti del cinema, Gould è ancora una volta perfetto. Anzi di più. Il ruolo di Charlie sembra scritto per lui e non sorprende la scoperta che l’attore all’epoca si trovava in una simile situazione di dipendenza. Non interpreta il personaggio, ma lo vive, perché lui è Charlie.

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Altrettanto bello, ma dal tono ancora più disilluso e The Gambler, senza dubbio il film migliore di Karol Reisz (suo anche l’interessante Who’ll stop the Rain, 1978), nonché una delle interpretazioni più sentite di James Caan.

Uscito nel 1974, The Gambler nasce in origine come racconto autobiografico di James Toback, che insegnava inglese al City College of New York e che a sua volta combatteva con la dipendenza dal gioco d’azzardo. A un certo punto però inizia a visualizzare il racconto in forma di film e trasforma il tutto in sceneggiatura (la sua prima), terminandola nel 1972. Attraverso vari contatti questa arriva fino a Robert De Niro, ma quando la regia viene affidata a Reisz quest’ultimo gli preferisce Caan.

Raccontare la trama di The Gambler, oltre a essere un esercizio sterile, rischia anche di non rendere giustizia al film. Ne diamo quindi solo un breve riassunto.

Axel Freed (Caan) è un professore di letteratura, al quale apparentemente non manca nulla nella vita. E’ attraente, benestante (i suoi nonni sono milionari), ha una bella ragazza (una Lauren Hutton non all’altezza del ruolo) e amici che gli vogliono bene. Ben presto però ci accorgiamo che è tutta una facciata, perché quello che lo definisce come individuo è la sua ossessione con il gioco. Non c’è scommessa alla quale riesca a resistere. Come per molti giocatori di azzardo, il fine non sono affatto i soldi, la vincita, ma il rush. Quella sensazione e situazione incerta, vissuta su un costante precipizio, collegata alla possibilità di una scia vincente, sono la vera spinta.


Alex ha un debito di $44.000 con gente poco raccomandabile. Grazie all’intervento di un suo amico mafioso (un ottimo Paul Sorvino), che lavora per gli allibratori ai quali Alex deve i soldi, gli viene concesso un po’ di tempo prima dell’inevitabile ritorsione. Si fa prestare soldi da amici e famigliari, ma la parabola distruttiva sembra inevitabile. La sua dipendenza non lo molla.

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Ho scelto di citare due scene, tra le più belle e rilevanti del film, non tanto per approfondire la trama della pellicola, ma per tracciare il quadro del suo protagonista.

Durante una discussione in classe, quasi subito all’inizio del film, troviamo Alex a discutere con i suoi studenti di Dostojewski (al cui romanzo, Il giocatore, è liberamente ispirato il film) e su come 2+3 può equivalere a 4, invece che a 5. La sua spiegazione è una devastante metafora sul perché i giocatori d’azzardo sono schiavi del loro vizio. Questa scena in particolare, insieme a alcune altre che seguono, riesce a spiegare non solo il personaggio di Alex, ma anche persone con altri tipi dipendenza. Sono tra i momenti più riusciti della pellicola e sono utilizzati dal regista per fare comprendere allo spettatore quello che sta succedendo ad Alex.

Nella seconda lo vediamo restituire una somma non indifferente per delle scommesse perse. L’allibratore non è ancora fuori dalla porta, quando Alex lo prega di accettare una nuova puntata su una partita di basket che sta per cominciare. L’altro subito non ne vuole sapere, ma poi cede all’insistenza di Alex. In quella che forse è la scena più riuscita del film, lo vediamo seduto nella sua vasca da bagno, mentre ascolta la partita. L’espressione di Caan, nel momento che perde nuovamente, in più all’ultimo secondo, vale l’intera visione.

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Nonostante le buone interpretazioni dei comprimari (Sorvino, Burt Young, James Woods, Antonio Fargas), il film è tutto incentrato su Caan, chiaramente in piena fase cocainomane, per chi non ha i paraocchi la cosa è abbastanza evidente. La dinamicità e intensità della sua interpretazione ha dell’incredibile e fornisce alla pellicola, energia e vita. Una rappresentazione accuratamente tragica della dipendenza. Alex veramente non riesce a controllarsi. La routine, ma anche la prevedibilità della propria vita, gli fanno sempre cercare la situazione in cui prendere un rischio. Non sa come andrà a finire, ma è fermamente convinto che la conclusione sarà a suo favore. Addirittura sotto minaccia fisica e pur avendo i soldi per ripagare i suoi debiti, non riesce a resistere all’impulso. L’eccitazione, l’incertezza sempre presente del “che cosa succederà” vince su tutto il resto e si trasformano a tutto gli effetti nell’high, applicabile a ogni dipendenza. L’unica cosa chiara è che la vincita monetaria non conta nulla, i soldi non hanno alcun valore.

The Gambler riesce ad evitare molti cliché tipici del genere, e a giocare allo stesso tempo con le attese del pubblico. Si prenda ad esempio la scena in cui ha una serie vincente in un casinò. In ogni altro film, perderebbe tutto subito nello stesso posto, mentre qui se ne va da vincitore. Il problema però si ripresenta il giorno seguente, quando il diavolo che si porta dentro, gli fa fare un’altra scommessa con tutti i soldi che aveva appena vinto. In realtà non ha scelta, anche se si illude che sia così.

Quello che rende Axel un personaggio così affascinante, sta proprio nel fatto che anche se non ammette la sua dipendenza, sa benissimo quello che fa. Continua perché non può fare a meno dell’adrenalina, del thrill, non certo per diventare ricco (il che crea una connessione diretta con il film di Altman). Non a caso, The Gambler rimane anche uno dei film preferiti interpretati da Caan, che fu giustamente nominato per un Golden Globe.

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Il finale è ambiguo e aperto a diverse interpretazioni. Il tipo di vita, la malattia della dipendenza in The Gambler però è raccontata in maniera straordinaria. Se vogliamo, in un certo senso rappresenta per il gioco d’azzardo, quello che sono The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945) di Billy Wilder o Days of Wine and Roses (I giorni del vino e delle rose, 1962) di Blake Edwards per l’alcolismo. Un vero capolavoro degli anni Settanta che merita un recupero il più presto possibile.

Purtroppo anche in questo caso, il DVD è tristemente fuori catalogo. Una costante di molti classici dimenticati della New Hollywood.

Ringrazio tutti gli amici di Taxi Drivers (in particolare Vinz, Luca e Gianluigi), per la fiducia, la pazienza, lo spazio e soprattutto la libertà concessa negli anni. Un grazie sentito va naturalmente a quei (credo pochi) lettori che hanno seguito la rubrica nel tempo. Spero sia servita a qualcuno di voi come piccolo stimolo o aiuto nella ricerca di qualche film ingiustamente dimenticato. A me ha dato tantissimo, più di quanto avrei mai potuto immaginare o sperare, ma ora è arrivato il momento di passare ad altro.

Double Bill chiude qui… Fade to black. The End.

Quest’ultimo Double Bill è dedicato a una persona unica e speciale. Sai chi sei.



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