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‘Vicious – I tre doni del male’: Bertino tra ambizione e fragilità narrativa

Il regista di The Strangers riprende il suo cinema dell’angoscia minimale

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Vicious: I tre doni del male

Vicious: L’orrore che nasce dal vuoto e non dalla forma. Bryan Bertino torna nel solco del suo cinema con Vicious, horror psicologico disponibile su Paramount+  e distribuito da Eagle Pictures per il mercato italiano. Il regista di The Strangers riprende il suo cinema dell’angoscia minimale, fatto di spazi svuotati e spiegazioni trattenute, in cui ciò che manca pesa quanto ciò che si vede.

Ma quello che si presenta come un ritorno coerente a una poetica ormai riconoscibile, che privilegia l’allusione alla spiegazione, si rivela presto un esercizio più fragile del previsto: un dispositivo formale che fatica a trasformarsi in racconto compiuto, restando sospeso tra suggestione e vuoto narrativo.
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Vicious la sinossi: una visita notturna e una regola impossibile

Polly (Dakota Fanning) vive sola in una grande casa durante il periodo natalizio, sospesa in una quotidianità che già di per sé appare incrinata. Una notte, l’arrivo di una misteriosa anziana (Kathryn Hunter) interrompe la sua fragile routine: la donna le consegna una scatola contenente una clessidra e una regola tanto semplice quanto disturbante.

Per sopravvivere, Polly dovrà inserire al suo interno «Qualcosa che odia, qualcosa di cui ha bisogno e qualcosa che ama». Da quel momento, la realtà si sfalda: presenze ambigue e voci familiari distorte trasformano la casa in un teatro mentale dove il confine tra interno ed esterno si dissolve progressivamente.

La casa come mente, la mente come trappola

Bertino lavora, come spesso accade nel suo cinema, sull’idea che lo spazio domestico sia una proiezione mentale. Ma in Vicious questa corrispondenza si fa più instabile, quasi sfuggente. La casa di Polly non è soltanto un luogo: è una dilatazione della sua fragilità.

I corridoi si allungano come se non avessero fine, la luce fredda non riesce mai a scaldare davvero l’ambiente, e tutto finisce per suggerire una condizione psichica prima ancora che narrativa. È qui che si intravede il potenziale più interessante del film: quello di trasformare lo spazio in psiche. Ma è anche il punto in cui emerge il suo limite, perché questa idea non trova mai una piena traduzione drammaturgica.

La scatola come enigma e come cortocircuito

L’oggetto che dà avvio al film promette una struttura rituale, quasi morale, capace di scavare nei traumi della protagonista. Eppure il dispositivo non apre significati, li lascia appena accennati e subito irrisolti.

Le tre condizioni imposte a Polly restano volutamente ambigue, e questa ambiguità, inizialmente fertile, si trasforma presto in opacità sistematica. Bertino sembra interessato meno a risolvere l’enigma che a mantenerlo sospeso.

Vicious- L’orizzonte dell’horror contemporaneo

È in questo punto che Vicious rivela meglio la propria collocazione nel panorama recente dell’horror.

Negli ultimi anni il genere si è progressivamente diviso tra due tendenze: da un lato un horror narrativamente compatto, costruito su regole chiare e meccanismi riconoscibili; dall’altro quello che viene spesso definito elevated horror, cioè un cinema che usa il genere come veicolo per elaborare traumi psicologici, lutti o stati mentali alterati.

Vicious tenta di inserirsi proprio in questa seconda direzione, ma lo fa senza adottarne gli strumenti. Dove l’elevated horror costruisce un sistema simbolico coerente, in cui ogni elemento ha una funzione emotiva o tematica precisa, il film di Bertino si limita a suggerire livelli interpretativi senza mai consolidarli.

Il risultato è una zona intermedia problematica: non abbastanza strutturata per essere un horror “classico”, non abbastanza articolata per essere un horror simbolico compiuto.

Visioni, voci e il rischio della ripetizione

La parte centrale del film si sviluppa come una sequenza di intrusioni sensoriali: voci che imitano i familiari, apparizioni improvvise, slittamenti percettivi. È qui che Vicious tenta di costruire la propria identità horror, alternando suggestione atmosferica e jump scare più convenzionali.

Ma la reiterazione del meccanismo finisce per attenuare progressivamente l’effetto perturbante. Il dispositivo smette di evolversi e si trasforma in schema, perdendo quella capacità di destabilizzazione che dovrebbe essere il suo centro.

In questo senso, il film si avvicina più a una struttura episodica che a una progressione narrativa: ogni scena sembra ripartire da zero, senza accumulo emotivo reale.

Dakota Fanning, tra tenuta emotiva e isolamento del personaggio

Nel cuore del film resta Dakota Fanning (Mi chiamo Sam, Man on Fire – Il fuoco della vendetta), chiamata a sostenere quasi interamente il peso della narrazione. La sua interpretazione è costruita su una tensione continua, su una vulnerabilità che non trova mai reale compensazione.

È una prova di controllo più che di espansione emotiva, e proprio per questo efficace nel dare corpo a un personaggio che il film tende a disgregare. Tuttavia, l’assenza di un vero sviluppo narrativo finisce per intrappolare anche la sua performance in un ciclo di variazioni senza progressione.

La tensione secondo Bertino: costruire e poi dissolvere

Se la regia di Bertino conferma una competenza evidente nella gestione dello spazio e dell’atmosfera, Vicious mostra anche il limite di un approccio che privilegia la frammentazione alla costruzione.

La tensione non cresce, ma si accende e si spegne, come se il film fosse composto da impulsi isolati più che da un disegno unitario. Lontano dalla progressione quasi asfissiante di The Strangers (2008) e dalla compattezza più controllata di The Dark and the Wicked (2020), tutto procede per scatti improvvisi, senza una vera continuità emotiva.

Il risultato è una sensazione persistente di instabilità che però raramente si traduce in coinvolgimento.

Un finale che non chiude, ma prolunga

Il film si chiude senza offrire una vera risoluzione, preferendo suggerire la continuità del tormento piuttosto che una sua conclusione. È una scelta coerente con l’impianto generale, ma anche rivelatrice di una difficoltà più profonda: quella di trasformare l’ambiguità in significato.

In termini più ampi, questa scelta riflette una tendenza diffusa nell’horror contemporaneo a sostituire la chiusura narrativa con la sospensione permanente. Ma dove altri film riescono a trasformare questa sospensione in densità tematica, Vicious rischia di confondere l’indeterminatezza con la profondità.

Un horror dal potenziale non realizzato

Alla fine, Vicious resta un’opera coerente con la poetica del suo autore ma incapace di compiersi. Il suo centro è chiaro, proporre la fragilità mentale come spazio instabile, ma il percorso che dovrebbe articolare questa idea si disperde in ripetizioni e tensioni mai pienamente sviluppate.

È un film che insiste sull’idea di perturbazione mentale, ma che finisce per smarrirsi nella propria stessa indeterminatezza. E in questo scarto tra intenzione e forma si gioca il suo limite più evidente: non tanto l’assenza di risposte, quanto l’assenza di un vero sistema di domande.

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'Vicious – I tre doni del male

  • Durata: 2026