David Fincher: la verità è irrilevante

A tre anni dall’adattamento cinematografico in salsa statunitense di Millennim – Uomini che odiano le donne, David Fincher è tornato dietro la macchina da presa per L’amore bugiardo – Gone girl, thriller sospeso tra dramma e sarcasmo, dove tutto quello che appare come verità muta, vertiginosamente, per trasformarsi in un reale fittizio. Recentemente presentata al Festival del Cinema di Roma, la pellicola, tratta dal libro di Gillian Flynn (qui anche sceneggiatrice), rappresenta l’indiscussa maturità registica di un cineasta che, con una filmografia composta da poco più di dieci titoli, è riuscito a crearsi un’identità filmica tale da rendere ogni sua prova riconoscibile, proprio in virtù di uno stile personale e distintivo.

Classe ’62, Fincher entra, neanche ventenne, nella scuderia di talenti dell’Industrial Light & Magic, l’azienda degli effetti speciali di George Lucas, dove muove i primi passi nell’industria cinematografica come assistente degli effetti visivi di pellicole come Il Ritorno dello Jedi. Esperienza fondamentale per le sue regie future che, sommata alla sua estetica dell’immagine e all’ormai leggendaria accuratezza per i dettagli, ne fanno un regista cult. Proprio l’inizio nel campo degli effetti visivi è l’arma in più del regista, della quale si serve per creare un taglio fortemente definito, coadiuvato da una fotografia ricercata, dove anche le tinte più cupe sono inserite all’interno di un gioco cromatico che valorizza la narrazione.

Debutta alla regia nel ’92 con Alien³, dopo quasi un decennio trascorso a dirigere spot pubblicitari e videoclip musicali, ma è con Seven che si fa notare da pubblico e critica, per le atmosfere cupe ed i repentini cambi di registro narrativo che lo porteranno a ridefinire il genere thriller. Con Fight Club, trasposizione cinematografica del romanzo di Chuck Palahniuk, David Fincher dimostra nuovamente la sua forte identità registica, che ribadisce e fortifica con pellicole come Zodiac (2007), Il curioso caso di Benjamin Button (2008) o The Social Network (2010) che ne fanno un’autore a tutti gli effetti.

Devoto sostenitore del digitale e acuto osservatore del cambiamento dei mezzi di fruizione dei prodotti video, Fincher è produttore esecutivo di House of Cards, serie gioiello targata Netflix (servizio di streaming on line), per la quale ha diretto i primi due episodi e si appresta a realizzare la versione U.S.A. della serie britannica Utopia, della quale ha comprato i diritti, per la HBO.

Manuela Santaccaterina

 

Utlima modifica: 15 Dicembre, 2014



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