Esistono lutti su cui il tempo si sedimenta lentamente, conferendo un graduale senso di chiusura, e altri che invece rimangono sospesi in una dimensione irrisolta, condannati a convivere con l’assenza di risposte. La verità migliore, premiato al SalinaDocFest per il miglior montaggio, si confronta con una perdita del secondo tipo, radicata nel disastro aereo di Montagna Longa del 1972, in cui a perdere la vita è stato anche il regista Franco Indovina. Le indagini parlano di incidente, il caso viene archiviato in fretta, e la memoria collettiva lentamente si affievolisce.
Mezzo secolo dopo, è sua figlia Lorenza Indovina a cercare risposte, dopo che alcuni familiari delle altre vittime le insinuano un dubbio destinato a complicare il suo rapporto con il passato: e se non fosse stato un incidente, ma un attentato? Si innesca inevitabilmente un’indagine duplice, giudiziaria e intima, pubblica e privata. Indovina insegue le tracce, ascolta testimonianze, scava negli archivi, ma soprattutto ricostruisce da zero i ricordi di un padre mai conosciuto davvero.
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“Quanti ricordi servono per poter dire di aver avuto un padre?”
Nonostante il mistero che circonda lo schianto aereo rappresenti inizialmente il motore narrativo dell’opera, è evidente come l’urgenza giuridica si dissolva progressivamente, lasciando spazio a interrogativi molto più personali. L’indagine diventa allora un pretesto per ricostruire un padre attraverso i ricordi degli altri, quasi a voler creare una memoria che non ha mai avuto tempo e modo di esistere. In quest’ottica acquistano un valore particolare i frammenti d’archivio della filmografia di Franco Indovina — aiuto regista di Michelangelo Antonioni durante gli anni della celebre Trilogia dell’incomunicabilità — parzialmente mezzo di celebrazione, ma soprattutto metafora di un dialogo tra Lorenza e un immaginario scolpito da Franco stesso, in cui la figlia individua una premonizione di morte attraverso scenari aridi e corpi spezzati. Non si sa questo cosa significhi per lei, ma tra le tante forme assunte dalla verità c’è anche quella personale, e l’importante è trovare il coraggio di guardarla in faccia.
La sorella della regista, la cui voce ci arriva solamente attraverso un telefono, si rifiuta invece di partecipare all’indagine, incapace di vedere nel padre la figura romantica che gli altri ricordano (o scelgono di ricordare): per lei Franco è prima di tutto l’uomo che ha abbandonato la madre per una “bella donna”. La verità migliore suggerisce quindi che esistano molteplici facce della stessa tragedia, legate inevitabilmente alla nostra percezione intima.
“Il nostro non è un lutto personale”
Nella sua inchiesta, Lorenza Indovina viene a contatto con altri familiari delle vittime, tra cui alcuni che da subito non si sono mai dati pace. Confrontandosi con loro, in viaggio verso il monumento ai caduti, imparerà una lezione importante, ovvero che certe battaglie diventano importanti solo quando ci coinvolgono personalmente. È difficile per una persone che per decenni ha combattuto nell’indifferenza generale per impedire che quella tragedia venisse dimenticata, nascondere la frustrazione davanti alle parole della regista dichiaratamente all’oscuro di molti retroscena legati allo schianto nonostante il suo coinvolgimento diretto. «Com’è possibile che la gente continui a morire senza che la verità venga mai a galla?» dice una di loro, faticando a mascherare la rabbia nei confronti della regista. Le sue scuse arrivano subito dopo, ma nel frattempo Indovina ha avuto modo di sentirsi in colpa, e noi di cogliere un’ulteriore dinamica sotterranea del film.
Una delle riflessione più preziose del documentario è proprio che la giustizia assume forme diverse in base alle nostre necessità. Esiste quella giudiziaria, che rincorre prove oggettive e responsabilità; quella dell’attivismo emotivo, che tramite la battaglia custodisce la memoria delle vittime anche quando ogni speranza sembra svanita; e infine quella più personale, che mira solo a riconciliarci con ciò che abbiamo perduto. Sarebbe più facile vivere secondo il mantra dello zio della regista, che professa invece la verità più semplice, pura e priva di rimorsi: «Tu hai perso un padre, io ho perso un fratello.»
Fiori per la tua tomba
Uno degli aspetti più interessanti de La Verità Migliore è la trasparenza con cui mette in mostra il processo di inchiesta. I dibattiti con gli esperti sono accesi e privi di filtri, al pari di qualsiasi conversazione al bar con gli amici, ma soprattutto risultano spesso sconclusionate nell’ottica della progressione dell’indagine, a prescindere dal loro grado di interesse. Una dimensione umana in cui si ha la percezione che questo dolore continui a cercare uno spazio in cui essere ascoltato, anche dopo cinquant’anni.
In apparenza, la visione di questo documentario potrebbe facilmente essere sostituita dalla lettura di qualche notizia in merito, ma così facendo non si riuscirebbe a cogliere come La Verità Migliore sia in realtà uno sfaccettato contrasto tra il coinvolgimento emotivo delle parti in causa e l’inconsapevole indifferenza del mondo che circonda questa produzione. È evidente soprattutto quando Lorenza deposita dei fiori presso un monumento al centro di una rotonda dedicato alle vittime, circondata dal traffico che continua a scorrere come se nulla fosse. Fino a poco tempo prima, anche lei faceva parte del traffico, mentre ora passeggia tra le montagne cercando un segnale.
Sul piano cinematografico, tuttavia, Lorenza Indovina sceglie quasi sempre la strada più convenzionale. Le riflessioni che emergono risultano sempre più stimolanti della loro traduzione formale, affidata a un linguaggio documentaristico lineare che funziona, ma che raramente trova immagini capaci di sorprendere. È un limite che impedisce al film di compiere un definitivo salto di qualità, senza però intaccarne il valore umano. Quando arrivano i titoli di coda, e il pretesto iniziale della narrazione torna a monopolizzare lo schermo sottoforma di testo, ciò che resta non è il dubbio sull’attentato, ma la consapevolezza che ogni ricerca della verità finisca inevitabilmente per trasformarsi in un viaggio interiore.