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‘The Apprentice – Alle origini di Trump’ intervista con il regista Ali Abbasi
Tra cinema e politica con il regista iraniano
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3 ore agoon
Ospite speciale a Firenze Ali Abbasi, regista iraniano autore di The Apprentice – Alle origini di Trump. Lo scorso martedì ha incontrato il pubblico all’arena estiva della Manifattura Tabacchi di Firenze, nell’ambito della rassegna cinematografica curata dalla Fondazione Stensen.
L’appuntamento, iniziato alle 19.30 con un incontro pubblico dedicato al percorso artistico del regista e al suo ultimo lavoro, ha visto poi la proiezione di The Apprentice – Alle origini di Trump, primo e finora unico film di finzione dedicato alla vita dell’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Al termine della proiezione il pubblico ha poi partecipato a un approfondimento con il regista.
La rassegna che il Cinema Astra, in collaborazione con la Fondazione Stensen e con il direttore Michele Crocchiola, dedica al regista Ali Abbasi è un’occasione per attraversare un percorso cinematografico unico, in cui ogni storia diventa un modo per interrogare il presente. Da Border – Creature di confine, premiato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, a Holy Spider, intenso ritratto della società iraniana, fino a The Apprentice – Alle origini di Trump, unico film sul presidente americano e il suo rapporto con il controverso avvocato Roy Cohn, ogni titolo restituisce il ritratto di un autore libero, capace di sorprendere e provocare.
In occasione dell’incontro con la stampa Ali Abbasi ha avuto modo di raccontare sia il suo modo di fare cinema, sia la sua visione del mondo strettamente correlata con il suo ultimo film che, come da lui ripetuto, è diventato contemporaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno di un film grazie e a causa del soggetto al centro della storia, anche se occorrerà ancora del tempo per capire se e come è stato recepito effettivamente dal pubblico.
Non vedo in Trump una persona con così tanta rilevanza storica. È una persona che mette in atto delle strategie poco sofisticate, ma è estremamente impulsivo. Però nel momento in cui sento pronunciargli determinate frasi o parole so che purtroppo c’è una piccola percentuale di verità in quello che dice e questo mi preoccupa tantissimo.
Al termine dell’incontro abbiamo potuto fare alcune domande ad Ali Abbasi sul suo ultimo film.
Ali Abbasi e la divisione di The Apprentice
Il film sembra essere diviso in due parti, sotto tanti punti di vista. Nella prima parte vediamo Trump che appare un giovane ambizioso in una città competitiva che sembra quasi sovrastarlo. Nella seconda siamo all’opposto, con l’allievo che supera il maestro, cioè Trump che sovrasta l’avvocato. Avevi già pensato di strutturarlo in questo modo?
Probabilmente è vero che è diviso in due parti, ma questo è anche dovuto al fatto che il film è stato pensato come una storia d’amore con il giovane Trump cresciuto all’interno di questa relazione, diventando sempre di più come Roy Cohn. Più diventava come l’avvocato e più cresceva, assorbendolo e spostando gli equilibri di potere. A un certo punto, però, diventa una storia d’amore a senso unico, in cui è soltanto Roy a essere interessato a Donald.
Se consideriamo la realtà storica (e ci abbiamo pensato molto in sede di creazione del film), è a livello romantico che si crea veramente una relazione iniziale tra i due perché effettivamente Trump è proprio il tipo di Roy al quale piacevano i ragazzi alti, belli e biondi. Poi succede qualcosa di reale che va oltre l’attrazione sessuale e diventa una connessione emotiva più profonda e reciproca: si tratta di una relazione comunque di rispetto e di ammirazione reciproca.
Alla fine, però, ecco la parabola discendente, come spesso accade nelle relazioni, che porta i due ad allontanarsi. Perché quando a Trump non serve più Cohn non c’è più relazione o connessione emotiva con questo personaggio. Poi le cose sono andate molto male per Roy sul finire della sua vita: è stato cancellato dall’albo degli avvocati, ha perso la sua licenza, ha preso l’AIDS, e questo si è riflesso anche nella vita di Trump. Nonostante tutto, però, e nonostante in quel momento la loro relazione non fosse più così forte, Donald è stato una delle persone che ha testimoniato a suo favore.
Credo che la relazione tra loro sia stata assolutamente reale, sicuramente di uso reciproco, ma è stata una relazione nella quale si sono anche connessi a livello emotivo. Penso che questo sia il cuore del film.
Sempre a proposito di questa divisione in due parti del film, ho notato che c’è una distinzione anche a livello registico. Mi è piaciuto il modo in cui hai diretto il film perché la regia diventa un elemento fondamentale in questo senso. Nella prima parte la macchina da presa è molto più vicina al personaggio, sembra quasi rincorrerlo ed è tutto molto più concitato, la seconda è molto meno movimentata e anche gli spazi sono diversi (nella prima parte gli spazi sono più chiusi e cupi, ma al tempo stesso anche pieni di persone e mi hanno ricordato un po’ i gangster di Scorsese; nella seconda invece gli ambienti sono più luminosi e ampi, ma al tempo stesso vuoti).
Questi elementi di cui parli sono una funzione, nel senso che è una storia che racconta un personaggio ed è quello il fulcro. All’inizio noi sappiamo che lui è un portaborse, è sotto pressione, ha delle scadenze da rispettare ed è molto vulnerabile. Per far vedere tutto questo, ma senza dirlo esplicitamente utilizziamo i mezzi del cinema. Poi questo è anche il modo in cui il personaggio si autopercepisce. Per esempio lui veniva dal Queens, da Brooklyn e quando tu sei nel Queens vedi Manhattan, ma quando sei dentro Manhattan non la vedi e anzi cambia completamente il suo punto di vista. Nella cosiddetta seconda parte lui, invece, è al centro e controlla; è lui che ha l’attenzione su di sé, è lui che dirige lo spettacolo e si può prendere il lusso di avere più potere, più luce, più spazio. Chiaramente tutto questo ha un costo e il costo è quello della perdita di relazioni. Quindi emotivamente c’è una perdita e infatti lo vediamo sul finale dove lui è più solo. All’inizio era sempre in azione, sul finale quello che percepiamo di lui è il vuoto.
Parallelismi e analogie
Si può dire che, in qualche modo, la società che lo attanaglia nella prima parte del film rispecchia il padre e il modo in cui lo ha cresciuto (con modi di fare violenti ed esasperanti)? Lui si sente braccato dalla società e oppresso da ciò che lo circonda e spera di poter venire fuori da tutto questo che è un po’ quello che gli succede col padre.
Sicuramente lui è stato cresciuto in una famiglia nella quale il padre era molto ricco, ma non era parte della cosiddetta élite di Manhattan. Questo portava a considerarli come dei provinciali e credo che abbia sicuramente giocato un ruolo importante nella sua psiche, portandolo a inseguire un sogno come se fosse una persecuzione. Lui sapeva che doveva entrare in quell’élite e doveva prendere parte a quel circolo. Ed è anche consapevole che non si possono comprare alcune cose, come il prestigio, senza far parte di un gruppo specifico. Per quello lui doveva essere lì e doveva diventare parte di tutto questo. Allo stesso tempo, però, penso che la differenza tra lui e gli altri è quello che ha probabilmente imparato da Roy: puoi diventare parte dell’élite senza fare ciò che fanno gli altri, diventando una sorta di ribelle. Sia guardando il film che nella storia vera, lui e Roy erano davvero i ribelli dell’epoca. Era il momento storico dello Studio 54, di Andy Warhol, della rivoluzione sessuale e dell’allentarsi di tutte le norme sociali. C’era un’atmosfera estremamente libera in quegli anni e invece loro si ponevano in maniera completamente diversa, quindi in qualche modo erano dei ribelli. Poi un’altra cosa importante che ha imparato da Roy è il fatto che si può essere una persona contraddittoria, ma riuscire comunque. Roy stesso era un gay omofobico, era una persona di destra che però amava la decadenza, quindi portava avanti una serie di valori tradizionali, ma di fatto amava e viveva in maniera iper decadente: era IL cliché dell’ebreo che si autodetesta (da qui le storie di Roy che andava ai party repubblicani con una corona in testa e al braccio un toy boy). Nonostante ciò veniva comunque accettato all’interno di questo contesto così rigido e formale perché comunque aveva una sua funzione ed era un elemento necessario di questo sistema. Questo lo ha insegnato a Trump che poteva essere parte dell’élite pur rimanendo sé stesso.
Da dove viene tutto questo? Sicuramente si può andare a prenderlo, in maniera più psicologica, dalla famiglia di origine (padre e madre) perché sicuramente la loro famiglia era una famiglia disfunzionale con Fred Junior morto per alcolismo. Secondo me, però, è molto importante non ridurre tutto a ciò che è successo nella sua infanzia o a un approccio più psicologico perché Trump è estremamente specifico come personaggio e questo non può derivare soltanto dalla sua storia familiare.
La morale del film di Ali Abbasi
Ho apprezzato la contrapposizione iniziale con Nixon che afferma di non essere un imbroglione. Si possono considerare le sue parole come un’anticipazione di ciò che vedremo poi nel film?
Sicuramente si possono interpretare così le parole iniziali di Nixon e credo sia molto interessante come momento storico. Nixon era molto diverso da Trump, infatti se ci fosse stato il corrispettivo di un Watergate durante la presidenza Trump non avrebbe avuto alcun esito perché a lui non sarebbe importato nulla. Quello che è successo il 6 gennaio è stato molto peggio: un amico videomaker mi ha raccontato di aver assistito a un incontro tra i Proud Boys e Roger Stone a Washington per premeditare ufficialmente un’insurrezione.
L’appello alla decenza di Nixon (Io sono una persona che non mentirebbe mai) è proprio l’inizio del doppio messaggio della palese menzogna nella politica che però, in qualche modo, passa come secondo messaggio ed è un momento fortemente documentato. Lì c’è una doppia corrente che si è manifestata nelle presidenze americane: un post Seconda Guerra Mondiale in cui sorge una nuova destra sicuramente cappeggiata da Nixon che è contro il New Deal e contro la politica di Roosevelt e di questo entourage fanno parte Roy Cohn, Paul Manafort e Roger Stone che saranno poi le stesse identiche persone che sosterranno e aiuteranno Reagan. Questo blocco è un blocco presidenziale che si basa sui concetti di legge, ordine e decoro, un decoro che poi abbiamo visto. Ecco perché, sebbene probabilmente Nixon non sia stato come singola persona di ispirazione a Trump, è comunque utile a mettere il punto di inizio per quella che sarà poi la politica della nuova destra americana.