Ambientalismo, guerre, povertà, crisi sociali e il dibattito, sempre più attuale, sull’Intelligenza Artificiale. Sono solo alcuni dei temi al centro della diciottesima edizione del Sicilia Ambiente Film Festival, manifestazione che da anni porta sul grande schermo documentari capaci di raccontare con sensibilità e profondità le grandi sfide del nostro tempo. In occasione del festival abbiamo incontrato il direttore Antonio Bellia, che ci ha raccontato la filosofia della rassegna, i criteri alla base della selezione delle opere e il valore del documentario come strumento di riflessione sul presente, soffermandosi anche su una questione che da quest’anno ha acceso i dibattiti: il cinema può davvero essere separato dalla politica?
Il Sicilia Ambiente Film Festival è arrivato alla sua 18ª edizione. Qual è oggi la sua identità? E in cosa si distingue rispetto agli altri festival dedicati al documentario?
Il Sicilia Ambiente Film Festival nasce diciotto anni fa con l’obiettivo di affrontare il tema dello sviluppo sostenibile. All’epoca siamo stati tra i primi festival in Italia a parlarne, andando oltre la sola questione ambientale. Esisteva già il Cinema Ambiente di Torino, che continua a essere un punto di riferimento importante, ma fin dall’inizio la nostra idea è stata quella di mettere in relazione la tutela dell’ambiente con quella dei diritti umani. Questa è la caratteristica che ci ha contraddistinto sin dall’inizio. All’epoca molti guardavano con un certo scetticismo questa scelta e non era immediato comprendere il legame tra questi due ambiti. Oggi, invece, è evidente come le questioni ambientali e quelle legate ai diritti siano strettamente connesse.
Questo rimane il nostro punto fermo e la nostra forza. Il festival non è soltanto una rassegna cinematografica: il cinema è il cuore del progetto, ma intorno ai film si sviluppano incontri, dibattiti e collaborazioni con realtà come Greenpeace, Amnesty International Italia, ARPA e Legambiente. Con queste organizzazioni dialoghiamo costantemente, anche nella selezione delle opere. Una delle peculiarità del festival è proprio l’assegnazione di due riconoscimenti speciali: il Premio Amnesty International Italia, dedicato ai film sui diritti umani, e il Premio Greenpeace Italia, riservato alle opere che affrontano le tematiche ambientali.
Il festival è articolato in quattro sezioni competitive: lungometraggi di finzione, documentari, cortometraggi e animazione, ciascuna con i propri premi. A queste si aggiungono sezioni speciali che cambiano ogni anno. Quest’anno abbiamo scelto di concentrarci soprattutto sulla Palestina e sull’Iran e, più in generale, sulle conseguenze dei conflitti. Più che mostrare le immagini della guerra, che ormai vediamo quotidianamente, ci interessa raccontare i segni che essa lascia: sull’identità delle persone, sul territorio e sull’ambiente, conseguenze che continueremo a pagare ancora per molti anni.
A proposito di questo tema, vorrei collegarmi ad alcune dichiarazioni emerse nei principali festival internazionali, in particolare a Berlino e Cannes. Penso, ad esempio, alle parole di Wim Wenders, secondo cui il cinema dovrebbe mantenersi in un certo senso separato dalla politica, una posizione criticata dal presidente di giuria Park Chan-wook, che ha invece rivendicato il valore politico del cinema. Quanto è importante, per un festival come il vostro e per la selezione dei film, ribadire il legame tra cinema e politica? E quanto è fondamentale che il documentario continui a raccontare il nostro presente?
Credo che sia un tema importante, anche se a volte rischia di diventare una discussione un po’ teorica. Come tutte le arti, il cinema è inevitabilmente influenzato da ciò che accade intorno a noi. E ciò che stiamo vivendo in questi anni è profondamente segnato dalla guerra, quindi è naturale che il cinema ne venga attraversato. La sensibilità di un autore non può prescindere da ciò che osserva, da ciò che vive. Nel documentario questo è ancora più evidente: l’osservazione della realtà e le scelte narrative finiscono inevitabilmente per toccare anche gli aspetti politici.
Non a caso, una parte importante del nostro lavoro prosegue anche dopo il festival, attraverso attività di educazione ambientale rivolte soprattutto alle giovani generazioni. Utilizziamo il cinema come strumento educativo, e credo sia impossibile sostenere che un percorso di educazione ambientale non abbia anche una dimensione politica. Naturalmente non parliamo di politica partitica o di appartenenza ideologica. I temi che affrontiamo – la tutela dell’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo sostenibile – riguardano la collettività e, proprio per questo, sono temi politici nel senso più ampio del termine.
Allo stesso tempo, un festival che promuove il cinema d’autore deve prestare grande attenzione anche alla qualità artistica delle opere: al linguaggio cinematografico, alla poesia delle immagini, alla capacità di trasformare un argomento in un’opera d’arte. Per noi il contenuto è importante quanto il modo in cui viene raccontato. Personalmente non condivido l’idea di separare completamente il cinema dalla politica, anche se rispetto le opinioni di chi la pensa diversamente. Inoltre il cinema si esprime attraverso forme molto diverse. Anche una commedia può parlare di ambiente o di diritti umani. Può farlo con leggerezza, con ironia, raggiungendo un pubblico molto ampio e lasciando comunque un segno. Perfino un cinepanettone, estremizzando il concetto, potrebbe contenere un messaggio di fondo sul rispetto della natura o delle persone.
Se affronti il tema dell’immigrazione puoi scegliere un registro drammatico oppure uno ironico; se racconti il mare puoi farlo in tanti modi diversi. Cambia il linguaggio, ma resta il fatto che ogni opera lascia qualcosa nello spettatore. E questo, in fondo, è già un atto politico. La politica è la polis: è il modo in cui viviamo insieme.
Negli ultimi anni le nuove generazioni sembrano essersi avvicinate maggiormente al documentario e, più in generale, al desiderio di raccontare la realtà contemporanea, sia dal punto di vista ambientale sia da quello sociale e politico. È una sensazione che condividi?
Tradizionalmente il pubblico del documentario è un pubblico adulto. È inutile girarci intorno: coinvolgere i giovanissimi è sempre stato difficile, a meno che non ci sia un argomento che li tocchi particolarmente da vicino. Negli ultimi anni, però, ho notato un cambiamento importante. Credo sia cresciuta la cultura cinematografica delle nuove generazioni. La differenza più evidente è la capacità dei ragazzi di seguire davvero un documentario. Anche quando il ritmo è più lento o il tema è complesso, se trovano qualcosa che li interessa riescono a mantenere un’attenzione straordinaria.
Ricordo quando ero studente: le proiezioni organizzate dalla scuola diventavano spesso un’occasione per chiacchierare o stare insieme, più che per guardare il film. Oggi succede molto meno. Le sale sono silenziose, i ragazzi seguono con attenzione. Non so se siano semplicemente più educati oppure se abbiano sviluppato una sensibilità diversa. Personalmente credo sia la seconda ipotesi. Anche il documentario, del resto, è cresciuto enormemente dal punto di vista artistico. Un tempo erano poche le opere capaci di arrivare davvero al grande pubblico; oggi il livello medio si è alzato moltissimo, sia sul piano tecnico sia su quello espressivo.
Com’è cambiato il documentario?
Oggi il documentario è cresciuto enormemente, sia dal punto di vista tecnico sia da quello artistico ed espressivo. Forse è il linguaggio cinematografico che più di ogni altro ha saputo contaminarsi. All’interno di un documentario puoi trovare attori, elementi di fiction, animazione, materiali d’archivio. È una forma espressiva straordinariamente ampia, capace di utilizzare strumenti molto diversi tra loro. Naturalmente spetta poi all’autore trasformare tutto questo in un’opera che non sia soltanto ricca di contenuti, ma anche poetica. Tradizionalmente il documentario nasce con una forte componente contenutistica, molto più della fiction. Oggi, però, questi due aspetti tendono a equivalersi: il valore artistico è diventato importante quanto quello informativo. Credo che sia anche per questo motivo che i più giovani si avvicinano con maggiore interesse al documentario.
Quando ho fondato il festival era interamente dedicato a questo genere. Negli anni, però, ho introdotto anche altre sezioni, come l’animazione e il cortometraggio, perché rappresentavano linguaggi più vicini ai ragazzi. Un cortometraggio di pochi minuti può lasciare un segno profondissimo, soprattutto nei bambini. Mi è capitato più volte che dei genitori mi dicessero scherzando: “Siete stati la nostra rovina”. Ricordavano un film con una balena che i figli continuavano a citare per anni, oppure delle animazioni dedicate alla raccolta differenziata. Quei bambini tornavano a casa e correggevano i genitori quando sbagliavano a separare i rifiuti. Erano stati colpiti da un’animazione di appena tre minuti, che probabilmente aveva avuto un’efficacia educativa superiore a mesi di lezioni scolastiche.
Credo che il cinema abbia sempre avuto, e continui ad avere, una straordinaria capacità di informare, denunciare e portare alla luce storie che altrimenti rimarrebbero sconosciute. Quando riesce a raccontarle con uno sguardo artistico e poetico, il suo impatto diventa ancora più forte. Non so esattamente in quale contesto Wim Wenders abbia pronunciato quella frase. Forse intendeva dire che il cinema non deve essere schierato. Se è così, posso anche comprenderne il senso. Una cosa, però, è il cinema militante; un’altra è il cinema d’autore.
Per me un documentario non deve fornire risposte definitive. Deve aprire delle porte, suscitare domande, fare in modo che lo spettatore esca dalla sala con dei dubbi e con il desiderio di approfondire. Quando accade questo, significa che il documentario ha raggiunto il suo obiettivo. Naturalmente esiste anche un cinema di propaganda: il fascismo aveva i suoi registi, il nazismo aveva i suoi registi. Ma quello è un altro discorso. Non è il cinema di cui stiamo parlando e non è il cinema che proponiamo.
Assolutamente. Come dicevi, il documentario si è evoluto anche dal punto di vista del linguaggio, integrando sempre più spesso l’animazione come strumento narrativo. Penso, ad esempio, a Flee, candidato agli Oscar, che riesce a raccontare una vicenda profondamente personale e insieme politica proprio attraverso la fusione tra documentario e animazione.
È un esempio perfetto. Senza voler parlare del mio lavoro, anche nel mio ultimo documentario ho cercato di utilizzare linguaggi diversi: attori, animazione, materiali d’archivio, interviste. Ognuno di questi strumenti permette di raccontare qualcosa che gli altri, da soli, non riuscirebbero a esprimere. In alcuni casi avevo bisogno di mostrare eventi dei quali non esistevano immagini d’archivio. Per questo ho scelto di ricostruirli attraverso l’animazione.
Personalmente non amo molto la ricostruzione tradizionale nel documentario: è un linguaggio che sento poco vicino alla mia sensibilità. L’animazione, invece, mi permette di evocare ciò che non è stato documentato senza rinunciare alla forza espressiva del racconto. A volte esiste soltanto un vecchio servizio televisivo, magari deteriorato o di pessima qualità. Attraverso l’animazione è possibile restituire quelle immagini in una forma nuova, mantenendo alto anche il livello estetico del film. E poi c’è un altro aspetto fondamentale: dietro un’animazione c’è sempre il lavoro di un autore. Significa che un altro artista entra a far parte del processo creativo, contribuendo alla costruzione dell’opera.
Restando sul tema dell’evoluzione del documentario, oggi si discute molto anche dell’Intelligenza Artificiale. Penso soprattutto al suo utilizzo nelle ricostruzioni e al modo in cui può modificare il nostro rapporto con l’immagine e con la rappresentazione della realtà. Come vi state confrontando con questo tema all’interno del festival?
Quest’anno, per la prima volta, abbiamo selezionato un documentario interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Devo ammettere che ci ho riflettuto a lungo prima di inserirlo in programma, perché è un argomento che divide anche il mondo dei festival. La domanda di fondo è semplice ma cruciale: l’intelligenza artificiale può arrivare a sostituire l’autore? Ho deciso di programmare questo film anche come provocazione, perché credo sia arrivato il momento di aprire un confronto serio su questi temi. Non possiamo ignorare il progresso né far finta che non esista. Oggi è ancora troppo presto per dire se ci porterà a un’evoluzione oppure, al contrario, a una perdita di creatività e di autonomia. Ma proprio per questo è necessario discuterne. Dobbiamo capire come utilizzare questi strumenti nel modo migliore, senza cancellare il ruolo dell’autore e del regista.
Sono convinto che questo sarà uno degli argomenti più dibattuti nei prossimi anni e penso che anche la nostra scelta di presentare un’opera realizzata interamente con l’Intelligenza Artificiale contribuirà ad alimentare questa riflessione. In realtà l’Intelligenza Artificiale è già presente in moltissimi film, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Esistono piccoli interventi che vengono utilizzati in fase di lavorazione e che passano quasi inosservati.
L’anno scorso, ad esempio, all’interno del Green Film Network, che riunisce trentatré festival internazionali dedicati ai temi ambientali, abbiamo affrontato a lungo questa questione. È stata una discussione molto ampia, che però non ha portato a una conclusione condivisa. Ed è proprio questo il punto: si tratta di un tema aperto, sul quale è indispensabile continuare a confrontarsi.
Quanto è impegnativo costruire un’esperienza che coinvolga il pubblico anche al di fuori delle sale cinematografiche? E quanto conta, oggi, riuscire ad avvicinare nuovi spettatori?
Fin dall’inizio abbiamo sentito l’esigenza di costruire una rete. Ma una rete vera, fatta di collaborazioni concrete e non semplicemente di loghi inseriti nel programma per ragioni di prestigio. Credo che il pubblico abbia imparato a riconoscere questa caratteristica del festival. Per noi fare rete significa dare realmente spazio ai nostri partner. Amnesty International Italia, Greenpeace Italia e tutte le altre realtà con cui collaboriamo non sono semplici ospiti: partecipano attivamente alla costruzione del programma.
Quest’anno, ad esempio, Greenpeace organizzerà un panel dedicato al progetto del Ponte sullo Stretto, affrontandone gli aspetti ambientali e il rischio che possa compromettere un ecosistema di straordinaria biodiversità. Saranno presenti studiosi ed esperti del settore, così come organizzeremo incontri dedicati all’educazione ambientale. Naturalmente tutto questo comporta un investimento importante. Ogni incontro richiede ospiti, relatori e un’organizzazione complessa. Ma crediamo che sia parte integrante dell’identità del festival.
Cinema e letteratura
Allo stesso modo, fin dalla prima edizione abbiamo scelto di affiancare al cinema la letteratura. Ogni sera, prima dell’inizio delle proiezioni, organizziamo una presentazione di libri: quelli che chiamiamo “aperitivi letterari”. Anche questa, secondo me, è una forma di contaminazione tra linguaggi diversi. Cinema e letteratura sono molto più vicini di quanto si pensi. Spesso un libro è all’origine di un film, oppure rappresenta la scintilla da cui nasce un progetto cinematografico. Per questo ci è sembrato naturale creare uno spazio in cui queste due forme espressive possano dialogare.
Cerchiamo sempre di dare spazio alle realtà del territorio, ma anche a quelle nazionali e internazionali. Il nostro obiettivo è mettere continuamente in dialogo queste due dimensioni. Con il cinema non è sempre semplice raccontare il territorio, anche se abbiamo una sezione dedicata alla Sicilia. Alla fine, però, i temi sono universali. Puoi affrontare il disastro ambientale di una costa siciliana e, subito dopo, vedere un film che racconta una situazione analoga dall’altra parte del mondo. Cambiano i luoghi, ma le questioni sono le stesse.
Per questo cerchiamo di costruire un programma coerente: la scelta dei libri, dei panel e degli incontri nasce sempre in relazione ai film selezionati. Vogliamo che ogni appuntamento dialoghi con gli altri, così da creare un percorso capace di coinvolgere pubblici diversi e stimolare il maggior numero possibile di confronti.
Siamo quasi in chiusura. Se dovessi consigliare il festival a chi lo visita per la prima volta, quali appuntamenti rappresentano meglio lo spirito del Sicilia Ambiente Film Festival?
È difficile indicare un singolo film, anche perché le opere sono in concorso e non sarebbe corretto fare preferenze. Posso però dire che quest’anno il programma affronta temi molto diversi. C’è, ad esempio, un documentario che racconta le conseguenze della guerra in Ucraina senza mostrare il conflitto in maniera diretta. Segue il percorso di tre ragazze trasferitesi in Estonia, costrette a ricominciare da zero. Attraverso le loro vite emergono il trauma, lo sradicamento e tutte le conseguenze di un’esperienza che continua a segnare profondamente la loro esistenza.
C’è poi il documentario dedicato all’Intelligenza Artificiale, realizzato interamente attraverso l’IA, che credo possa offrire molti spunti di riflessione. Per chi è interessato alle tematiche ambientali e animaliste proponiamo anche un film dedicato agli allevamenti intensivi di suini e al loro impatto sul territorio, sia dal punto di vista ambientale sia da quello sanitario. Non mancano le produzioni italiane: ci sono opere dedicate all’inquinamento marino, come Ossigeno, e altre che affrontano questioni ambientali più vicine al nostro territorio.
Raccontare un cinema più “umano”.
Accanto a questi lavori abbiamo voluto inserire anche alcuni film più intimi, opere che riflettono sul rapporto tra l’essere umano e la natura, capaci di porre domande profonde sul nostro modo di vivere. Sono sempre film che seleziono con particolare attenzione, perché rappresentano un equilibrio delicato tra dimensione personale e riflessione universale. Poi ci sono le sezioni dedicate ai cortometraggi, alle animazioni e alle cosiddette “strisce”, a cui tengo particolarmente. Sono opere brevissime, ma spesso estremamente efficaci. Tra queste, ad esempio, presentiamo alcune testimonianze di persone che hanno vissuto la guerra in Libano nel 2006 e che oggi, a distanza di quasi vent’anni, si ritrovano a rivivere dinamiche molto simili. Sono racconti essenziali ma di grande forza emotiva.
Un’altra sezione a cui siamo molto legati è quella realizzata insieme ad AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, nostro partner storico. Attraverso questi brevi film raccontiamo la memoria del lavoro, dei diritti e delle trasformazioni del territorio, mostrando come il paesaggio sia cambiato nel tempo, talvolta in meglio, molto spesso a causa degli effetti dell’industrializzazione. Anche queste opere, della durata di pochi minuti, vengono proiettate ogni giorno nelle due sale del festival.
In generale il programma offre uno sguardo davvero internazionale. Arrivano opere da Taiwan, dall’Iran, dalla Palestina, da tutta Europa, dagli Stati Uniti e dal Sud America. È un festival che prova a mettere in dialogo esperienze molto diverse, ma accomunate dagli stessi interrogativi sul presente. Spero davvero che questa diciottesima edizione possa essere particolarmente significativa.
Le sfide del festival e come tenersi al passo
Raggiungere i diciotto anni non è stato semplice. Organizzare un festival di questo tipo significa confrontarsi ogni anno con grandi difficoltà economiche, soprattutto in un territorio dove è complicato trovare sponsor privati e gran parte delle risorse dipende dai finanziamenti pubblici, che spesso arrivano quando il festival è già concluso. Ogni edizione è quasi un atto di resistenza.
Eppure sentiamo il dovere di continuare a parlare di questi temi, oggi più che mai. Le guerre che stiamo vivendo avranno conseguenze profonde non solo sulle persone, ma anche sull’ambiente, e continueremo a pagarne gli effetti per molti anni. Per questo credo sia fondamentale continuare a investire nella formazione delle nuove generazioni. Quest’anno, inoltre, inauguriamo per la prima volta una Summer School realizzata in collaborazione con l’Ateliers Varan di Parigi. I corsi saranno tenuti da Daniele Incalcaterra, che da molti anni insegna nella storica scuola francese. È un maestro di grandissima esperienza e spero che questa iniziativa possa rappresentare un’occasione importante per avvicinare nuovi autori al documentario. Mi piacerebbe pensare che, tra qualche anno, qualcuno dei ragazzi che parteciperanno alla Summer School possa tornare al festival con il proprio film. Sarebbe una delle soddisfazioni più grandi.