Lello Arena è stampato nella nostra memoria per gli indimenticabili ruoli accanto a Massimo Troisi, con cui, in anni giovanili, ha fondato il gruppo teatrale La Smorfia. Attore di simpatia e umanità travolgente, negli anni è diventato un volto popolare a teatro e in televisione, oltre che al cinema. Lo abbiamo intervistato in occasione della 24a edizione dell’IschiaFilm Festival, dove ha presentato L’invisibile filo rosso di Alessandro Bencivenga.
Per la tua interpretazione in L’invisibile filo rosso, c’è una qualche tradizione teatrale o cinematografica a cui ti sei ispirato?
Non direttamente, anche se, nella tradizione di tutte le letterature, sia cinematografiche che teatrali, c’è la figura del fool, il clown, il giullare, il pazzo, che allenta la tensione drammatica. L’intento era anche un po’ questo all’interno del film, in cui vengono raccontate storie terrificanti, tanto da vergognarsi di far parte del consesso umano. Il folle può anche avere un’altra funzione all’interno del contesto sociale, servire alla comunità per farsi una risata. Ma, quella stessa persona, in un contesto diverso, repressivo, finisce per essere cancellata solo perché non la pensa come gli altri. Questa differenza merita di essere raccontata, perché ci sono pazzi e pazzi, luoghi e luoghi, e modi e modi di essere accoglienti.
L’Ischia Film Festival dà particolare attenzione ai luoghi in cui si svolgono le storie. Il tuo personaggio è, tra l’altro, ischitano.
Il film è ambientato negli anni ‘50, nel 1953, per la precisione. Il mio personaggio rappresenta in qualche modo le radici del profondo sud, la solarità, rispetto al nord dove poi la vicenda si svolge.
Lello Arena, il regista Alessandro Bencivenga e l’attore protagonista di L’invisibile filo rosso, Massimo Bonetti, all’Ischia Film Festival (foto di Francesca Pradella)
Parlando di comicità, com’è cambiata, oggi, nell’era del politically correct?
Il problema della comicità è sempre e solo uno, cioè che il comico deve far ridere, perché è questa la comicità. C’è chi dice i testi della Smorfia siano stati un’innovazione, chi che abbiano continuato una tradizione: la verità è che, quei testi, continuano a resistere semplicemente perché fanno ridere. Puoi vedere Totò e Peppino De Filippo mille volte e ridere lo stesso. Però, se un comico sbaglia una battuta, tutto il teatro lo sa, perché nessuno ride. Se, invece, Vittorio Gassman una volta recitava senza emozionarti, nessuno se ne accorgeva. Chi fa il dramma è facilitato, in questo senso.
Hai fatto due esperienze come regista cinematografico, ci sono altri progetti che non sei riuscito a realizzare? Hai ancora qualcosa che vorresti raccontare dall’altra parte della macchina da presa?
Vorrei raccontare, non so se ci riuscirò, qualcosa che il cinema tendenzialmente evita, perché fa molta paura e, cioè, cosa vuol dire invecchiare. Spesso questo tema viene raccontato con il vecchietto che fa tenerezza. In realtà, è una cosa feroce. Però essere vecchi può essere qualcosa d’altrettanto entusiasmante che essere ventenni. C’è la spinta a fare cose sapendo di non avere più prospettiva. Se io oggi mi dovessi innamorare, che prospettiva potrei dare all’altra persona? C’è tutta un’accelerazione del tempo perché non sai quanto te ne rimane. Quindi, succede che devi fare tutto subito e questo somiglia molto allo slancio giovanile, pur da una prospettiva opposta. Raccontare questo mi piacerebbe molto. Ne vorrei fare solo la regia, perché esserne anche interprete credo possa essere troppo complicato.
Lello Arena all’Ischia Film Festival (foto di Francesca Pradella)
Un film sulla vecchiaia come è stato Umberto D.?
Una chiave diversa. In Umberto D. c’è una persona anziana che capita in una situazione particolare in un momento della nostra Storia, ma non è un film sulla vecchiaia. E poi la mia sarebbe una commedia. Vorrei descrivere quella disperazione che ti porta a fare anche cose inconsulte, che ti rende persino buffo a te stesso, con la prospettiva che si possa morire domani e, allora, si deve fare tutto oggi. Per cui si diventa un po’ pazzi, un genere particolare di follia, tensione, ansia. I registi anziani non vogliono parlare di questo, secondo me, perché hanno paura. Hanno paura di fronteggiare una cosa che fa parte della loro età.
Come attore, ci sono ancora ruoli che vorresti interpretare, ma non ti è ancora capitato?
Ho cercato un sacco di volte di montare uno spettacolo da un testo di Tom Stoppard, Rosencrantz e Guildenstern sono morti, una storia collaterale a quella di Amleto. Il pubblico sa già che questi due sono dei cadaveri ambulanti, che si sono proposti di fare una cosa bella per il loro principe e, proprio per questo, si sono condannati a morte. È molto stimolante sul piano della commedia. Poi c’è un’altra cosa che mi è capitata di leggere, un testo che voleva fare Charlie Chaplin. È una storia bellissima, quella di un pescatore che fa, con due giorni d’anticipo, il percorso di Gesù verso il lago di Tiberiade. Man mano avanza e tutti pensano sia lui il Salvatore. Quando vede tutta la gente che lo festeggia, lo acclama, pensa ce l’abbiano veramente con lui, non sa niente di questo Messia il cui arrivo era stato annunciato. Quando gli chiedono: «Signore, dicci qualcosa, per favore». Lui sentenzia cose come «il verme grosso fa il pesce grande». E tutti prendono queste frasi come pillole di saggezza divina. È uno spettacolo al limite della blasfemia. La storia di una persona che, senza rendersene conto, viene travolta dal destino di qualcuno che sta facendo una cosa molto più grande di lui. Poi c’è un altro spettacolo molto bello sul quale ho lavorato un sacco di tempo senza riuscire a metterlo in scena: parte dal trattato di un vero psicoterapeuta, si chiama I tre Cristi. Racconta di un medico che, per cercare di guarire tre persone che credevano d’essere Gesù Cristo, ha deciso di metterli insieme. Come a dire: tu sostieni d’essere Cristo, ma anche questi altri due affermano la stessa cosa, quindi, chi fra voi è il vero Cristo? E poi, tornando al tema della vecchiaia, nel 1999, con Massimo Bonetti abbiamo fatto Don Quisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes e la gente si è proprio divertita, perché questi due personaggi sono nel nostro immaginario, poi magari pochi hanno letto il romanzo, ma tutti sanno chi sono questi due pazzi illusi.
Lello Arena e i ragazzi di CIOE’
Per la televisione sei molto attivo con una serie di progetti.
Sì, uno è CIOÈ, una serie originale per RaiPlay, una specie di talent show, un percorso tra selezioni, lezioni giornaliere e masterclass di sessanta giovani artisti nel Centro Interdisciplinare Opportunità Espressive che io stesso dirigo a Napoli. Un altro è Calm Down, in cui festeggeremo il prossimo capodanno a Napoli da mezzogiorno alle 20. Una diretta televisiva senza pubblicità, in cui ci collegheremo con tutti i napoletani che vivono all’estero e che festeggeranno il capodanno prima di noi per il fuso orario. Sarà una grande festa.
C’è un attore con cui non hai ancora avuto occasione di lavorare e che ti piacerebbe avere a fianco in un progetto?
Beh, sarebbero tanti. Ho una figlia che vive a Londra e fa il mio stesso mestiere. Quando mi capita di andare a vedere a teatro gli attori inglesi, sono sempre sorpreso dalla loro incedibile bravura. Hanno una formazione scespiriana fino al midollo. Una bellezza nel recitare che quasi non si vede, salgono sul palco e raccontano, con grande forza, l’emozione, la storia, quindi sarei davvero interessato a confrontarmi con loro sul palcoscenico. Poi mi piacerebbe molto lavorare con i figli degli amici, per esempio con Alessandro Gassman. Suo padre, Vittorio Gassman, era un mio carissimo amico, che mi ha molto tormentato: veniva a teatro a vedere i nostri spettacoli; passava sempre a trovarci fra primo e secondo tempo e mi diceva: «Lei ci ha già fatto perdere un’ora della nostra vita, come intende rimediare?».
Non posso lasciarti andar via senza un ricordo di Massimo Troisi, a cui sei stato profondamente legato.
Ho conosciuto Massimo Troisi quando avevo 12 o 13 anni. E ci sono successe una serie di cose che ci hanno portato anche a vivere insieme, prima di cominciare la nostra carriera di comici e fondare La Smorfia di cui, tra l’altro, in questo 2026 ricorre il cinquantenario. Io, di Massimo Troisi, ricordo soprattutto situazioni che avevano a che fare con la nostra quotidianità. Lui viveva su un suo pianeta, un universo parallelo che faceva fatica a spiegarmi. Si stupiva sempre della mia “normalità” e che avessi deciso di abitare con lui. Perché lui faceva veramente cose strane. Si alzava più o meno sempre intorno alle due del pomeriggio e non aveva assolutamente idea di che cosa volesse dire andare a fare la spesa o cucinare. Pensava che, per ragioni misteriose, il frigorifero producesse la bottiglia del latte che ci trovava dentro. Scherzava su tutto, non si prendeva mai sul serio. Era completamente disadatto a questa vita, alla nostra vita.
Ti racconto questa storia: una volta dovevamo incontrare Pippo Baudo e lui ci ha dato appuntamento a Roma, a Piazza Mazzini, davanti a un’edicola. Noi, a quell’epoca, per i nostri viaggi in tour, avevamo comprato una Giulia blu che, dopo, abbiamo scoperto essere l’auto di tutti i camorristi, mafiosi e delinquenti. Eravamo anche con Enzo Decaro. Abbiamo parcheggiato, siamo rimasti dentro l’auto e non ci siamo accorti che, a fianco dell’edicola, c’era una grande banca. Dopo dieci minuti, siamo stati circondati da carabinieri con i mitra in mano che ci hanno intimato di scendere. Cosa che abbiamo fatto, tranne MassimoTroisi che, tanto era la paura, rimase chiuso dentro. I carabinieri persero la pazienza e lui, piano piano, aprì uno spicchio di finestrino, dicendo loro: «Voi forse non ci crederete, ma noi stiamo aspettando Pippo Baudo», scatenando la reazione che ti puoi immaginare da parte delle forze dell’ordine… Erano giornate molto avventurose con lui, perché convivere con un genio non è proprio facile nella quotidianità. Però, finché è durata, è stato bellissimo. La morte spaventa sempre tutti quanti, ma MassimoTroisi se ne è beffato clamorosamente sino alla fine. Lui è sempre presente nelle mie giornate, anche se mi manca tanto l’idea che non ci sia un prossimo suo film o spettacolo. Però quello che c’è, che ha fatto, che è rimasto, è molto più di quello di qualunque comico in circolazione oggi.