All’apparenza una frase folle, quella che sentiamo pronunciare nel cortometraggio Padre di Michele Gallone, ma che in quell’ecosistema trova un suo significato. Ci troviamo in un futuro distopico, dove l’apatia e il vuoto emotivo sono diventati una condizione sistemica causata dal capitalismo sfrenato e dal progresso tecnico. In questo scenario, i sentimenti umani non sono più autoevidenti, ma possono essere tecnologicamente ed economicamente estirpati dal proprio vissuto. La narrazione segue un padre (Alberto Paradossi) logorato dal peso insostenibile della propria responsabilità filiale. Incapace di reggere l’angoscia e il dolore della figlia malata, decide di passare questi sentimenti ad un’altra persona: Filippo Timi. Cancellando però artificialmente l’amore per la propria figlia.
Presentato nel 2024 ad Alice nella città e distribuito da Sayonara Film, Padre intercetta le più recenti tendenze cinematografiche uscite negli anni a venire. Opere come Rental Family, che vede un’agenzia vendere emozioni attraverso attori, o Shipped in the box, che spedisce i sentimenti, ci mostrano quanto la società si stia svuotando. Svuotandosi dei sentimenti, delle emozioni, che invece di viverle preferisce evitarle per paura di ferirsi. Ed è proprio ciò che decide di fare il protagonista, evadendo dalle emozioni che potrebbe provare nei confronti di Anna (Carolina Michelangeli).
Evitare o comprare le emozioni
Antonio Ferro tratta nel suo libroEvitare le emozioni, vivere le emozioni proprio questa dinamica presente in Padre. Le emozioni infatti, prima di trasformarsi in stati emotivi pensabili, vengono identificate come proto-emozioni. Ovvero una sorta di proiettili inesplosi, che si concentrano sulla potenziale sensorialità ancora inespressa. Ed è per paura di dover affrontare il cosiddetto “tsunami emotivo” che il padre decide di affidarsi a questa società. Consapevole del fatto che non dovrà affrontare l’ultimo periodo di malattia della figlia, nonché la sua morte.
Un carico emotivo che passa di mano dinanzi ad una persona che semplicemente gli chiede di mettere una firma. Facendo sembrare un’operazione del tutto facile e soprattutto comune. Ed è da lì che la distopia prende ancora più piede: vediamo il personaggio di Timi che è in attesa delle emozioni e dei sentimenti per la bambina, il quale assume una figura totalmente apatica, priva di sentimenti ed incapace di amare. Ma perché si arriva a prendere tale decisione? Come ci dicono le pubblicità che sentiamo nel corso della narrazione, lo si fa o per alleviare un dolore a qualcun altro, oppure perché:
“Il dolore è meglio del vuoto, approfittane”
Padre e il tempo che scorre
Il vero antagonista della narrazione sembra proprio essere il tempo, di cui Michele Gallone lascia traccia in diverse scene. Da quando il padre regala un orologio fermo ad Anna fino ai costanti ticchettii e inquadrature che simboleggiano il tempo che passa o manca. Nella casistica di Anna, l’orologio assume un duplice significato. Paradossi le propone di tenerlo fermo, oppure di farlo ripartire, ma la piccola sceglie di restituirglielo. Un modo, o forse una speranza, affinché lui non si dimentichi di lei. Il tempo diviene dunque un’ossessione e i minuti per vivere quelle emozioni sono contati, per poi finire nuovamente in quel vagone vuoto.
La scelta dell’estetica e dello spazio non è casuale. Infatti, i luoghi distopici e i vagoni vuoti con solamente una persona servono a rappresentare lo stato d’animo del periodo. Non ci troviamo in un momento storico specifico, bensì in una atemporalità che viene rappresentata dal bianco e nero. Restituendo a Padre quell’atmosfera futuristica già visionata in La Antenae nel grande classico di Fritz Lang: Metropolis.
A quale futuro stiamo andando incontro?
La distopia è un genere che si sta facendo sempre più strada nelle nostre vite. Spesso rappresenta la nascita di una nostra paura, come ad esempio il controllo sociale dato dagli algoritmi come nella puntata di Black Mirror: Caduta Libera. In Padre il controllo ha già preso piede: l’azienda a cui i personaggi si rivolgono possiede già i loro dati e addirittura detiene le loro emozioni. Aprendo così il dibattito sul controllo non solo delle multinazionali, ma soprattutto delle persone stesse. Facendo sì che possano nascere nuove forme di ricatto emotivo come:
“Se non mi prometti che è l’ultima volta vendo il mio amore per te”
Oggi siamo sempre più attenti a ciò che percepiamo, rischiando così di incappare in un controllo ossessivo delle emozioni, partendo proprio dalle proto-emozioni. Se una situazione ci risulta scomoda possiamo benissimo evadere. Padre vuole proprio far luce su questo: fino a dove ci si può spingere quando si tratta della sfera emotiva?