Il Cinema Ritrovato
‘Swing High, Swing Low’, capolavoro di struggente romanticismo
Un film perso e ritrovato di Mitchell Leisen, non solo maestro di sophisticated comedy. Con una Carole Lombard di luminosa sensibilità
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È stata una delle proiezioni più speciali dell’estesa ed eclettica programmazione del Festival del Cinema Ritrovato 2026 e, dopo decenni di spuria circolazione, l’appuntamento più desiderato dagli estimatori di Mitchell Leisen, maestro di sophisticated comedy negli anni Trenta e Quaranta, a cui è stata dedicata una retrospettiva che ne ha voluto riscattare l’autorialità, sovente ombreggiata da una fortuna critica discendente, poco lungimirante, che confuse la sua raffinatezza estetica per cromatura inconsistente, la leggiadria formale per svagata accessibilità.
Con Swing High, Swing Low (1937), il regista di pellicole impeccabili e setose come Un colpo di fortuna (1937) e La signora di mezzanotte (1939) devia però verso plumbei ripiegamenti, verso atmosfere malinconicamente sospese (nell’esotica Panama e in una New York vorticosa e febbrile), nelle spirali ineluttabili di un amore delicato tra due artisti smarriti e solidali, bruciato da insicurezze ed egoismi dietro le quinte. Una storia di perdizione e speranza, dove l’arte può elevare o corrodere, in una rincorsa perenne dei sentimenti, high and low.
Un trio in stato di grazia
Tematica cara al cinema oltreoceano, tangenziale al mito contraddittorio e ormai crepuscolare dell’American Dream, quella del rapporto incompatibile tra vita di coppia e forze maggiori dell’arte, con Leisen si trasfigura in un modello ineguagliabile di lirismo e finezza psicologica, accordato come sempre all’empatia e all’audacia morale del femminile, con una protagonista mai vittima e sempre risoluta, che si fatica a immaginare diversa da Carole Lombard (Vogliamo vivere!, Ventesimo secolo), coadiuvata da un partner affiatato come Fred MacMurray (La fiamma del peccato, L’appartamento), mai così fascinosamente maudit. Il soggetto è basato sull’opera teatrale Burlesque di George Manker Watters e Arthur Hopkins, andata in scena nel 1927-1928 e trasposta già nel 1929 dalla Paramount con la regia di John Cromwell; quello di Leisen (il migliore) è il secondo adattamento, a cui ne seguirà un altro nel 1948.
La proiezione in programma al Cinema Ritrovato ha offerto una versione curata e definitiva, un’occasione eccezionale, dopo un’odissea di storture distributive, quanto mai ingiuste al cospetto del valore del film, come ricorda il curatore Ehsan Khoshbakht:
Swing High, Swing Low – all’epoca un grande successo commerciale – è stato a lungo il più difficile da valutare, anche perché era il meno accessibile. Il negativo camera originale andò perduto dopo che i diritti sul soggetto furono venduti a un altro studio; il copyright non fu mai rinnovato, permettendo al film di entrare nel pubblico dominio. Per anni le copie in circolazione sono state pessime.
La curvatura del sogno amoroso (e americano)
Panama. Maggie King (Lombard), volenterosa e affabile working woman, incontra un giovanotto scapestrato ma irresistibile, Skid Johnson (MacMurray). Entrambi disoccupati (lei ex parrucchiera, lui un ex soldato di guardia al canale), dopo schermaglie e contrattempi estraggono un asso nella manica per sopravvivere: sfruttare il loro talento musicale come professionisti, Skid come trombettista, Maggie come cantante.
Insieme formano un duo formidabile sul palco e convolano a nozze, prima per finta (per convenienze contrattuali) e poi sul vero altare. Ma un demone interiore attanaglia Skid, un’ambizione insoddisfatta che lo porterà a trascurare Maggie e a trasferirsi a New York, in una rottura irreversibile. Qui infatti incorona i suoi sogni di gloria, a fianco di una cinica spasimante e sarà divorato da un doloroso senso di inadeguatezza e dall’alcolismo. Ma una sera Skid e a Maggie si offre la possibilità a di esibirsi ancora insieme, come ai vecchi tempi …
Il ritmo sincopato del sentimento
Sui credits iniziali targati Paramount un fondale astratto e stellare, quanto mai sophisticated, enuncia la marca visiva distillata da Leisen, eterea e sognante come una fiaba triste, mentre il brano Swing High, Swing Low di Burton Lane, fanciullesco e languido, oltre a fungere da ouverture, introduce alla partitura di alti e bassi della vicenda, accompagnando lo spettatore in una privilegiata dimensione sonora, dove la musica sarà strumento di perdizione e redenzione. I primi minuti, con la conversazione azzardata e scintillante tra i protagonisti (lei su una nave da crociera dove lavora, lui sulla terraferma), concorrono ad esaltare un anelito al trascendente nella messinscena, rinforzato da un sotterraneo ideale di fuga verso un altrove imperscrutabile e rincuorante, che permea la prima parte del film (l’andirivieni delle navi a Panama, i viaggi in carrozza, le partenze rimandate).
Accanto però a questo irresistibile richiamo all’escapismo, che colora di tenue romanticismo le traversie di Maggie e Skid e le sublima a possibile paradigma dell’amore, il regista traccia le coordinate per un’aderenza al reale, invitando il pubblico a identificarsi in questa parabola umana di dolente intensità. Il girotondo sentimentale tra timidezza e attrazione, i dialoghi e le trovate umoristiche, le cadenze universali di fortune e imprevisti, la precarietà materiale: tutto viene orchestrato per una consapevolezza tangibile e sincera delle dinamiche tra uomini e donne, tra esseri umani.
In questo modo, Swing High, Swing Low è per lo spettatore un viaggio intimistico nello specchio dell’empatia, nella benevolenza complice, nella danza giocosa e fragile della conquista di un amore, nei suoi labirintici e inquieti mutamenti, che non precludono però l’atto di una dedizione reciproca. Perché, come si declama in The Dreamers di Bernardo Bertolucci (un’altra storia d’amore, ma per il cinema): “Non esiste l’amore, esistono solo le prove d’amore”.
L’unisono dell’ultimo accordo
Il sistema dello spettacolo, colto in tonalità chiaroscurali tra apertura mentale e opportunismo, viene popolato da Leisen da bravissimi caratteristi di Hollywood (Charles Butterworth, Cecil Cunningham), che alimentano di calorosa rettitudine il mondo sociale della coppia, testimoni disarmati del naufragio di Skid nella sua sindrome da impostore e della conseguente impotenza della moglie. L’assolo però, oltre a quello musicale nel finale, spetta alle interpretazioni sintonizzate di Carole Lombard e Fred MacMurray, a cui, insieme al regista, compete la sottrazione di qualsivoglia accento di pietismo o, al contrario, di ingenuità rococò. D’altra parte, il seducente duo era già stato collaudato da Leisen con esiti spumeggianti in I milioni della manicure (1935), raccontando la lotta per il miglior pretendente condotta da un’estetista e da un playboy vanesio.
L’attrice, apprezzata per la sua duttile poetica dello sguardo, qui stempera le note di fierezza e determinazione delle prove precedenti, potenziando quell’incanto umanitario ma pragmatico e risoluto che approfondirà nella fase di maggior maturità; MacMurray, all’inizio della carriera, si affida alla direzione del regista per il duplice e unitario ritratto del pretendente scapestrato e attraente e dell’artista autodistruttivo, con naturalistica disponibilità e con un profilo psicologico ben distante da quello che modulerà per Billy Wilder in ruoli più angolati o riprovevoli.
Né commedia, né melodramma (o forse entrambe, a rilevarne la statura superlativa), Swing High, Swing Low fluttua nel suo universo intimistico e accogliente, offrendo un finale sospeso tutto da contemplare, ovviamente con un primo piano a due, che bilancia, armonizzandola, la conversazione iniziale in campo e controcampo: una chiusura del cerchio, dove, senza che si esaurisca la dolcezza della malinconia, si affaccia su oscillazioni swing anche la rinascita.