Il Cinema Ritrovato
‘Whistle Down the Wind’, la riscoperta di un classico inglese
In versione restaurata l’avvincente e profondo esordio alla regia di Bryan Forbes
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Se anelito e onere della critica è anche valorizzare il nuovo, di fronte a pellicole come Whistle Down the Wind (1961) ci si inoltra in un terreno meno scosceso e più esaltante, quello della riscoperta della classicità dimenticata (fuori dal paese di produzione). La LX edizione del Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, in programma fino al 28 giugno 2026, ha accolto infatti il restauro del primo film di Bryan Forbes, inedito in Italia e lodato nel Regno Unito, ridimensionando il ruolo di una personalità ben radicata ma al contempo off del cinema inglese, che la storiografia ufficiale ha relegato ai margini delle nuove tendenze oltremanica durante i fabulous Sixties, del Free Cinema e dintorni, incastonandolo tra i mestieranti dalle alterne fortune, categoria di dura rimozione.
Delimitare le correnti
Il suo esordio, proiettato a Bologna in una copia restaurata da BFI National Archive, è un’iniziazione promettente per svelare un percorso registico sì navigato, con modeste aperture innovative, ma anche intraprendente e coerente, che esige visioni senza pregiudizi dettati dai canoni dei maestri più conclamati. D’altronde lo sguardo estroso e ondivago di Forbes scorre intrinseco al suo approccio d’arte e di vita, come lui stesso amava sentenziare con pregnante semplicità: “Ero uno scrittore che è diventato attore, poi sceneggiatore, infine regista”. Scomparso nel 2013, fu infatti autore di racconti, interprete di film bellici, script doctor, produttore con il fidato Richard Attenborough, infine lui stesso dietro la macchina da presa: un cineasta a più dimensioni, corroso da incomprensioni interne al sistema e da mutamenti generazionali che lo destinarono, nella fase discendente del suo lavoro, alla televisione.
L’eclettismo degli incompresi
Nel centenario della sua nascita (il 22 luglio 1926) il Cinema Ritrovato 2026 commemora il regista del fortunato La fabbrica delle mogli (1975), commedia nera anticonsumista e femminista, un successo anche oltre i confini nazionali (che ispirò il remake La donna perfetta, con Nicole Kidman), in mezzo a tanti altri titoli da riesumare, come La tortura del silenzio (1961) sulla classe proletaria inglese e sulle contraddizioni sindacali, di cui fu solo sceneggiatore, ma candidato all’Oscar.
La sua filmografia spazia tra storie divergenti tra loro, messe in scena da un occhio sensibile al sociorealismo e alle coercizioni della comunità sul singolo, tra le quali sono in rilievo La stanza a forma di L (1962), uno spaccato sulla Swinging London con una premiata Leslie Caron, e Ventimila sterline per Amanda (1964), un thriller che gioca con le corde del paranormale; poi, un raro spaccato bellico sulla sopravvivenza in un campo di prigionia giapponese, Qualcuno da odiare (1965), e persino una co-direzione con John Huston con Katharine Hepburn come protagonista, La pazza di Chaillot (1969).
Whistle Down the Wind, sacro e profano
Lancashire, nell’Inghilterra incontaminata e agreste. Tre fratelli, capitanati dalla sorella maggiore Kathy (Hayley Mills), scoprono uno sconosciuto malandato e taciturno (Alan Bates) in un fienile e lo scambiano per Gesù Cristo, a causa di un ingenuo malinteso. Insieme ad altri coetanei mantengono il segreto sull’emozionante scoperta e, accudendo il misterioso uomo, cominciano a nutrire dubbi sui dogmi della loro fede impartita. Ma né il parroco né l’insegnante a scuola sono in grado di dare una risposta ai loro interrogativi teologici. Nel frattempo, la polizia dà la caccia a un latitante omicida.
Non un film sull’infanzia e sulla sua pericolosa innocenza, benché entrambi costituiscano un paratesto che, impregnato del senso di meraviglia connaturato nei bambini, eleva il racconto a una rarefazione quasi onirica e a una soave autenticità, in un bianco e nero realistico ma sempre in procinto di rivelare cose arcane, di sussurrare segreti impercettibili. Neppure un Bildungsroman, un percorso di formazione; almeno, non per scansioni tradizionali, distillando solo nelle inquadrature finali la dolorosa presa di coscienza della crescita, che coincide con la cognizione del male, specchio degli altri e potenzialmente di se stessi.
I bambini ci guardano
Bryan Forbes, ispirandosi alla lezione di Vittorio De Sica, gira con un cast prevalentemente di giovanissimi (di contorno la presenza degli adulti, tra famiglia e istituzioni), ma non cede le redini al film di sfoggio recitativo e, di conseguenza, di sovrana direzione d’attori, attraverso un’orchestrazione corale di voci e sguardi che sa tessere le curiosità e l’incanto stridente di quel mondo aureo, ma che contempla anche turbamenti più filosofici in questo stralcio d’Inghilterra umile e operosa, che ambisce a sondare le intermittenze più intimistiche e istantanee della fede, nella semplicità grandangolare dell’infanzia, pura e troppo esposta come la natura circostante. Perché quando muore il gattino di uno dei fratelli, che lo aveva affidato alle cure del presunto Messia, scaturiscono turbamenti escatologici tra i più piccoli: se Dio esiste, perché permette la sofferenza, persino inesorabile, degli innocenti?
L’eresia della purezza
Forbes non è mai stato forse così ispirato nella tonalità sfumata della narrazione, impalcatura espressiva della ricchezza ombrosa e ascensionale di Whistle Down the Wind; pur giocando con le corde del thriller attraverso una suspense di precisione manualistica, sconfina con sagace talento anche in tagli umoristici, ovviamente di tocco british, in particolare nelle scene di interazione con il confuso latitante e i suoi discepoli d’accatto, che gli donano un suo ritratto (un’immagine sacra) e si stupiscono quando il roccioso individuo chiede loro delle sigarette.
Il film, tuttavia, procede a un passo più lontano dal frugale visibile e dalla sobrietà di scrittura, in una classicità di stile che riesce a trovare la chiave di volta con cui i personaggi si aggrappano a un moto trascendente dell’animo, a una rivelazione tenebrosamente introspettiva: a Forbes, per squarciare l’ipocrisia umana, basta soltanto una mera figura in controluce in campo medio (una bambina in fuga dagli adulti o un colpevole perquisito con le braccia crocifisse). Estraneo a un cinema di stucchevole poetare, modella tutta la sua materia audiovisiva sulla forza riflessiva di metafore non astratte ed esperienziali, abitando, senza simbolismi gratuiti e insistiti, quella che Emily Dickinson definiva “la possibilità, una casa migliore della prosa”.
Crescere all’ombra dei padri
Non siamo però nei cunicoli labirintici e altisonanti del cinema di Bergman. Tratto dal romanzo omonimo di Mary Hayley Bell, madre della protagonista Hayley Mills (nota attrice bambina per la Disney), Whistle Down the Wind trova un corrispettivo più in Giochi proibiti (1952) di René Clément, riservandosi però la sua unicità da riscoprire, come avvincente opera sinfonica dell’innocenza spuria dell’infanzia, delle sue ambivalenti mistificazioni, dell’etica inconscia e non immediata del discernimento, della liberazione nell’esercizio del dubbio. Perché nel finale Kathy, inchiodata con disperata delusione all’evidenza del reale, si riduce a reiterare, con i bambini più piccoli, l’affabulazione degli adulti, clericali e laici, incapaci di penetrare nella sfera del sacro, in un’anestesia di verità prescritte. E quindi drammaticamente, nell’ordine piccolo-borghese e accomodante della vita, whistle down the wind, si lascia andare il vento.