A volte basta poco per fraintendere: un gesto, uno sguardo o anche solo una frase pronunciata nel momento giusto. Tutto può assumere un significato diverso da quello reale. È il terreno su cui giocano Nash Edgerton e Damon Herriman nella sceneggiatura di Candy Bar, presentato alla quindicesima edizione del Figari International Short Film Fest.
L’innesco è semplice. In fila davanti al banco degli snack di un cinema, una bambina si avvicina a un uomo sconosciuto e gli dice che assomiglia molto a suo padre. Da quel momento prende forma un piccolo meccanismo narrativo costruito sui continui slittamenti di significato. Una parola dopo l’altra, uno sguardo dopo l’altro, il film accompagna lo spettatore lungo lo stesso percorso emotivo del protagonista: prima il la tenerezza, poi il sospetto, quindi l’imbarazzo e infine la rabbia.
Nash Edgerton, che firma anche la regia, ha raccontato che il corto nasce dal desiderio della figlia Zumi di recitare. Da quell’idea iniziale prende forma un’opera che sembra confermare quanto il cortometraggio possa ancora essere uno spazio di assoluta libertà creativa. In Candy Bar si percepisce chiaramente il piacere del gioco, ma forse non solo quello.
Noi siamo permeati dalla cultura che ci circonda e, anche quando non ce ne accorgiamo, qualcosa finisce sempre per emergere. Edgerton afferma di aver realizzato il film lontano dalle pressioni produttive, e questa libertà è tangibile. Eppure il linguaggio resta sempre un messaggio. Dietro l’ironia dell’equivoco e la progressiva trasformazione del protagonista, sembra affiorare anche una riflessione sul nostro modo di costruire narrazioni emotive.
Oggi siamo abituati a consumare storie che chiedono una reazione immediata. Bastano pochi elementi perché un episodio diventi commovente, edificante, condivisibile. Candy Bar sfrutta proprio questa predisposizione. Ci invita a leggere una situazione in un certo modo e, quando ormai siamo convinti di averla compresa, sposta improvvisamente il punto di vista. Non è soltanto il protagonista a essere raggirato: lo è anche lo spettatore.
In appena sei minuti il film mette in scena diversi livelli di comunicazione. La parola è soltanto uno degli strumenti. A raccontare sono soprattutto i corpi, le pause, gli sguardi, i tempi comici e perfino l’uso del colore. Come in una piccola galleria di reazioni umane, Candy Bar mostra quanto sia fragile il rapporto tra ciò che accade e il significato che scegliamo di attribuirgli.
Il cinema di Edgerton nasce chiaramente dentro la macchina cinematografica. Una lunga frequentazione dei set, dei meccanismi narrativi e delle possibilità offerte dal racconto breve emerge in ogni scelta di regia. Il risultato è un cortometraggio di grande precisione, capace di costruire un’intera parabola emotiva in pochi minuti e di chiuderla con un gesto finale tanto irriverente quanto rivelatore. Un gesto che arriva come uno schiaffo, spazza via ogni residuo sentimentalismo e costringe a rileggere tutto ciò che è accaduto fino a quel momento.