Gabriel Montesi, candidato ai Nastri d’argento come miglior attore protagonista per Ammazzare stanca – Autobiografia di un assassino di Daniele Vicari, presenta il suo primo lavoro da regista, Materclass, alla 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, nella sezione Esordi Italiani. Il film, scritto da Gabriel Montesi e Lorenzo Faggiolati, è interpretato da Giulia Acerbo, Claudia Achilli, Martina Acerbo, Alex Andrescu e Lorenzo Brugnoni.
Masterclass e un computer come regista
In un tempo senza spazio, un gruppo di attori cerca disperatamente di mettere in scena uno spettacolo sotto la supervisione di un computer.
Dopo aver lavorato come attore per i più importanti registi italiani: Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Paolo Virzì, i fratelli d’innocenzo, Matteo Rovere, Daniele Vicari, Simone Godano e Donato Carrisi hai deciso di fare il tuo esordio alla regia con Masterclass, che pone comunque l’attore al centro di una raffina riflessione.
È questo il punto centrale della questione. Ma innanzitutto mi preme precisare che prima di Masterclass non ho mai pensato di passare dietro la macchina da presa, mi sono un po’ improvvisato, per necessità, in questa nuova veste.
Il tutto è nato quasi per caso, perché dopo aver finito un film mi sono posto delle domande e da lì è nata una sorta di ricerca sui significati e soprattutto su cosa rappresentasse per me essere attore. Così è iniziata una lunga ricerca su alcuni testi, come gli scritti di Bertolt Brecht e quelli di Antoin Artaud sul Teatro della Crudeltà e del Doppio.
I significati del cinema e del teatro
Sulla scorta di queste letture ho cominciato a discutere sul significato del teatro e del cinema, le due principali dimensioni dell’attore, dove cerca i suoi significati. Si è avviata un’indagine su un nuovo senso degli interpreti, ma ancor prima come persona che, solo successivamente, diventano attori.
Poi, appunto mi sono concentrato sulle dimensione del cinema, che riporta sul grande schermo la quotidianità e sulla dimensione teatrale, che restituisce la sacralità al corpo. Su questa riflessione ho organizzato una masterclass dedicata alla recitazione cinematografica, sperando di offrire ai partecipanti quella che è stata la mia esperienza al cinema, evitando, però, di salire in cattedra nelle veste convenzionali di insegnante, ma provando a farmi guidare da un forte desiderio di condivisione di quello che è stato il mio lavoro.
In quest’ottica ho sovrapposto cinema e teatro: ho documentato la masterclass, durata pochi giorni, utilizzando due macchine da presa collegate a uno schermo, in modo da ottenere, attraverso la proiezione, appunto la sovrapposizione tra cinema e teatro, che ha dato forma a una particolare tridimensionalità. Una sorta di intermezzo, in cui spero sia stato scoperto un altro significato, oltre a quelli convenzionali del teatro e del cinema.
Un’operazione di contaminazione artistica
Poi tutto il materiale prodotto in quei giorni è passato attraverso lo step, necessario per il cinema, del montaggio ed è continuata la ricerca sulla riflessione dei significati, insieme ai ragazzi che ho conosciuto alla Scuola Gian Maria Volontè, dove mi sono formato e, con loro ho formato una piccola troupe, composta da ragazze e ragazzi che hanno dato un contributo fondamentale. Ognuno ha messo in capo una propria ricerca e contaminandoci a vicenda siamo riusciti a partorire la scrittura di Masterclass, un cortometraggio della durata di circa 14 minuti.
Questa tua ricerca sui significati del teatro e del cinema è stata poi abbinata al supporto dell’Intelligenza artificiale, come è nata l’idea?
Nasce da un incidente di percorso incontrato nella fase di montaggio, quando si è manifestato un bung che ha aperto un immagine in tre parti. L’immagine, a cui faccio riferimento riguarda una delle attrice impegnata nella masterclass, che si è divisa in tre parti, con tre diverse colorazioni. La prima era della tonalità del negativo, la seconda era neutra e la terza, invece, colorata dalla luce reale del personaggio. Questo incidente, poi, ho deciso di utilizzarlo a mio vantaggio, perché mi dava la possibilità di creare e lavorare su tre diverse linearità che potevano determinare tre diversi piani: attore, personaggio e persona.
Successivamente, quando si è passati alla registrazione della mia voce, che leggeva i testi di Brecht, utilizzando un taskman, con l’ausilio di Ginevra Nervi (compositrice delle musiche di Masterclass), per simulare la voce del drammaturgo.
L’intelligenza artificiale come processo creativo
Poi ancora, quando si è passati alla fase della pulizia della traccia audio abbiamo usato un software che, oltre a pulire l’audio, ha reso del tutto neutra la mia voce, diciamo c’è stato un errore di interpretazione della mia voce.
Questo, insieme al bung verificatosi in fase di montaggio, abbiamo deciso di non eliminarli, ma di inserirli all’interno del cortometraggio. La voce, che a questo punto non era più la mia, ha guidato la performance degli attori durante la masterclass. Non c’era più, dunque un regista umano, ma un computer a dirigere il tutto. Dunque, l’intelligenza artificiale è subentrata dentro un processo creativo, come strumento tecnico, per poi estendersi, creando un ulteriore livello.
Alla base della masterclass c’è un’opera fondamentale del teatro contemporaneo: Phaedra’s Love di Sarah Kane. Perché hai scelto questo lavoro?
È un testo molto forte, che ho scoperto con il tempo e continua stupirmi. Sarah Kane per me è un punto di riferimento fondamentale. Con Phaedra’s Love, un mito classico portato per la prima in volta in scena da Euripide, che ha continuato a vivere nel teatro romano con Seneca, lei rompe con la convenzione della messa in scena degli antichi, raccontando la fine di un mondo, dove tutti siamo stati protagonisti.
L’arte scenica
Come hai lavorato, soprattutto con la troupe, nel sovrapporre le varie dimensioni di Masterclass, tra teatro, cinema e intelligenza artificiale?
A livello pratico è stato un continuo dialogo e ciò ci ha portato verso la ricerca di un altro significato che emerge dalla sovrapposizione, che consente allo spettatore, attraverso l’osservazione, di tradurre e interpretare quello che vede e ascolta.
Con Masterclass ho provato a offrire una riflessione mirata a concepire un’altra possibilità per rivalutare, rivedere l’arte scenica, sia teatrale che cinematografica che, sostanzialmente, restano separate, nonostante già ci siano stati innesti della proiezione cinematografica all’interno di messe in scene teatrali.
Credo che sia fondamentale, soprattutto per noi attori, la sovrapposizione continua della dimensione teatrale e cinematografica, per giungere a costruire un nuovo linguaggio, in sintonia con la contemporaneità e l’esperienza dell’intelligenza artificiale.
La funzione sociale dell’attore
Oltre alla riflessione su un nuovo linguaggio, nato dalla sovrapposizione tra teatro e cinema, con Masterclass ragioni anche sul ruolo sociale dell’attore nel presente?
Sicuramente in Masterclass c’è questo tentativo di rintracciare il ruolo dell’attore in funzione sociale, come c’è nella riflessione di Brecht. Ma rispondere a questa domanda è molto complesso e mi viene naturale pormi un altro interrogativo: oggi siamo davvero coscienti sulle potenzialità sociali dell’arte scenica?
E provo a spiegarmi: nel mio lavoro di attore mi sono sempre posto l’obiettivo di incarnare nel processo creativo la funzione sociale e oggi più di ieri credo che ciò sia necessario. Ma allo stesso tempo mi chiedo se sia ancora possibile, perché con l’avvento di tante innovazioni tecnologiche, come appunto l’intelligenza artificiale, che sarà sempre più intrusiva, l’attore, vuoi o non vuoi, sarà destinato a perdere la sua originale funzione, il suo significato più primitivo.
Nonostante ciò, credo che sia necessario rimarcare e ricercare, in ogni modo, il valore dell’attore, perché se viene a mancare, nulla ha più senso, anche in questa realtà che stiamo vivendo, con tutte le sue trasformazioni, che influenzano non solo in generale la nostra società, ma anche i nostri singoli corpi, rendendoli obsoleti.
Il sacro tra cinema e teatro
A proposito di corpi, in Masterclass, tra le tante riflessioni che offri, c’è una in particolare che riguarda appunto i corpi degli attori, che sembrano sparire dinnanzi alla macchina da presa. È questa un’operazione mirata a recuperale l’ancestrale sacralità del teatro, che provi a travasare nella dimensione cinematografica?
Senza dubbio e per poter giungere a questo risultato è stato necessario posizionarmi accanto allo spettatore e osservare il tutto. Questo punto di vista mi ha consentito di riflettere anche sul significato del pubblico, cioè sul quel momento in cui l’arte diventa leggibile per lo spettatore.
Ciò è stato fondamentale, perché questo mio esordio alla regia è stato possibile proprio (mi preme ribadirlo), attraverso l’osservazione, facoltà riservata allo spettatore. Con Masterclass non ho fatto altro che restituire al pubblico ciò che ho osservato e continuo a osservare e a vivere, in un periodo così dannato per tutti, traboccante di tragedie che rendono l’osservazione una facoltà quasi impraticabile.
L’importanza dell’osservazione
Gli ostacoli all’osservazione, inoltre, aumentano anche a causa dell’evoluzione della tecnologia. Per esempio la modalità del digitale ha senza dubbio dei vantaggi, ma allo stesso tempo ci impone dei tempi iper – veloci che ci impediscono una reale osservazione dell’oggetto.
Non voglio essere catastrofico, ma oggi viviamo in una realtà comatosa, perché, anche sul punto che abbiamo già affrontato dell’attore e delle sue funzioni sociali, dove è fondamentale l’espressione del popolo e dei corpi, nel dialogare con una macchina, come l’intelligenza artificiale, il corpo è impossibilitato a esprimersi e in questo modo viene a mancare lo Stato Sociale. E in questa situazione il teatro può svolgere un ruolo di salvatore, dato che lì il corpo è obbligato a esprimersi e ciò può e deve donare linfa vitale alla società e tempo stesso al cinema, che ritengo sia il figlio del teatro.
In questa situazione, certo non rosea che hai descritto, i corpi al teatro come al cinema cosa possono raccontare?
Il presente, come già è avvenuto in passato, per esempio con il cinema di Jean Luc Godard e tutta la Nouvelle Vague, che in un’epoca di crisi come la nostra, hanno dato linfa a quello che è avvenuto dopo. Con la Nuova Hollywood e tutto il filone del cinema politico, che ha prodotto film di grande impegno civile e sociale, in grado di intrattenere il pubblico e spaventarlo, senza mai farsi mancare di offrire preziosi occasioni di riflessione.
La situazione del cinema italiano
Oggi, è necessaria una trasformazione per poter mettere insieme una dimensione del padre, il teatro, con quella del figlio, il cinema, che ha perso la vocazione sacrale del padre. Purtroppo oggi, questa sacralità potrebbe svanire del tutto e il cinema, abitando il teatro, può svelare una nuova forma di linguaggio e di arte.
In quest’ottica faccio l’esempio di Carmelo Bene che portava il cinema al teatro, utilizzando le riprese di stampo teatrale, ma con un linguaggio cinematografico. Un connubio che dà la possibilità di scoprire una strada inedita che ci porta al cuore di due significati.
A un certo punto in Materclass si cita una frase di Brecht: gioia per il nuovo, vergogna per vecchio. Utilizzo queste parole per chiederti: in questo periodo complesso per il cinema italiano, qual è il vecchio e qual è il nuovo?
È un momento complesso per il nostro cinema e spesso, ahi me, si fanno dei proclami che non fanno altro che confondere ulteriormente una situazione critica. La questione non è in termini economici: il cinema non è una proprietà privata dei produttori, della distribuzione e di tutti coloro che sono all’interno della struttura produttiva, ma riguarda gli artisti.
Masterclass alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema
C’è l’urgenza di mettere in discussione i significati del cinema e quando ascolto discorsi che trattano questa tematica in termini esclusivamente economici, per me si fa un errore di carattere dialettico, che non ci permette di guardare il futuro con fiducia. Occorre passare la responsabilità del cinema a chi lo fa per davvero, giovani o meno giovani registi, sceneggiatori e attori, senza porsi il problema dei finanziamenti e in generale degli ostacoli economici, perché non è sufficiente un ricco budget per fare un grande film.
Hai deciso di presentare, in anteprima italiana, Masterclass alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, una cornice consona per un lavoro così innovativo, sia per lo stile che per il linguaggio adoperato?
Sono molto contento e onorato per questa scelta. La Mostra di Pesaro, giunta alla sue 62ª edizione, ha ospitato sempre grandi artisti che hanno rivoluzionato il linguaggio cinematografico. E spero, con il mio contributo, di dare luce a una Mostra che ha sempre accolto i giovani autori e le nuove proposte e non mi resta che ringraziare Pedro Armocida, direttore artistico, ormai da diverse edizione.