Da Tempi moderni in poi, il cinema ha imparato a guardare con sospetto il gesto del lavoro: la catena di montaggio che inghiotte Charlot resta, a quasi un secolo di distanza, l’immagine archetipica di un’umanità ridotta a ingranaggio. Su quella lunga linea, si inserisce OverWork di Céline Berger, presentato in concorso al Pesaro Nuovo Cinema della 62ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema.
Si tratta di un cortometraggio di poco più di dieci minuti costruito interamente su materiale d’archivio: una collezione di film didattici in 16mm prodotti dal governo della Repubblica Federale Tedesca tra gli anni Settanta e Novanta, pensati per illustrare in dettaglio un ampio campionario di lavpri e professioni. Nell’originale, voce off e immagine procedevano in perfetto allineamento, in una trasparenza didascalica che non lasciava spazio all’ambiguità: ciò che si sentiva era esattamente ciò che si vedeva. È proprio da questa nitidezza retorica che Berger, francese ma residente a Colonia, decide di partire per metterla in cortocircuito.
OverWork: la sinfonia delle mani
La prima inquadratura non è un ufficio né una fabbrica: sono cervi nella natura. Una scelta non casuale, perché tutto il film ruoterà intorno alla tensione tra materia prima, gesto e ciclo produttivo. Subito dopo il montaggio prende a galoppare: planimetrie tracciate a mano, righelli che scorrono, scienziati chini sui microscopi, una catena di montaggio. Le inquadrature evitano quasi sempre i volti e si concentrano sui dettagli, soprattutto sulle mani. Mani che misurano, mani che modellano, mani che maneggiano leve e ingranaggi.
A dettare il ritmo è il suono. Ogni gesto produce il suo battito, e il montaggio (curato dalla stessa regista, con il sound design di Tristan Berger e Judith Nordbrock) raccorda le diverse mansioni proprio attraverso le loro impronte acustiche. Il risultato evoca quella branca della musica che si fa percuotendo il tavolo con le mani, con l’aiuto di una matita o di una penna. Una percussione domestica che qui diventa la struttura ritmica di un’intera economia. Il lavoro non è più descritto, è suonato.
Il gesto, la materia, l’alienazione
Berger non opera distinzioni gerarchiche tra le mansioni. Il vasaio che lavora la terracotta sta sullo stesso piano dell’operaio alla catena di montaggio: ciò che oggi consideriamo tempo libero o pratica artigianale riemerge dall’archivio come tassello di un ciclo produttivo. E proprio per questo finisce per alienare tanto quanto il gesto industriale. La ripetizione, amplificata dal montaggio, è il livellatore universale.
È qui che affiora la cifra etica del cortometraggio: portando alla luce ciò che le riprese originali addomesticavano. Berger fa emergere la tensione costante tra noia e violenza che attraversa ogni forma di lavoro alienato. Il ritmo si fa progressivamente asfissiante, compulsivo, quasi disturbante.
Un metafilm sul lavoro (e sul montaggio)
In un’epoca in cui la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno rendendo il lavoro sempre più intangibile, OverWork funziona come un contro-archivio: un’antologia del lavoro come pura corporeità, come pressione del polpastrello sulla materia. Il titolo vale al tempo stesso come diagnosi (lavorare oltre, troppo) e come dichiarazione di metodo: rilavorare immagini già lavorate, intervenendo sopra un materiale che si pensava esausto.
Resta in ultimo l’omaggio implicito all’arte del montaggio cinematografico, intesa come gesto manuale al pari di quello del vasaio o dell’incisore. Un atto che, raccordando frammenti del passato, costruisce significati che il singolo materiale non possedeva.