Quella dell’uomo vestito di nero che cammina nel fango con una sella in spalla, trascinando una pesante cassa da morto è una fra le scene dei cosiddetti “spaghetti western” diventate leggendarie.
È l’inizio di Django, il film che Sergio Corbucci realizzò sessant’anni or sono e che viene ora riproposto in sala, in versione restaurata in 4k dalla Fondazione Cineteca di Bologna e da Surf Film e distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Lumiere&Co. e Cinemaundici.
Un uomo in cerca di vendetta
Chi è quell’uomo? Cosa c’è in quella bara dalla quale sembra non volersi mai separare? Django (Franco Nero) è un reduce nordista della Guerra di Secessione, la sua vita si è fermata nel momento in cui la moglie è stata uccisa da un feroce assassino che spadroneggia, con la sua banda, lungo il confine fra Stati Uniti e Messico, conosciuto come il maggiore Jackson (Eduardo Fajardo).
Dopo aver liberato una donna, Maria (Loredana Nusciak), dalle grinfie prima dei messicani del generale Hugo Rodriguez (José Bódalo) e poi dagli uomini del maggiore Jackson, Django giunge in un villaggio quasi completamente abbandonato. L’unico segno di vita è dato da un saloon dentro il quale vediamo il proprietario Nathaniel (Ángel Álvarez) e alcune prostitute che, si scopre, sono le compagne di Maria.
Django si mostra subito come un personaggio misterioso che porta con sé un segreto palpabile, percepibile dalle poche parole che pronuncia e dalla misteriosa bara che lo accompagna e che resta chiusa a lungo. È solo nel momento in cui gli uomini del maggiore Jackson giungono a spadroneggiare nel villaggio, che Django ne rivela il contenuto: una mitragliatrice Gatling con la quale stermina i banditi, lasciando tuttavia in vita il maggiore in quanto la sua morte dovrà avvenire più avanti, nel momento in cui tutta la banda sarà sgominata. Solo allora la sua vendetta potrà dirsi compiuta.
Tuttavia, per poter portare avanti il suo piano, Django dovrà allearsi con i messicani del generale, con conseguenze che porteranno a un punto di non ritorno.
Un film violento, cupo, che racconta un mondo in cui tutto odora di morte
Il film di Corbucci, la cui sceneggiatura, oltre che dallo stesso regista è stata firmata da Bruno Corbucci, Franco Rossetti, José Maesso e Piero Vivarelli, ha rappresentato, all’epoca della sua uscita, una svolta netta nella stagione degli “spaghetti western” avviata qualche anno prima da Sergio Leone. Django, infatti, reca con sé una violenza tale che, prima di allora, non era mai stata così vivida nella filmografia di genere e ha fatto del personaggio di Django un emblema della ribellione, sempre in bilico fra individualismo e giustizia collettiva.
Django, personaggio che Franco Nero ha contribuito a rendere leggendario grazie al suo sguardo ipnotico e glaciale, non è un eroe; piuttosto è un antieroe che si muove in un mondo in cui tutto odora di morte. Egli stesso è un morto che cammina, e a chi gli chiede chi ci sia nella bara, lui risponde: “un uomo di nome Django”. Perché dentro quel sarcofago c’è sì una mitragliatrice, ma c’è, soprattutto, un uomo in vita ma che non vive, uno che ha visto naufragare la propria esistenza a causa della malvagità umana e che, ormai, vuole solo vendetta prima di poter scomparire, chiudendo definitivamente quella bara.
La bravura di Sergio Corbucci è stata quella di essere riuscito a trascinare lo spettatore in quel mefitico pantano in cui il protagonista trascina la cassa da morto. Lo ha obbligato a lordarsi del sangue che scorre a fiotti nel film e ad assistere indifeso alla violenza efferata di alcune scene (come il taglio dell’orecchio di uno degli sgherri di Jackson costretto poi a mangiarlo o la vendetta che Hugo Rodriguez compirà sullo stesso Django e i massacri prodotti dalla Gambling). Simboli di un mondo cupo, in cui l’amore e la speranza sono stati seppelliti nel piccolo cimitero dove riposa la compagna di Django.
Un’opera che ha dato il via a una serie di film coevi, ispirando inoltre alcuni artisti internazionali
Oltre ad aver dato origine a un gran numero di film coevi ispirati al personaggio di Django, la pellicola di Corbucci ha influenzato anche alcuni registi internazionali, che lo hanno omaggiato nelle sue opere. Fra questi, il giapponese Takashi Miike con il suo Sukiyaki Western Django, presentato in concorso a Venezia, Quentin Tarantino conDjango Unchained nel quale compare lo stesso Franco Nero in un piccolo cameo, oltre alla miniserie televisiva Django alla quale ha portato un contributo fondamentale la nostra Francesca Comencini.
Oggi Django è un cult della filmografia western di casa nostra, al quale hanno contribuito in maniera fondamentale, oltre agli autori e agli attori, anche la fotografia di Enzo Barboni, con immagini plumbee capaci di aumentare il senso di oppressione e disagio che si percepisce nella visione del film, e il contributo musicale dato dalla colonna sonora di Luis Bacalov e dalla canzone sui titoli di testa e di coda cantata da Rocky Roberts.