Winter in March è la rappresentazione di come ci si senta ad essere bloccati in uno Stato autoritario. In un paese nel quale non sembra esserci possibilità d’uscita né libertà di giudizio. Tutto ha inizio quando Natalia Mirzoyan decide di andare a studiare in Estonia la puppet animation, un tipo specifico di stop motion. Nello specifico, essa prevede l’utilizzo di pupazzi tridimensionali snodabili, dotati di scheletri interni, proprio come vediamo in Coraline e The Nightmare Before Christmas. Inizialmente la regista voleva narrare tutt’altra storia, ma l’invasione russa nel paese ucraino ha cambiato tutto.
“La guerra mi ha profondamente colpita dal punto di vista emotivo, tuttavia non mi sentivo in grado di raccontare una storia ucraina: quelle storie appartengono agli ucraini. Mi sono invece concentrata su qualcosa che mi era più familiare: la paralisi emotiva dei russi che si opponevano alla guerra ma che non riuscivano ad opporre una resistenza significativa.”
Il metodo d’espressione, ovvero la puppet animation realizzata con la stoffa, diviene il medium azzeccato per tale narrazione. Un universo fatto di fili che stringono e al contempo cercano di sciogliersi, e della neve, della famosa neve di marzo che sembra far cadere i propri personaggi nel limbo di non ritorno. Ci sentiamo legati, letteralmente a una sedia, vedendo il mondo non più attraverso i nostri occhi bensì mediante quelli degli altri, attraverso uno schermo. Le parole, i divieti, tutto cade addosso, portando i nostri protagonisti Dasha e Kirill a tentare la fuga dal paese. Già presentato nel 2025 al Festival di Cannes, Winter in March continua il suo cammino al Figari International Short Film Fest.
Winter in March
La fuga dalla Russia alla Georgia attraverso la puppet animation
“Penso di non avere più diritto a niente, a vivere, al mio teatro, a uscire. Non ho diritto a nulla.”
Dice la voce non appena scopre della guerra. Natalia Mirzoyan ha conosciuto Kirill e Dasha a San Pietroburgo, nella città di partenza, attraverso circoli attivisti e creativi. Kirill è un animatore, mentre Dasha si occupa del teatro. L’avvenimento della guerra, come ci suggerisce il genere stesso, assume un tratto documentaristico, senza mai tralasciare la forza creativa e registica di Natalia Mirzoyan. La camera non è sempre ferma, spesso si muove tra i vari scenari come se fosse un reportage giornalistico, ricordando City of God, dove a volte la regia preferisce il fuori fuoco per ricreare veramente l’emozione di chi vive questa esperienza. Rendendo la realizzazione di Winter in March un processo estremamente intuitivo.
Da un lato una regia, come già detto, da reportage e dunque documentaristica, mentre dall’altra più intima, più esistenziale. Scava proprio nel profondo dell’animo attraverso l’utilizzo della tecnica, come ad esempio l’uso del filo, che spesso viene spezzato oppure ricucito. La stessa apparente gommapiuma estrae tanto lo stato d’animo dei personaggi, quanto gli avvenimenti. Come ad esempio il viaggio dalla Russia alla Georgia, dove la sua aggiunta alla macchina sembra fare la differenza.
Winter in March
La vulnerabilità di Winter in March
Infatti i tessuti stessi trasmettono naturalmente un senso di fragilità, proprio perché sempre a rischio di strapparsi o sfilacciarsi. Proprio come le loro vite, durante il viaggio Kirill infatti sembrerà proprio deteriorarsi: ogni pezzo di lui cade a terra, per poi essere ripreso da Dasha. Rendendo ancora di più l’idea di calore che questi materiali hanno, infatti è proprio la loro composizione a far resistere i personaggi. Il tutto poi assume un contrasto non indifferente, sia in Russia sia al confine, dove tutto appare morbido ma in realtà ci troviamo dinanzi ad una situazione che è tutto il contrario.
Natalia Mirzoyan aveva addirittura un’altra visione ancora a riguardo:
“Ad un certo punto, ho persino considerato l’idea di far deteriorare gradualmente le marionette durante la produzione, girando il film in ordine cronologico, permettendo loro di consumarsi fisicamente insieme ai personaggi. Alla fine, però, si è rivelato troppo difficile da realizzare dal punto di vista tecnico.”
Winter in March ci ricorda quanto la tecnica del documentario non debba fermarsi agli archivi. Esistono molteplici modi d’espressione per catturare il reale, e il lavoro di Natalia Mirzoyan ci mostra l’importanza di raccontarli con questa stessa, nuda onestà visiva che si fonde con il tangibile.