ShorTS International Film Festival Maremetraggio

‘Baadarâne’ di Samah El Kadi e il silenzio di Dio dinanzi al trauma

Il disperato bisogno di conferme

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Ci troviamo nel villaggio di Baadarâne (Libano), un luogo in cui il regista Samah El Kadi mette in atto la risposta a un trauma. Non si tratta di un trauma qualsiasi, bensì di un bambino di otto anni che ha appena perso la propria mamma. Tutti intorno a lui cercano di dargli forza attraverso la religione, suscitando un quesito, che spesso tormenta l’animo umano: cosa ha fatto? Perché è stata portata via? Se si tratta di una punizione? Baadarâne esplora, mediante una regia che si muove attraverso le emozioni del bambino, il rapporto tra innocenza e credo religioso. Una metafora che tutti noi sentiamo universale, che ci induce a guardare dentro, a trovare delle risposte qualora non fosse possibile averle.

Samah El Kadi è un regista libanese che si è diplomato alla New York Film Academy di Los Angeles. Uno studio che gli ha permesso di maturare il suo cortometraggio Stardust, per il quale ha ottenuto la nomination agli Emmy Awards. Si tratta di un omaggio alle vittime dell’esplosione di Beirut, che racconta la storia di una bambina affascinata e al tempo stesso preoccupata per la fine dell’universo. Il giovane protagonista lo troviamo anche in Baadarâne, mostrandoci il mondo attraverso gli occhi dei più piccoli. Già in anteprima al FrontDoc ad Aosta, Baadarâne raggiunge lo ShorTS IFF 2026.

La risposta al trauma

La fotografia in bianco e nero di Lluís Ferrer Calafell e Marcel Pascual (NOUN), ci restituisce sin da subito il mood dark di Baadarâne. Karim, il bambino protagonista si muove velocemente verso la triste realtà, la morte di sua madre, un evento che si consuma nei primi due minuti e mezzo del corto, sufficienti per introdurci il tema della religione. Ogni adulto si avvicinerà al bambino, per fargli le condoglianze, ripetendogli che è stata la scelta di Dio, oppure che è Dio a dargli la forza. Tutti volti che vediamo attraverso il giovane protagonista, il quale arriverà all’amara conclusione:

“è il motivo per cui l’hanno presa, per punire le persone”.

La situazione degenera. Lo spettatore inizia a respirare attraverso la regia di Samah El Kadi la rabbia e il bisogno di conferme di Karim, entrando nel processo di un trauma, che gli adulti danno per scontato possa essere preso in carico da Dio. Nessuno lo segue. Nessuno si domanda. Solo una buona parola su Dio. Questo porterà Karim a voler trasgredire la parola di Dio. Inizia a fare delle brutte azioni nel villaggio, tra cui sgonfiare una ruota, far scappare un asinello, per poi iniziare a voler fare sempre peggio. Tenterà addirittura il suicidio, ma nulla che evochi in Dio ciò che cerca:

“Puniscimi come punisci le persone! Ho fatto di tutto, perché hai preso solo mia mamma?”

Baadarâne e la rivelazione religiosa

Non è la prima volta che Dio volta le spalle ai personaggi, ci sono stati film come Silence di Martin Scorsese, in cui l’intervento di Dio è venuto a mancare. Lì la parola stessa “silence” ci dimostra la sua assenza, anzi la non-risposta. Ed è proprio con questo che Karim deve fare i conti:

“Non punisci né salvi le persone, cosa fai allora?”

rendendo Baadarâne un cortometraggio che vuole riflettere sui costrutti sociali e religiosi che ci portiamo dentro. Un cortometraggio che, assieme ad altre opere libanesi, ha l’obiettivo di mostrarci le contraddizioni del mondo adulto attraverso gli occhi dei più piccoli, proprio come in The Devil and the Bicycle di Sharon Hakim, proprio perché ancora innocenti dinanzi ai meccanismi adulti di cui ci nutriamo nel nostro quotidiano, mostrandoci in modo non solo umano, ma proprio genuino che a volte le scelte imposte del nostro credo possano essere pericolose e indecifrabili.

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